Cipro Onu

Ci sono 1.300 desaparecidos che aspettano la sepoltura

Da Nicosia – Le mani si contraggono sul volante, poi Andri socchiude gli occhi concentrandosi sulla strada. «Non è facile fare l’archeologa se vivi a Cipro – spiega mentre il pick up sfreccia nella campagna -. Quando ho iniziato a fare questa professione sognavo di portare alla luce i templi degli antichi pagani e ora mi trovo a dissotterrare gli scheletri dei miei parenti». Nella zona cuscinetto dell’Onu, che divide a metà l’isola di Afrodite, ha sede il Committee for missing persons che dal 2006 prova, fra mille difficoltà, a fare luce sui tragici fatti degli anni Sessanta e Settanta, quando migliaia di persone caddero vittime degli scontri interetnici fra turco-ciprioti e greco-ciprioti. Una storia che per molti aspetti ricorda quella macabra dei desaparecidos vittime dei regimi autoritari dell’America latina.

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In principio furono le scorrerie dei paramilitari vicini alla Giunta militare greca che operarono una pulizia etnica ai danni della popolazione turca che da secoli permaneva, più o meno pacificamente, in diversi insediamenti sparsi qua e là nell’isola. Nel 1974, in seguito a un tentativo di colpo di Stato per riunire tutta Cipro alla Grecia, la Turchia ne invase la metà settentrionale, in una guerra-lampo che si è conclusa solo sul campo di battaglia. Ancora oggi, infatti, milletrecento persone risultano disperse, nonostante la tregua militare e i colloqui di pace.

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Nell’ultimo decennio archeologi, genetisti e antropologi delle due etnie hanno lavorato fianco a fianco per tentare di riunire i dispersi di quella guerra alle loro famiglie. Il processo per restituire i morti alla pace dei sepolcri è lungo elaborato. Prima c’è l’indagine, spesso lunga e faticosa, per risalire ai luoghi delle fosse comuni, sovente nascosti sul fondo di pozzi interrati o ai margini dei campi. Quindi l’esumazione dei corpi e la raccolta degli effetti personali ritrovati accanto ai resti umani. Poi le valutazioni antropologiche e l’esame del Dna, con l’aiuto di laboratori americani. Stabilita l’identità della salma, le autorità comunicano il ritrovamento alla famiglia, che può finalmente far celebrare le esequie, secondo il rito cristiano ortodosso o islamico a seconda dei casi. In questo modo sono state restituite alle famiglie oltre settecento vittime, ma quasi il doppio attendono ancora in una tomba ignota. Nascosti agli occhi del mondo, i corpi di centinaia di vittime giacciono in località sconosciute, che le forze armate turche rifiutano di indicare, nascondendosi dietro il segreto militare.

Intanto i sopravvissuti invecchiano e muoiono, ogni anno meno numerosi. «Nel 1974 avevo vent’anni – ricorda George Iconomides, dell’Associazione pancipriota per le persone disperse -. I turchi sbarcarono proprio sulla spiaggia davanti a casa nostra. Quella sera ero al villaggio più vicino con mio fratello. Quando tornammo a casa non trovammo più i nostri genitori né mia sorella: erano spariti». Da allora non li ha mai più visti. Ha chiesto alla Croce rossa, al governo turco, alle Nazioni Unite ma non c’è stato nulla da fare. Iconomides, come gli altri parenti delle vittime di quella guerra dissennata, non vuole vendetta. Ma come tutti sogna la pace.