Punti di vista

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    Gli jihadisti in carcere non si lasciano rieducare

    De-radicalizzare uno jihadista è inutile, o quantomeno impossibile nel breve e nel medio termine. Questo è quanto si può evincere dalle notizie sul fallimento, sia in Francia sia in Spagna, dei programmi delle carceri locali per rieducare i condannati per proselitismo e affiliazione jihadista. Sono programmi moderni, nati dagli studi di un’antropologa francese, Dounia Bouzar, considerati paralleli alla detenzione e che promuovono la rieducazione del condannato per privarlo di tutti quegli elementi di radicalismo islamico che l’hanno reso un pericolo per la sicurezza pubblica e condotto alle pena detentiva. Ma è un programma che soprattutto tenta di eliminare il fenomeno sempre più crescente della radicalizzazione in carcere: un fenomeno che spaventa l’intelligence europea perché trasforma le prigioni in vere e proprie centrali dello jihadismo in territorio europeo, sotto gli tessi occhi delle forze dell’ordine che controllano le carceri. Titti programmi teoricamente ineccepibili ma che poi, purtroppo, si confrontano con una realtà della detenzione totalmente diversa da quella prefissata.

    Francia e Spagna sono state i due Paesi di pilota di questo cosiddetto programma di de-radicalizzazione. Ebbene, in entrambi gli Stati, il programma si è rivelato un fiasco. Il centro di Pontourney, nella Francia centrale, è stato inaugurato nel settembre del 2016 con l’obiettivo di lavorare con i giovani per convincerli a girare le spalle all’estremismo e di riuscire a uscire dal vero e proprio tunnel del fondamentalismo islamico. Etichettato ufficialmente come centro per la “reintegrazione e cittadinanza”, era rivolto ai giovani fra i diciotto e i trenta anni che erano stati esposti a ideologie radicali e che erano entrati nel circuito dello jihadismo. Il centro di rieducazione aveva una capacità limitata, fino a venticinque persone, accettate su base volontaria e garantiva accesso a stage e educazione scolastica. Nonostante le belle speranze, il centro è rimasto vuoto fino a febbraio del 2017 e dal mese di febbraio ha ospitato solo nove persone provenienti da tutta la Francia e di queste persone nessuna ha completato il trattamento. Il Ministro dell’Interno ha infine confermato venerdì che “l’esperimento non è stato conclusivo” e che il centro sarebbe stato permanentemente chiuso. Un programma fallimentare, specie se rapportato al dramma del terrorismo islamico in Francia e alla quantità di persone, soprattutto delle periferie metropolitane, che si uniscono a frange radicali dell’islam locale.

    In Spagna non è andato meglio. Il programma di “deradicalizzazione” è stato inserito nei programmi delle carceri di Burgos e Soto del Real, dove è maggiore la presenza di detenuti per jihadismo. Ma anche qui il fallimento dei programmi è stato cristallino. La sua strategia si basava sulla creazione di appositi regolamenti carcerari, la raccolta di informazioni, la definizione delle componenti psicologiche della radicalizzazione, sulla consulenza psicologica e religiosa in diversi aspetti della vita carceraria, e sulla creazione di  programmi per la formazione nel lavoro ed educativi. Purtroppo però le notizie mostrano come il programma sia avvii rapidamente al suo fallimento, al pari dell’esperienza francese. Gli esperti spagnoli che hanno preso parte al programma hanno, infatti, dichiarato che la deradicalizzazione, soprattutto in ambienti particolari come le prigioni, è molto difficile da ottenere. I soggetti oggetto di analisi e di consulenza non hanno alcun interesse a farsi aiutare e la fitta rete di conoscenze, di sangue anche, ma soprattutto di fede e di rispetto verso chi fa proselitismo rende molto arduo raggiungere questo scopo. In ogni caso, si è osservato che la persona oggetto di questo programma non vuole rompere il legame con il jihad, né se è punita né se è ricompensata. È un fenomeno psicologico molto più complesso e la rieducazione da parte dello Stato è quasi impossibile.

    Il fallimento di questi programmi dimostra due dati essenziali. Il primo è senza dubbio il ruolo fondamentale che rivestono le strutture carcerarie nello sviluppo dello jihadismo in Europa. Le prigioni sono forse le centrali di reclutamento migliori, perché fanno sì che i condannati si ritrovino a condividere la propria esistenza e chi fa proselitismo indichi una via alternativa all’esistenza criminale del soggetto che incontra, trascinandolo nel proseguimento del jihad. Dall’altro lato, è necessario comprendere come pensare di destrutturare la psiche di uno jihadista non è come rieducare un condannato per un reato qualsiasi. Si tratta di rimodulare completamente la mente di una persona che, sia dentro che fuori dal carcere avrà sempre lo stesso legame verso la propria fede distorta e verso la sua rete di proselitismo. Ed è una dimostrazione, ancora una volta, di come lo Stato non riesca a porsi come diga reale tra i suoi cittadini e il proselitismo.

  • Tillerson

    Tillerson minaccia la Cina: “Rischio di un aperto conflitto”

    Le relazioni tra Stati Uniti e Cina hanno raggiunto “un punto di svolta” dopo quarant’anni di conflitto latente. A lanciare quest’avvertimento è stato il segretario di Stato americano Rex Tillerson, che ha chiesto che la Repubblica Popolare Cinese compia maggiori sforzi nelle relazioni con l’economia statunitense prima che si entri in un vero e proprio “conflitto aperto” tra le due potenze. Durante il briefing con la stampa al dipartimento di Stato, Tillerson ha espresso molte perplessità riguardo al comportamento cinese e le reazioni del governo americano. “Come dobbiamo definire questo rapporto e come riusciremo a garantire che la prosperità economica di entrambi i paesi e del mondo possa continuare, e che le differenze – perché avremo e abbiamo delle differenze – non portino ad un conflitto aperto?”, queste sono le domande che ha posto Tillerson durante il briefing e a cui il governo degli Stati Uniti sta tentando di dare risposta. Risposte che attualmente non sembrano andare nella direzione della distensione, visto il serrato confronto diplomatico che sta avvenendo con la Corea del Nord, in cui spesso la Cina viene accusata dalla Casa Bianca di non fare il possibile per evitare il rafforzamento del programma missilistico di Pyongyang.

    Dall’inizio dell’era Trump, la Cina è subito apparsa come l’obiettivo numero uno della politica estera del nuovo corso statunitense. Sin dall’inizio della campagna elettorale l’allora candidato presidente Donald Trump aveva ritenuto fondamentale focalizzarsi sulle pratiche commerciali cinesi, a suo dire dannose per l’economia statunitense. La globalizzazione del mercato cinese, la produzione industriale spostata in Cina e la bilancia commerciale totalmente a favore di Pechino, sono sempre stati punti centrali nel programma elettorale di The Donald. E sin dai primi giorni di presidenza ha puntato il dito su Pechino e sul suo espansionismo, partendo dallo “schiaffo” diplomatico con la telefonata a Taipei. Le acque si erano poi calmate grazie all’entourage del Presidente, che aveva segnalato come un innalzamento eccessivo dei toni tra gli Stati Uniti e la Cina fosse un pericolo per la stessa economia nordamericana. Le telefonate con Xi Jinping e l’incontro di aprile tra i due leader avevano, di fatto, rappresentato un momento di pacificazione diplomatica che sembrava dovessero perdurare.

    Tuttavia da aprile qualcosa è cambiato, e quello che sembrava essere un periodo di apparente serenità tra i due Paesi si è rivelato in realtà quello dell’incubazione di un malessere ancora più forte. Pechino e Washington non erano affatto giunte a un accordo, ma si erano soltanto incontrate. I problemi tra le politiche economiche e strategiche dei due Stati non si erano assolutamente dissolti, ma anzi, covavano conseguenze molto serie. Le questioni di natura economica sono rappresentate dalla preoccupazione americana per le pratiche commerciali cinesi, considerate fuori dalle regole del diritto internazionale e del diritto commerciale statunitense. Proprio in queste ore il New York Times ha rivelato che la Casa Bianca sta pensando di attivare un’indagine approfondita sulla violazione del diritto d’autore e della proprietà intellettuale da parte della Cina, dal momento che a Washington sono molto preoccupati per la crescita della produzione industriale cinese in settori strategici per l’industria americana.

    A questi problemi, non irrilevanti per un’economia come quella americana, si aggiungono poi i problemi di natura strategica e geopolitica sul ruolo degli Stati Uniti nel Pacifico Occidentale in cui il nervo scoperto, adesso, è rappresentato dal regime di Pyongyang. La Corea del Nord, come confermato da Tillerson, rappresentava il terreno in cui l’amministrazione Trump voleva comprendere effettivamente la volontà della Cina di scendere a compromessi con gli Stati Uniti, e il Segretario di Stato è stato particolarmente chiaro nell’affermare di non essere soddisfatto di quanto posto in essere da Pechino. Secondo Tillerson la Cina ha fatto ben poco per privare la Corea del potenziale per costruirsi un arsenale in grado minacciare gli USA e gli alleati di questi ultimi nel Pacifico. Tuttavia, questa presunta inattività di Pechino, non nasce, come spesso definito dall’ambiente del governo statunitense, da un’alleanza tra Kim e Xi Jinping: ma da semplice calcolo geopolitico. Kim non è un alleato di Pechino, ma è una pedina utile nello scacchiere asiatico per evitare che il confine con la Cina diventi un’ulteriore piazzaforte militare degli Stati Uniti in Estremo Oriente. Il governo cinese non ha mai dato prova di apprezzare le politiche della Corea del Nord, ma preferisce il regime nordcoreano all’avvicinamento di Washington.

    Al problema della Corea del Nord si aggiunge la questione del Mar Cinese Meridionale, dove gli Stati Uniti hanno intrapreso da mesi un rafforzamento militare in tutta l’area. Le dispute territoriali di Pechino su quelle acque sono da tempo al centro degli interessi di Washington, che qui ha enormi interessi economici, per via del controllo delle rotte commerciali, ma anche politici, avendo Stati che orbitano nella sfera d’influenza statunitense e che si sentono minacciate dall’espansionismo commerciale e militare della Cina. Per gli Stati Uniti è essenziale che lì la Cina non si radichi, avendo già il progetto della Nova Via della Seta e avendo già una forza industriale gigantesca. Le parole di Tillerson, al netto della Corea, vanno tenute in conto soprattutto per ciò che concerne quest’area.

  • saakasvili-bush

    La parabola discendente di Saakashvili

    Ogni avventura politica, per quanto entusiasmante, rivoluzionaria o terrificante, è destinata a percorrere una traiettoria parabolica, con un tratto ascendente, un culmine ed una ricaduta

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