Turchia, proteste a Istanbul per gli uiguri (LaPresse)

Ecco chi sono gli uiguri,
la minoranza musulmana cinese

Tra i 55 popoli riconosciuti come minoranze nazionali nella Cina dominata sotto il profilo etnico dalla popolazione Han, gli uiguri occupano un posto di rilievo nelle attenzioni dei decisori politici di Pechino e della cronaca mediatica.

Gli uiguri, che secondo le statistiche sarebbero tra i 10 e i 15 milioni, sono una popolazione di stirpe turca di religione musulmana, tra gli ultimi eredi delle confederazioni di tribù uralo-altaiche che a cavallo tra il primo e il secondo millennio si diffusero su tutta l’Eurasia, fondando una serie di regni e imperi di diversa durata. Abitano principalmente nella grande e scarsamente popolata regione occidentale dello Xinjiang, confine dell’Impero di Mezzo e sua porta su un’Eurasia oggetto di interesse per la geopolitica di Pechino, incentrata sulla “Nuova via della seta” che dal solo nome rievoca tempi in cui la terra dei musulmani di Cina era un’importante piattaforma di contatto tra Est e Ovest. E che potrebbe cambiare per sempre le prospettive degli uiguri.

La lunga storia degli uiguri

Il termine “uiguri” ha derivazione incerta, ma si presume che esso significasse “alleati”, “uniti” nei diversi idiomi succedutisi nelle tribù turche dell’Asia Centrale. La storia di questo popolo, che attualmente utilizza un alfabeto derivante direttamente da quello arabo, è lunga e complessa come, del resto, quella della determinazione del suo stesso nome. Per secoli, le genti dello Xinjiang infatti tendevano piuttosto a identificarsi con le “oasi” di provenienza (Kashgar, Turfan e così via) piuttosto che con un termine collettivo.

Tanto i mercanti russi quanto i grandi esploratori dell’Asia Centrale del XIX e XX secolo, primo fra tutto Sven Hedin, tendevano a definire le popolazioni locali come “turchi orientali“, generalizzando di fatto per una incomprensione della realtà locale, fondata principalmente sulla solidarietà tra clan e tribù. Il nome “uiguri” riaffiorò nello stesso periodo, ripescato da una storia profonda più di undici secoli: tra il 744 e l’840, infatti su un’area di oltre un milione di chilometri quadrati si era esteso un regno turco che prese il nome di khanato uiguro, interagì con la Cina della dinastia Tang e sviluppò una florida cultura che interiorizzò le influenze buddhiste con quelle manichee proveniente dalla vicina Persia.

Furono l’invasione mongola e la successiva occupazione da parte di Tamerlano a portare l’islam nello Xinjiang; la terra degli uiguri fu occupata dalla Cina nel XVIII secolo, ma fu fin dall’inizio una provincia problematica e di difficile gestione. Del resto, già nella seconda metà dell’Ottocento essa fu, come oggigiorno, centrale in importanti dinamiche di carattere politico-diplomatico.

L’era di Yaqub Beg: gli uiguri e il “Grande Gioco”

L’estremo occidente della Cina è stato teatro di una fase importante del “Grande Gioco” che coinvolse l’Impero russo e la Gran Bretagna nella seconda metà del XIX secolo, raccontato dal magistrale saggio omonimo di Peter Hopkirk. Tra il 1865 e il 1867 Yaqub Beg, un oscuro signore della guerra di ascendenza uzbeka, approfittò delle rivalità intestine nello Xinjiang e dell’astio dei locali verso gli occupanti cinesi per porsi alla guida di un movimento insurrezionale che, nel decennio successivo, avrebbe conquistato a sé tutta l’area abitata dagli uiguri, compresa la capitale Kashgar.

Nel corso del suo dominio personale, prima della riconquista da parte dei Qing, Yaqub Beg fu oggetto degli interessi strategici di Londra, che mirava a limitare la strategia espansionistica di Pietroburgo in Asia Orientale e vedeva nei suoi domini un possibile antemurale per la difesa dell’India. “Pietroburgo, dal canto suo”, scrive Hopkirk, “si trovava in un dilemma rispetto a Yakub Beg. Non solo era preoccupante la prospettiva che Kashgar diventasse un catalizzatore dei sentimenti russi in Asia Centrale, ma l’avventuriero musulmano con l’aiuto e l’incoraggiamento inglese, poteva anche lanciare una crociata per cacciare i russi dai territori che avevano appena acquisito” nelle steppe a Occidente.

Si rivelava, per la prima volta, il peso della terra degli uiguri nella geopolitica dell’Eurasia. Fattore che la Cina odierna, erede sotto diversi profili dell’impero che riuscì a domare la ribellione dei musulmani nel 1877, non ha dimenticato. Continuando a guardare agli uiguri con un occhio di riguardo.

Gli uiguri e la Cina odierna: una convivenza difficile

Riconosciuti come minoranza nazionale nel 1954, gli uiguri hanno da sempre conosciuto una difficile convivenza con la Repubblica Popolare Cinese, che alle periferie abitate da minoranze (Xinjiang, Tibet) ha da sempre guardato con sospetto, puntando a una progressiva assimilazione di popoli che, per la diversa radice etnica, religiosa e sociale, sono molto differenti dal nucleo Han della popolazione.

Del resto, dato che la parte preponderante della popolazione e dello sviluppo economico è concentrato in un’area relativamente ristretta, corrispondente alle zone prossime alla costa pacifica,  il Tibet e lo Xinjiang, in questo contesto, sono centrali per la proiezione della Cina come “Impero di Mezzo” e funzionali all’unità statale già messa in discussione dall’esistenza della secessione taiwanese. Lo Xinjiang assume la funzione di porta della Cina su un’Eurasia che punta sempre di più a plasmare a sua somiglianza: il dividendo atteso per gli uiguri dovrebbe essere un accrescimento del tenore di vita, a costo di un annacquamento delle loro tradizioni e del loro tessuto sociale.

Le repressioni cinesi contro gli uiguri

Dagli anni Sessanta, Pechino deve fronteggiare fenomeni di guerriglia contro la sua occupazione ad opera di gruppi militanti che, nei decenni più vicini a noi, hanno optato per l’unione alla causa del jihadismo internazionale: tra questi spicca il Partito islamico del Turkestan, principale rivale delle forze di sicurezza cinesi. Diverse migliaia di uiguri hanno preso la via della Siria, dell’Iraq e dell’Afghanistan per combattere nei locali conflitti in gruppi quali Al Qaeda e lo Stato islamico, spingendo il governo centrale cinese a un nuovo, durissimo giro di vite.

La Cina, ricorda la Jamestown Foundation, ha abolito ufficialmente i campi di rieducazione nel 2013, ma secondo i suoi accusatori continuerebbe a utilizzarli per assimilare forzatamente la minoranza uigura; inoltre, nel solo 2017 sarebbero stati 227.000 gli arresti penali compiuti nella regione, il 20% del totale nazionale (lo Xinjiang è abitato solo dall’1,5% dei cinesi). Al contempo la Cina non perde occasione di celebrare con i suoi media i grandi progetti di sviluppo infrastrutturale che potrebbero riportare lo Xinjiang al centro delle sue politiche di crescita economica. 

In questo contesto gli uiguri si trovano in un dilemma: schiacciati tra la modernizzazione accelerata e una politica di assimilazione forzata tutt’altro che velata, essi appaiono più oggetto che soggetto delle grandi dinamiche che coinvolgono la loro terra. Quale sarà il destino di un popolo che vive in regioni sino a pochi decenni fa remote e isolate non è dato sapersi: l’unica certezza è il fatto che difficilmente Pechino sarà disposta a deviare dai suoi propositi di lungo termine sullo Xinjiang.