Thailandia

  • Nel buddismo, la morte come nuova vita

    Da Ratchaburi (Thailandia) – “Ciao Max, sono appena arrivato in Thailandia. Il tempo di organizzare gli spostamenti e ti dico quando vengo a trovarti a Koh Payam”, gli scrivo gli ultimi giorni di marzo. La risposta, come sempre, a causa della poca linea internet sull’isola, arriva dopo un po’: “Perfetto, dal 4 al 7 aprile non ci sono, poi sono qua, ti aspetto”. Qualche giorno dopo, gli riscrivo indicandogli il mio programma. È il primo aprile. Ma a questo messaggio non ho mai ricevuto risposta. Massimiliano Tedde, per tutti Max, non ha fatto in tempo a leggerlo, o meglio, non ha potuto rispondermi fisicamente. Il giorno successivo, tramite amici in comune, ho saputo della sua scomparsa. Un malore improvviso lo ha portato via il 31 marzo a 46 anni. Dopo la cremazione, con un rituale buddista durato tre giorni, le sue ceneri sono state disperse nel mare, a pochi passi dalla sua casa.

    rsz_max_bn_3_-_copia rsz_max_bn_8 rsz_1max_bn_7 rsz_max_bn_6 rsz_max_bn_5_-_copia rsz_max_bn_4_-_copia rsz_max_bn_2_-_copia

    La settimana scorsa, insieme ad altri due amici italiani di Max, siamo andati in un piccolo villaggio della provincia di Ratchaburi, a circa duecento chilometri da Bangkok, per partecipare alla “Cerimonia dei cento giorni” dopo la morte. Un rito attraverso il quale si saluta l’anima del defunto, che sceglie, secondo i meriti che si è guadagnato durante la vita precedente, dove e come reincarnarsi, dove ritrovarsi nella prossima vita. La celebrazione, molto emozionante, organizzata da Kannika, l’amica storica di Max, è suddivisa in due giornate. Il pomeriggio è iniziato con un rituale tra incensi e candele, con i canti e le preghiere dei monaci arrivati dal tempio vicino. Finita la parte religiosa, è iniziata una vera e propria festa, alla quale ha partecipato l’intero villaggio. “Gli volevamo tutti bene”, mi ripete il padre di Kannika, mentre insieme agli altri, fino a notte fonda, tra karaoke, cibo e l’immancabile Lao Khao, una specie di whisky locale, lo abbiamo ricordato. “Oggi non bisogna essere tristi”, mi spiega. “Vedi, per il buddismo, il passaggio ad una nuova vita non è una cosa negativa. Oggi è una festa, Max è qui con noi, brindiamo insieme a lui”.

    La mattina successiva, la cerimonia comincia alle sette. I monaci, gli stessi della sera precedente, iniziano le preghiere. Siamo dentro alla casa che Max aveva costruito a Ratchaburi, nel terreno della famiglia di Kannika, dove viveva durante la stagione delle piogge. Vengono accese le candele. Un filo bianco, chiamato sai sin, viene avvolto alla foto di Max, per poi passare tra le mani di tutti i religiosi. Serve per rimanere in contatto con il defunto. Poi iniziano i canti. Durano circa un’ora. Tutto intorno, a mani giunte, le persone ascoltano in rigoroso silenzio. Finita la liturgia c’è stata la preparazione del cibo da donare ai monaci. Questo rito si chiama Tambum e serve per rinsaldare il legame tra i religiosi e la popolazione, dando la possibilità ai laici di “praticare la perfezione della generosità”, come antidoto all’avidità, che nel buddismo viene considerato uno dei peggiori mali interiori.

    rsz_max_bn_15 max rsz_max_bn_13_-_copia rsz_max_bn_12_-_copia rsz_max_bn_11_-_copia rsz_max_bn_10_-_copia rsz_max_bn_9_-_copia

    Ho conosciuto Max qualche anno fa, quando ancora abitava a Bangkok, prima di trasferirsi, durante la stagione secca, sull’isola di Payam, nell’arcipelago delle Andamane. Da quel giorno siamo sempre rimasti in contatto e ogni volta che arrivavo in Thailandia, organizzavamo per vederci. Seguiva i miei reportage e mi dava consigli. È stato proprio lui che mi ha fatto conoscere i Moken, gli ultimi nomadi del mare. Una popolazione ancestrale che conta ormai poche migliaia di persone e che ha una storia incredibile. Grazie al legame con l’oceano e grazie anche alla conoscenza che hanno dei venti e dei cicli lunari, infatti, i Moken sono riusciti a salvarsi dal tremendo tsunami che nel 2004 ha colpito le coste del Paese asiatico. Alcuni di loro vivono sulla piccola isola incontaminata dove Max aveva scelto di abitare. Mi ricordo, quando, insieme a lui, abbiamo provato ad avvicinarli. Dopo alcune ore di silenzio, con il linguaggio dei gesti, ci siamo fatti capire. Tanto che poi, abbiamo passato diverso tempo con loro, compresa un’uscita a pesca sulle imbarcazioni di legno tradizionali.

    Max era appassionato di fotografia. E i suoi scatti erano molto affascinanti. Riusciva a raccontare, senza dover aggiungere una parola alle immagini. In quelle immense spiagge magiche, dove le serate passate insieme finivano all’alba, parlavamo di progetti e di avventure da condividere. Una di queste, era quella di andare a breve nel sud della Thailandia, per cercare di documentare il conflitto sconosciuto dei musulmani Malay, che da decenni richiedono l’autonomia da Bangkok. Parlava e leggeva perfettamente il thai, aveva studiato molto bene la cultura e la tradizione di questo Paese che per lui ormai era casa. Sempre umile, del suo passato non ho mai saputo niente, fino a un paio di mesi fa. Quando ho scoperto che Max era un personaggio molto conosciuto a Genova – la città dove è nato e cresciuto – per aver rivoluzionato il panorama musicale e notturno. Ho scoperto che ha organizzato concerti, tra cui quello di Bruce Springsteen e Vasco Rossi, mostre e scenografie, collaborando anche con Mario Torre, uno dei maestri in questo campo. Ma non solo: ha progettato eventi di fama internazionale, tra questi la scenografia di apertura e chiusura delle Olimpiadi invernali di Torino nel 2006 e anche la scenografia delle Olimpiadi di Pechino, creata insieme allo Studio Festi nel 2008.

    Un personaggio geniale, sempre dietro le quinte. Nella vita e nel lavoro. Max ha vissuto come voleva, da uomo libero quale era. Ora nuota tra le acque delle isole che amava tanto e che, grazie a lui, ho conosciuto anche io. Chook dee.