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“Chi prende Aleppo vince la guerra”

Padre Firas Lutfi, 41 anni, ci riceve a pochi passi dalla Basilica di San Giovanni. Resterà a Roma ancora per poco. Francescano della Custodia di Terra Santa, Padre Firas ha affrontato un viaggio lungo e pericoloso per lasciare Aleppo – dove ritornerà nei prossimi giorni – e raggiungere la Riviera romagnola per portare il suo messaggio di pace alla 37° edizione del Meeting dell’Amicizia tra i popoli.

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Era necessario dare voce a chi voce non ha, per questa ragione – spiega il Francescano – ho deciso di partecipare al Meeting”, sfidando il caos che assedia “la città martoriata”. I suoi confratelli, come lui, ogni giorno combattono con le stesse difficoltà da Aleppo a Damasco passando per i tanti villaggi nella valle dell’Oronte al confine con la Turchia. Padre Lutfi, Monsignor Abu Khazen e tre confratelli offrono “cibo, acqua, sostegno psicologico e lavoro a centinaia di abitanti” non curandosi dei missili e delle bombole di gas riempite di chiodi ed esplosivi che scandiscono le giornate.

Il dramma umanitario che ha vissuto Aleppo in questi anni è immane. Nell’estate del 2012 i tagliagole entrano in Siria dal confine turco e circondarono la città chiudendola in una morsa di ferro. Prima di allora lì abitavano circa 3milioni e mezzo di persone, era la città dell’industria, dell’economia, della finanza. “Il cordone ombelicale di tutta la Siria è spezzato, dopo sei anni di guerra ininterrotta, la città adesso conta nemmeno 1milione di abitanti distribuiti dentro un perimetro che cambia di giorno in giorno”, spiega il sacerdote facendo riferimento alle geometrie variabili di questa guerra.

“Oggi l’assedio è rotto e la città è circondata dall’Esercito Siriano – ma avvisa Padre Firas – al suo interno interi quartieri sono ancora in mano ai terroristi. È difficile stabilire chi controlla cosa perché tutto è in continuo cambiamento”. La seconda città della Siria in questi giorni è al centro di un scontro – che vede l’esercito di Bashar Al-Assad e i suoi alleati contro l’Isis e la galassia di gruppuscoli fondamentalisti – decisivo per le sorti del Paese.

Si combatte giorno e notte. A volte il fragore delle bombe ed i colpi sordi degli spari si arrestano. La chiamano ‘tregua’ ma per noi non lo è”. Racconta il francescano che – dal convento di Er Ram – osserva “le colonne di fumo nero mentre si sollevano verso il cielo” sapendo perfettamente di esser costantemente “nel mirino delle bombe”. La struttura è già stata attaccata in più di un’occasione. Così come la parrocchia. L’anno scorso la cupola viene forata da un missile. È domenica. “Per fortuna l’ordigno non è esploso all’interno dove si stava svolgendo la Messa”. Due persone rimangono ferite ed una terza non ce la farà. Anche la casa di Padre Firas viene bersagliata, si trova in un convento intitolato a Sant’Antonio da Padova, vicino all’ingresso della città. Anche stavolta viene versato del sangue: quello di un anziano.

Ad Aleppo viveva anche il piccolo Omran Daqneesh. Quella maschera di sangue e calcinacci, con lo sguardo assente, è una delle molte facce del “dramma dei bambini” di cui parla Lutfi. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Unicef sarebbero 100mila i minori intrappolati nella parte orientale della città. Vittime senza colpa di una guerra sporca che trovano ad Er Ram un’oasi di pace. Perché mentre i tagliagole fanno dei civili il loro scudo e la stampa d’Occidente usa quel dolore per condannare l’intervento russo, nel convento di Padre Firas i piccoli della Siria possono ancora giocare. Erano 350 i ragazzi della colonia estiva organizzata dai Francescani quest’anno.

“Adesso che l’offensiva contro i jihadisti è stata allargata si spera che le cose vadano per il verso giusto”, si augura il Padre. “Prima del coinvolgimento della Russia i tagliagole occupavano più della metà della Siria – spiega il sacerdote facendo riferimento anche alla città di Palmira – mentre con l’intervento della coalizione a guida Usa non è cambiato nulla, anzi”. Le sue parole fanno eco a quelle del vescovo cattolico di Aleppo, Monsignor Abu Khazen, secondo cui “solo l’intervento russo ha dato respiro a questa città. Per anni tutti ripetevano di voler combattere l’Isis e il fanatismo, ma solo i russi l’hanno fatto veramente”.

Chi avrà la meglio ad Aleppo vincerà la guerra, se torna sotto il governo siriano torneremo alla normalità – spiega – se, non sia mai, dovesse finire come a Raqqa od Idlib sarebbe una vera tragedia”.

“Bisogna rivedere le sanzioni” è l’appello che quest’uomo di fede rivolge alla comunità internazionale, perché “quelle misure fanno male al popolo”. “Sarebbe bello se l’Italia spingesse affinché questo avvenga – dice alla fine del colloquio invitando tutti a continuare a pregare per la Siria – perché le preghiere arrivano sin qui e ci danno la forza per resistere”.

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