• Barcelona. Roda de premsa, Evolució de les obres de la Sagrada Familia a 10 anys de la seva finalització (2016-2026).

    La follia dell’architetto
    Finire la Sagrada Familia

     

    Eternamente in divenire. E in costruzione con le gru che si alternano a duecento metri d’altezza sopra le teste dei barcellonesi. È da qui che il Temple Expiatori de la Sagrada Família acquista il suo fascino, nell’essere incompiuto. È un’opera unica, maestosa, magnetica e misteriosa. Una grande basilica, consacrata «minore» da Benedetto XVI, che dal 1882 si sviluppa lentamente verso il cielo, con le tempistiche del «secula seculorum» in una delle città più dinamiche al mondo.

    Senza fretta. Anche se nell’ultimo decennio i lavori si sono intensificati, lei cresce ogni giorno senza fondi statali, alimentata dalle sole donazioni dei fedeli e dei biglietti di quei tre e passa milioni di turisti che ogni anno entrano nel suo ventre e scalano le torri antiche. La basilica, più maestosa di una cattedrale, è un miracolo di pietra che, con lo sviluppo del progetto iniziale di Antoni Gaudí, ha assunto forme futuribili, l’esatto opposto della più modeste dimensioni di Francisco de Paula del Villar, l’architetto incaricato dal libraio di Barcellona Josep Maria Bocabella che poi lo cacciò malamente. «Prima di posare una nuova pietra, dobbiamo comprendere l’idea originale disegnata nel progetto di Gaudí e aggiornarla con le nuove tecniche», spiega in esclusiva a Il Giornale Jordi Faulí i Oller (59 anni), l’architetto, direttore dei lavori del tempio. «Gaudí ci ha lascito centinaia di disegni di un’opera mastodontica che comprende anche soluzioni inconcepibili per la sua epoca, realizzabili soltanto ora. Ci ha lasciato problemi inauditi e soluzioni inedite. Anche quando sarà terminata, il lavoro di manutenzione non finirà mai». L’unicità della Sagrada è anche nel sorgere nel quartiere popolare dell’Eixample, che nel 1882 era campagna. Dodici affusolate torri degli Apostoli che svettano tra condomini, garage e panifici, come se il Duomo di Milano sorgesse al Giambellino.

    Dal 2016, il patronato, di cittadini ed ecclesiastici, proprietario della basilica, guarda al 2026 come probabile fine dei lavori. Sarà anche il centenario della morte di Gaudí, quasi un secolo e mezzo dopo la posa della prima pietra. «Negli ultimi dodici anni abbiamo completato la facciata nuova, le torri apostoliche e iniziato a costruire la torre centrale dedicata a Gesù (che raggiungerà i 172,5 metri, ndr), la torre della Madonna e degli Evangelisti che sono le opere più impegnative», spiega l’architetto Faulí che sa che al termine dei lavori, il cantiere resterà in parte aperto. «Io dirigo tra tecnici e operai 150 persone, distribuite qui e nel cantiere a 80 chilometri da Barcellona, dove le grandi parti della basilica sono realizzate. Usiamo anche stampanti in 3D per alcuni componenti, ma la maggior parte è manualità». Un’opera che è sotto gli occhi del mondo. «Avverto una forte responsabilità da parte non solo di Barcellona, ma di tutti coloro nel mondo che l’amano e che la vogliono vedere completata», continua Jordi Faulí con un sorriso che ci libera dal dovere di chiedergli se nel 2026 l’opera dell’Arquitecte de Dios sarà finita. «La basilica è qualcosa di straordinario, come straordinarie sono le sue forme architettoniche e i suoi tempi di realizzazione. Pensate che Gaudí avrebbe voluto ottanta campane azionate ad acqua nella facciata della Natività. E dovremo pensare a come accontentarlo».

    La Sagrada è un’opera architettonica di Art déco, Neogotico e Liberty catalano non solo da ammirare, ma da leggere. È impreziosita da colonne, navate, volte, portali, portici, porte, guglie, sculture, statue e torri che richiedono tempo e grande abilità, perché su ognuna di queste superfici sono scolpiti centinaia di versi e parabole della Bibbia e dei Vangeli. Tutto inciso sulla sua bianchissima arenaria, un tempo scavata a Montjuic, ora proveniente da Francia e Inghilterra, e inserita nella Sagrada con una nuova tecnica. «La infilziamo con barre d’acciaio inossidabile, non solo per fortificarla, ma per saldarla alle altre parti e rispettare le normative antisismiche», accontentando anche la volontà di Gaudí di plasmare la pietra in forme impossibili e in barba a ogni legge fisica.

    Perché l’ostinato architetto era un vero perfezionista, molto esigente coi suoi collaboratori, uno Steve Jobs ante litteram con lo stesso ingombrante genio. «Qualora fosse ancora in vita, mi piacerebbe osservare che faccia farebbe entrando dalla nuova facciata», ride Faulí per l’improbabile appuntamento. «E gli chiederei se abbiamo fatto come lui voleva». Gaudí, sicuramente avrebbe gradito molto gli sforzi di tutti gli architetti venuti dopo di lui, tra cui Francesc Quintana o Puig Bada. Pochi anni prima d’essere investito da un tram disse: «Le torri della facciata le lascio in programma affinché altre generazioni collaborino alla costruzione del tempio. Più volte nella storia delle cattedrali le facciate sono di altri autori, ma anche di altri stili». Un testamento che è un preciso incarico per tutti gli architetti folli e audaci dopo di lui. E considerato che, forse, i «secula seculorum» del divenire della Sagrada sono al termine, il 2026 non è poi così distante.

  • 7303137

    Avversari in carcere e media sotto censura
    Così l’ex khmer rosso è pronto a perpetuare il suo potere assoluto

    Nell’indifferenza del mondo la Cambogia va al voto. Domenica 29 luglio gli elettori khmer sono chiamati alle urne per rinnovare governo e parlamento. Apparentemente un normalissimo passaggio democratico, in un Paese apparentemente stabile e tranquillo. Peccato che il principale movimento di opposizione, il Partito di Salvezza Nazionale della Cambogia (Psnc), sia stato sciolto d’imperio lo scorso novembre e molti suoi esponenti sono stati arrestati o esiliati. In prigione è finito il leader, Khem Sokha, e la metà dei suoi 55 parlamentari si sono rifugiati oltreconfine. Per altri 118 quadri del Psnc è arrivato il divieto assoluto di parola. L’accusa confermata, senza alcuna possibilità d’appello, dalla Corte suprema cambogiana è l’aver collaborato a un improbabile piano statunitense mirante a destabilizzare il Paese e rovesciare il governo. Insomma, alto tradimento e altre «facezie» per spezzare un’onda che sembrava inarrestabile: alle elezioni legislative del 2013 il movimento di Khem Sokha aveva ottenuto il 44,5 per cento dei suffragi e alle comunali dello scorso anno, svoltesi in un clima incandescente, il 43,8. Per il potere, le elezioni di domenica erano un rischio inaccettabile. Meglio le manette.

    L’atto di forza è stato voluto dall’intramontabile primo ministro Hun Sen. Un tipo poliedrico quanto ferrigno. La sua vicenda politica inizia negli anni ’70 nelle file dei sanguinari khmer rossi; Hun collaborò alla follia genocida di Pol Pot sino al 1977 quando, temendo di restare stritolato nell’ennesima purga interna, fuggì in Vietnam. Tornato in patria nel 1979 al seguito del vittorioso esercito di Hanoi, divenne l’uomo di fiducia dei vietnamiti: nel 1980 fu nominato ministro degli Esteri e nel 1985 divenne primo ministro.

    In molti lo consideravano poco più di un fantoccio, ma si sbagliavano. Nel tempo Hun Sen si è scosso di dosso gli ingombranti protettori, ha riorientato le alleanze internazionali (verso la Cina) e, soprattutto, si è impadronito minuziosamente di ogni leva del potere. Lo stesso re Norodom Sihamoni formalmente la Cambogia rimane una monarchia costituzionale è ridotto a un grazioso orpello: a differenza del padre Sihanouk, personaggio vulcanico e carismatico, il prudentissimo monarca preferisce la quiete della reggia, le danze e le sue preziose collezioni d’arte.

    L’apatico sovrano non è l’unico a temere il suo tenebroso primo ministro. Secondo i rapporti di Amnesty International e di altri osservatori, da decenni brogli elettorali, abusi giuridici e omicidi politici sono la regola. Del resto lo stesso Hun Sen ha ripetuto più volte che è «disposto a eliminare 100 o 200 persone per assicurare la vita di milioni di altre».

    Una frase emblematica che nel martoriato contesto locale ha un significato chiaro: l’unica alternativa al regime è una nuova guerra civile. Per i sopravvissuti ai conflitti e alla mattanza comunista una prospettiva inaccettabile: meglio per loro sopportare l’invasivo leader e votare il suo Partito Popolare della Cambogia che rischiare di sprofondare nuovamente all’inferno. Alle minacce si somma poi l’indubbio sviluppo del regno. Grazie all’aiuto della Cina con 5 miliardi di dollari di scambi primo partner commerciale di Phnom Penh e della rinata industria turistica, da dieci anni la crescita economica tiene una media del 7 per cento. Un miracolo per chi ha conosciuto e sofferto gli anni della fame e della carestia.

    Immagini tremende e numeri rassicuranti che però non convincono i giovani più del 60 per cento della popolazione , che non hanno conosciuto i bombardamenti americani, il terrore rosso, la miseria più squallida. Figli di un presente relativamente confortevole, i «baby boomer» nati dopo il 1990 vivono con insofferenza il malcostume e il nepotismo (la Cambogia è al 161° posto su 180 della classifica dell’indice di corruzione stilato da Transparency International), non sopportano l’autoritarismo sempre più soffocante e attendono un cambiamento, aria e idee nuove.

    Sono loro la base del disciolto Psnc, tre milioni di elettori su 6,6. L’incubo di Hun Sen. Non a caso alla repressione è seguito l’ennesimo giro di vite su giornali Il Phnom Penh Post, principale quotidiano di opposizione è stato acquistato da un miliardario malese vicino al governo , canali radio e social network, Facebook compreso.

    Ormai certo della sua vittoria, il primo ministro ha annunciato che «governerà almeno per altri dieci anni», ma in realtà sta preparando la successione a favore dei propri figli. In perfetto stile nordcoreano, Hun Sen ha promosso il figlio maggiore Hun Manet capo di stato maggiore delle forze armate e il minore Hun Many, capo dell’Unione delle federazioni dei giovani (Ufjc). La dinastia deve continuare.

    Le elezioni di domenica possono però presentare ancora qualche sorpresa. L’opposizione in esilio ha lanciato la campagna «Clean finger», ovvero «dito pulito» (per votare serve l’impronta digitale sul registro) con l’obiettivo di delegittimare il potere con l’astensionismo. Il governo ha subito risposto con l’ennesimo divieto. Come ha annunciato Tep Nypha, arcigno direttore della commissione elettorale nazionale, «intraprenderemo azioni legali contro chi inviterà a boicottare le elezioni per proteggere l’interesse dei cittadini e della democrazia». Per non lasciare dubbi sulle intenzioni il governo ha mobilitato 80mila militari «per assicurare la sicurezza» del voto. Gli avversari sono avvertiti.

  • 7303136

    La Nasa compie 60 anni
    ma ha il viso da ragazzina

    Tutto cominciò con un pompelmo esploso nel cielo e tutto continuerà con una mela verde lanciata nello spazio. La mela verde è Alyssa Carson, diciassettenne della Louisiana, l’astronauta teenager che la Nasa ha scelto, come Miley Cyrus per le sitcom della Disney, da spedire su Marte, dove gli italiani hanno appena trovato l’acqua. La ragazzina frequenta un liceo dove si insegna in quattro lingue e ha già terminato la Advanced PoSSUM Academy, il programma per ragazzi dei licei e dell’università votati al volo spaziale. È la faccia nuova della Nasa che a sessant’anni, il compleanno è dopodomani, vuol sembrare una ragazzina.

    Pensare che la National Aeronautics and Space Administration, «la vergine del cielo» come la chiamano qui, è figlia di una disfatta nazionale, di un padre nazista e di una guerra mai dichiarata. È stata la culla dei sogni di generazioni di bambini, la madre di tutti i futuri, l’idea di una vita senza confini, dell’umana volontà di potenza. Ma l’universo infinito è troppo anche per chi immaginava una nuova frontiera kennedyana tra le stelle e i confini della scienza e le sue sfide si sono spostate sulla bioingegneria, sulla robotica, sull’infinitamente piccolo più che sull’infinitamente grande. 

    Sessant’anni fa era una ragazzina degli anni Sessanta affamata di sfide, di stelle e di futuro, oggi è una madame navigata un po’ sfiorita, perché la corsa contro il tempo ha consumato gli anni soprattutto a lei. A tenerla a battesimo, il 29 luglio del 1958, è un generale diventato presidente, l’uomo che aveva guidato lo sbarco in Normandia, ed anche quella firma sull’atto di nascita dell’agenzia spaziale americana, era una dichiarazione di guerra, ideologica, politica e militare, all’Unione Sovietica al nemico degli anni freddi. Otto mesi prima il tentativo di raggiungere la Roscosmos rossa nell’alto dei cieli era naufragato nel fuoco e nella vergogna: il Vanguard, il missile della riscossa che gli americani avevano ribattezzato «pompelmo», era esploso ventiquattro secondi dopo il lancio, moltiplicando l’umiliazione attraverso le dirette in mondo visione. Mentre lo Sputnik sovietico guardava tutti dall’alto al basso, visibile persino a occhio nudo, l’America batteva ogni record ma all’incontrario con la più rapida avventura spaziale della Storia. Erano stati i primi in tutto i sovietici: primi a mandare un uomo nello spazio, primi a mandare una donna in orbita, primi a camminare nel vuoto infinito, sulla Luna, su Marte e su Venere c’erano sonde con la falce e il martello. Ma da quel volo che non superò il metro e mezzo al progetto che vuole portare Alyssa su Marte quando di anni ne avrà trentuno sono passati di anni luce, anni di investimenti miliardari, di mobilitazione popolare, di orgoglio nazionale, di impegno industriale, per arrivare ovunque prima di tutti, che toccò l’apice quando Neil Armstrong, il 20 luglio del 1969, mise piede sul mare della Tranquillità «un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità». Prima c’erano stati il primo volo di John Glenn, Grissom, White e Chafee arsi vivi sull’Apollo numero uno e poi il ritorno dell’Apollo XIII, quello di Houston abbiamo un problema, dove il miracolo fu sbarcare sulla Terra non sulla Luna, c’era meno di una possibilità su dieci che tornassero a casa vivi. E tutto negli anni della guerra del Vietnam, della contestazione a tutto, delle lotte per i diritti dei neri e dell’assassinio dei Kennedy: il paradiso nello spazio quando nella terra c’era l’inferno. E come ogni grande romanzo popolare, anche la Nasa vive di miti e di leggende: c’è chi dice che custodisca segreti inenarrabili, come X files, sulla vita in altri pianeti, e chi giura che l’Apollo sia atterrato si, ma su un set di Hollywood.

    A cambiarle il destino era stato un ingegnere della Polonia nazista, il genio del male che aveva inventato le micidiali V2 tedesche, costruite dagli schiavi dei campi di concentramento di Mittelbau-Dora e sganciate sugli innocenti di Londra. Il barone Wernher Magnus Maximilian von Braun, è stato l’uomo dei sogni che ha portato i robot su Marte e la Luna sulla Terra. Oggi, quando tutti hanno abbandonato la competizione spaziale e la corsa allo Spazio è stata appaltata anche ai privati alla Elon Musk che vogliono trasformare la sfida all’universo in un Alpitour interplanetario, nemmeno lui saprebbe disegnare nuovi orizzonti di gloria.

    La nuova frontiera resta il Pianeta rosso, dove esiste già una flotta robotica al lavoro, una nuova generazione di veicoli spaziali che trasporti esseri umani nello spazio profondo. L’Agenzia studia da anni, nelle stazioni spaziali che ormai sembrano fermate dell’autobus, come i futuri equipaggi possano prosperare in missioni più lunghe nel sistema solare e sistemi avanzati di supporto vitale e interfacce uomo robot. Lo Spazio per sperimentare le nuove meraviglie della tecnologia, quando per alimentare l’Apollo bastò la carica di un telefonino anche perché sono più di tremila le innovazioni spaziali che hanno cambiato la nostra vita di tutti i giorni. Quello che le manca alla «vergine dei cieli» è il futuro dopo averlo rappresentato. Come diceva Jay Leno: «La Nasa lavora come una pazza per andare su Marte dove non c’è acqua, vita vegetale o atmosfera. Ma non basterebbe andare a Los Angeles?» 

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