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    Quinta Repubblica addio!

    1789, 1830, 1848, 1870, 1958 e adesso 2017: ai francesi piace, ogni tanto, fare una rivoluzione. Se la prima segnò l’inizio dell’era moderna, quella che si prepara per fortuna non così cruenta – costituirà una svolta fino a qualche tempo fa considerata impossibile nella Quinta repubblica. Se i sondaggi non mentono (e di questi tempi è un grosso se), per la prima volta entrambi i partiti storici che fin qui si sono alternati al potere saranno esclusi dal ballottaggio delle elezioni presidenziali: i gollisti perché hanno presentato un candidato, François Fillon, che dietro la facciata di un perbenismo d’altri tempi ha defraudato lo Stato di quasi un milione di euro e si è rifiutato di prenderne atto rinunciando alla corsa; i socialisti perché, dopo il disastroso quinquennio di Hollande hanno scelto come proprio rappresentante un uomo di estrema sinistra, Hamon, che gode dei favori di neppure il 15% degli elettori.

    A contendersi l’Eliseo tra un mese con il Paese in stato di emergenza da due anni – rimarranno perciò con ogni probabilità due outsider che hanno almeno il vantaggio di offrire al Paese soluzioni opposte: da una parte Marine Le Pen, 48 anni, volitiva e astuta leader del Fronte nazionale (che al momento ha solo due rappresentanti in Parlamento) che vuole chiudere le frontiere, abrogare lo ius soli, uscire da euro, Unione Europea e Nato, combattere con tutti i mezzi la globalizzazione e che non ha esitato a definire l’Ue «Unione Sovietica europea»; dall’altra Emmanuel Macron, appena 39 anni, ex banchiere che dopo avere cercato, come ministro dell’Economia di Hollande, di spostare a destra il baricentro del governo socialista si è dimesso un anno fa per fondare un suo movimento, chiamato «In marcia» (che di deputati non ne ha neppure uno), che si professa europeista, liberista, globalista, multiculturale e, come unica concessione al problema dell’immigrazione, propone una polizia europea di frontiera di 5.000 uomini. Invece del tradizionale scontro tra destra e sinistra, avremo cioè uno scontro tra nazionalismo e internazionalismo, una novità assoluta non solo per la Francia. L’unica consolazione dei seguaci dei vecchi partiti è che né la Le Pen, né Macron il quale non dispone neppure di una organizzazione territoriale che gli permetta di presentare deputati in tutti i collegi – possono sperare di conquistare anche la maggioranza parlamentare: il Paese sarà cioè condannato a cinque anni di «coabitazione», con un presidente di un colore e un primo ministro di un altro, come del resto era già successo un paio di volte con risultati non esaltanti ai temi di Mitterrand e di Chirac. L’unica consolazione è che impedirebbe a una eventuale presidente Le Pen di uscire davvero dall’Europa.

    Questa situazione un po’ paradossale è il risultato di vent’anni di immobilismo, in cui talvolta bastava l’opposizione di un sindacato minoritario per affondare una riforma; e molte di quelle che sono state fatte, come la famosa legge Aubry che ridusse la settimana lavorativa a 35 ore, hanno avuto un effetto negativo sull’economia, rimasta «stagnante» quasi quanto quella italiana. Intanto, cresceva inesorabilmente il peso dello Stato: oggi la spesa pubblica assorbe il 57% del Pil addirittura più che in Svezia la disoccupazione naviga intorno al 10% e sale al 25 tra i giovani. Le esportazioni sono in calo, dal 13,4 al 10,5% del totale Ue. A questo si aggiunge il problema delle banlieue, abitate in maggioranza da immigrati musulmani di prima, seconda e ora anche terza generazione, dove i senza lavoro sono ancora più numerosi e che sono diventate di conseguenza terreno di coltura del radicalismo. Il Paese è quello che ha avuto, e probabilmente avrà ancora, il maggior numero di attentati jihadisti. La gente ne ha evidentemente abbastanza: un recente sondaggio, secondo il quale l’81% temeva che la situazione sarebbe ulteriormente peggiorata e solo il 3% sperava in un miglioramento, ha fatto dei francesi il popolo più pessimista della Terra.

    Secondo tutte le previsioni, nel probabile ballottaggio Macron-Le Pen il primo dovrebbe spuntarla, perché il suo pur vago programma centrista dovrebbe fare convergere su di lui anche la maggior parte dei voti dei due grandi sconfitti, i Socialisti e i Repubblicani. Ma il giovane candidato ha vari punti deboli, che Marine non mancherà di sfruttare: il suo passato di banchiere erede di una ricca famiglia borghese lo identifica con quell’establishment politico-finanziario che molti francesi hanno preso a odiare; la sua macchina elettorale è, per forza di cose, alquanto debole; quasi metà di coloro che nei sondaggi si sono espressi per lui hanno ammesso che potrebbero cambiare idea; molti considerano il suo approccio al problema islamico troppo conciliante; l’estrema sinistra che al primo turno voterà Mélenchon deciderà presumibilmente di disertare le urne. Infine, essendo un relativo novellino della politica, potrebbe scivolare su una qualche buccia di banana nel prosieguo della campagna.

    Marine Le Pen, forte del sostegno della «Francia profonda», dalle campagne lasciate indietro dal progresso al Sud ancora influenzato dall’immigrazione dei pieds noir, dalle vecchie città industriali del Nord e dell’Est devastate dalla globalizzazione ai patrioti nostalgici della vecchia grandeur, sa tutto questo e lo sfrutterà fino in fondo. Ma, nonostante il suo riuscito tentativo di rendere il Fronte più presentabile, le sue radici di estrema destra lo rendono ancora troppo indigesto alla maggioranza perché possa superare sia al primo sia al secondo turno – la barriera del 30%. Ma, dopo Trump e la Brexit, non vi è più nulla di impossibile.

    Livio Caputo

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