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La Cina fa affari con Uk e Germania. Ma l’allarme è solo per l’Italia

La Nuova Via della Seta in Italia preoccupa gli Stati Uniti e l’Unione europea. Washington e Bruxelles hanno già mandato segnali inequivocabili nei confronti del governo italiano. E soprattutto da parte americana, i messaggi arrivati a Roma non sono stati affatto volti al compromesso. Da parte Usa c’è la netta volontà di non far approdare Pechino in Europa via Roma. E per evitare questo scenario, da una parte hanno riaffermato le minacce strategiche, dall’altra patte hanno fatto capire che sarebbe in dubbio il ruolo dell’Italia all’interno del blocco occidentale: in primis nella Nato.

Ma di fronte a questa levata di scudi nei confronti della Cina in Italia, la domanda sorge spontanea: perché solo il nostro Paese? Al netto delle evidente sfide poste dall’arrivo della Cina in Italia, quello che va chiarito è che l’Italia non è affatto l’unico Paese puntato da Pechino. Anzi, ci sono già molti Stati dell’Unione europea obiettivo dell’espansione del gigante asiatico. Non solo nell’Europa meridionale e orientale, ma anche nei confronti di giganti economici europei, a partire da Gran Bretagna e Germania.

In questo senso, i dati riportati da Bloomberg sono inequivocabili: negli ultimi dieci anni, i Paesi con cui la Cina ha concluso più affari sono Regno Unito (227 accordi), Germania (225), Francia (89), Italia (85) e Olanda (82). Un interesse che ha già messo gli occhi sulle infrastrutture di questi Stati, a partire dall’aeroporto di Heatrow e da quello di Francoforte. 

Come riporta Italia Oggi, nel documento di Bloomberg si spiegano “in quali settori si sono concentrati gli investimenti cinesi: 225 miliardi di dollari dal 2008 al 2018, per stipulare 678 accordi societari in 30 paesi europei, 360 dei quali si sono conclusi con il passaggio del controllo azionario in mani cinesi. Inutile ricordare che tutti questi accordi sono stati autorizzati, o addirittura patrocinati, dai governi dei vari paesi Ue”. Tutti i leader di questi Paesi sono andati a Pechino. Ci è andata Angela Merkel, ci è andato Emmanuel Macron, e come non ricordare il viaggio di Paolo Gentiloni al forum sull’iniziativa della One Belt One Road proprio come unico leader europeo.

Ora, dopo anni di affari, si scopre che la Cina è un avversario sistemico. L’Europa parla di difesa dei “propri principi e valori”, di rischi per la nostra sicurezza, di infrastrutture usate per una lenta e inesorabile penetrazione nel nostro continente. Ma nessuno si è mai posto il problema del fatto che questa invasione sia iniziata da tempo, da molto tempo. Insomma, i rischi ci sono. Ma perché nessuno ne ha mai parlato quando le società cinesi già conquistavano fette sempre maggiori del nostro mercato?

Gli esempi sono eclatanti. La Cina ha già preso larga parte del porto di Rotterdam in Olanda e di Zeebrugge in Belgio, ha acquisito in ordine Atene, Bilbao e Valencia senza che nessuno in Europa dicesse nulla. Mentre adesso, quando l’Italia propone Genova e Trieste, Washington e Bruxelles si riscoprono fortemente protezioniste. Protezionismo non molto praticato quando a fare affari con la Cina erano anche Grecia, Malta, Polonia e Portogallo. E anche sul fronte italiano, è interessante questo scontro sulle infrastrutture di questi giorni ma il silenzio generale con cui sono stati accolti gli investimenti cinesi nel nostro Paese.

Come scrive sempre Italia Oggi: “Le statistiche dicono che sono 168 i gruppi cinesi che hanno investito in Italia, per un totale di 12,8 miliardi di euro. Le partecipazioni sopra il 10% riguardano 398 imprese, con 21.500 dipendenti e 12,7 miliardi di fatturato. Nel 90% dei casi in cui una società è partecipata dai cinesi, il controllo è passato a questi ultimi. L’elenco delle aziende partecipate comprende nomi noti: Fca, Telecom, Enel, Generali, Terna, Ansaldo Energia, Cdp Reti, Berio, Krizia, Esaote. L’investimento maggiore è stato sulla Pirelli, di cui il gigante China National Chemical ha acquisito la quota di controllo per 7,3 miliardi di euro.”.

È chiaro che questo ingresso della Cina in Italia preoccupa. Gli Stati Uniti non vogliono che l’Europa si trasformi in un terreno di scontro con la Cina. E probabilmente hanno compreso troppo tardi il fatto che Pechino si sia già impadronita di larga parte dei grandi hub infrastrutturali del Vecchio Continente. L’Italia probabilmente è il casus belli perché sarebbe il primo Paese del G-7 a siglare un memorandum per la Nuova Via della Seta. Ma attenzione a credere che sia l’inizio dell’invasione cinese: la conquista del dragone è iniziata da tempo. L’Italia è solo un altro tassello: forse quello politicamente più rilevante, ma non a livello economico.