Punti di vista

  • Xi Jinping con esercito cinese

    Cina e Giappone si scontrano per il Corno d’Africa

    Il Corno d’Africa è sempre più al centro dei conflitti geopolitici globali. La sua posizione strategica, nel punto d’incontro tra il Golfo di Aden e il Mar Rosso, rappresenta un passaggio chiave dei traffici marittimi internazionali e uno dei centri nevralgici degli interessi economici che congiungono il Mediterraneo con i mari dell’Asia

  • Caccia-bombardieri-russi-nella-base-aerea-di-Hmeymim-in-Siria-a-30-chilometri-dal-Mar-Mediterraneo

    Siria, gli USA si ritirano dal Sud e consegnano le basi ai russi

    Qualcosa si muove nel sud della Siria, in altre parole la parte del Paese che rappresenta il vero grande nodo da sciogliere per capire se Assad e i suoi alleati potranno avere il controllo sul futuro della Siria. Secondo quanto riporta la testata libanese Al-Akhbar, Russia e Stati Uniti sarebbero giunti a un accordo finora segreto per la ritirata delle truppe statunitensi dal meridione siriano. Le forze americane posizionate nella provincia di Al-Tanf, in prossimità del confine iracheno, dovrebbero ritirarsi dalla regione consegnando le basi proprio alle forze di Mosca, che avrebbero quindi raggiunto lo scopo di liberare la regione dalle forze della coalizione internazionale, in particolare alleggerendo la loro presenza vicino Iraq e Giordania. Secondo le fonti locali, il patto sarebbe stato raggiunto l’otto luglio, in concomitanza con l’incontro tra Vladimir Putin e Donald Trump ad Amburgo per il G20.

    Qualora l’accordo venisse confermato, il Sud della Siria si trasformerebbe sostanzialmente in un’area sotto il controllo degli alleati delle forze lealiste del governo di Bashar Al Assad. Russi, iraniani ed Hezbollah otterrebbero il controllo di un’area strategica per tutto il territorio siriano, da una parte bloccando ogni tentativo di infiltrazione delle forze israeliane e della coalizione internazionale e, dall’altro lato, avendo via libera nella sconfitta delle ultime sacche di resistenza dello Stato Islamico e dei ribelli siriani. Al-Tanf rappresenta uno snodo fondamentale: un crocevia di confini che per il controllo del territorio e per il futuro del conflitto è di particolare rilevanza. Posto al punto d’incontro tra Siria, Iraq e Giordania, l’area è stata subito presa di mira dalle forze speciali angloamericane, che avevano compreso l’importanza strategica del controllo di un confine così centrale nello scacchiere della guerra. Se la postazione passasse effettivamente in mani russe, questo significherebbe assicurare il collegamento fra Iraq e Siria, e, di conseguenza, permettere l’afflusso di uomini e armi dall’Iraq liberato verso l’ultimo fronte di guerra siriano.

    L’accordo segreto fra Russia e Stati Uniti s’inserisce nel quadro di una definizione del futuro della Siria che, se confermato, vedrebbe a questo punto certo un futuro di una Siria con Assad e i suoi alleati in posizione di netto vantaggio. Il ritiro dal confine meridionale da parte delle truppe statunitensi è certamente da considerare un punto di svolta nel conflitto sul fronte meridionale, e il passaggio di consegne dalle forze americane ai russi, simbolicamente rappresentato dalla cessione della base di Al-Tanf, è rappresentativo di un cambio di passo dopo Astana ma soprattutto dopo gli accordi raggiunti ad Amburgo. Le de-escalation zones stanno prendendo forma, e il sud siriano, con una fascia di soldati russi a presidio dei confini della Siria con Israele, Giordania e Iraq, diventa centrale nella garanzia sul futuro di una Siria ancora legata ad Assad e ai suoi alleati.

    A questo accordo, si aggiungono poi una serie di fatti che, se messi in ordine, dipingono un quadro per la Siria molto diverso da quello prospettato soltanto pochi mesi fa. L’opposizione siriana – quella riconosciuta anche in sede diplomatica e non i ribelli che sono ancora impegnati in guerra né i terroristi – hanno da tempo dichiarato di non considerare più condizione essenziale la deposizione di Bashar Al Assad, e questo è stato confermato anche da fonti della diplomazia russa in svariati incontri. La Turchia, a nord, sta entrando in Siria per sospingere i curdi supportati dagli Stati Uniti il più lontano possibile dal confine turco, e adesso può premere sul Pentagono per fare in modo che gli Stati Uniti non supportino eccessivamente i miliziani curdi, a pena di vedere l’antico alleato turco spostarsi verso una completa autonomia dalla Nato e avvicinarsi a Iran e Russia.

    A questi eventi, si aggiungono poi le notizie di sempre più frequenti consegne di armi e di uomini da parte dei ribelli siriani, che in massa stanno disertando, specie nel nord del Paese, per consegnarsi all’esercito di Damasco. L’annuncio da parte di Trump di finire con il programma della CIA di sostegno alla ribellione siriana ha avuto come conseguenza quella delle defezioni dei ribelli, i quali, privi del supporto politico, economico e militare degli Stati Uniti si trovano evidentemente contro delle forze troppo più imponenti dei propri mezzi. La corsa verso Deir Ez Zour assume ora una duplica importanza, politica ed economica. Chi prende Deir Ez Zour non avrà, infatti, solo in mano l’Est del Paese strappato al Daesh, e quindi il pieno controllo del confine con l’Iraq – e quindi collegandosi a Baghdad e Teheran -, ma avrà anche l’accesso ai più grandi giacimenti d’idrocarburi sul territorio siriano. Assunto il controllo del Sud e dell’Est e assicurato buona porta del nord dall’accordo tra Russia e Turchia, il futuro della Siria passa ora per quell’ultimo bastione dell’Isis.  

  • Pakistan, Faisalabad. 09/05/2016. Religious discrimination in Pakistan is a serious issue. Christians, Hindus and Ahmadi Muslims among other many other religious groups in Pakistan are routinely discriminated against. They are at times refused jobs, loans, housing and other similar things simply because of their choice of religious faith. Christian Churches and Ahmadi mosques and their worshippers are often attacked.According to CLAAS, which supports persecuted Christians in Pakistan, most brick kiln workers in the Punjab are Christians. According to Punjab's Labour Department, there are more than 6,000 brick kilns in the province employing nearly 24,000 children under the age of 14. Many of them belong to families working as bonded labourers in order to pay off debts at huge rates of interest, effectively a form of economic enslavement.

    Il Pakistan sempre più vicino alla Cina

    Se l’11 settembre 2001 gli occhi del mondo erano tutti proiettati su New York per via di quanto accaduto in seguito agli attentati delle torri gemelle, il 12 settembre invece in tanti hanno iniziato a guardare ad Islamabad ed alle decisioni che da lì a qualche ora era chiamato a prendere il governo pakistano circa il proprio rapporto con gli USA, specie quando è sembrato poi imminente l’attacco di Washington nei confronti dei talebani nel vicino Afghanistan; in un’affollata conferenza stampa l’allora presidente, Pervez Musharraf (al potere da due anni dopo un colpo di Stato militare), ha dato la disponibilità del Pakistan all’appoggio dei piani americani in nome della lotta al terrorismo, provocando vivaci proteste di milioni di cittadini contrari ad un tale orientamento. Da allora, il paese è sembrato essere un vero e proprio giardino di casa degli USA, con il governo locale che spesso ha chiuso un occhio sugli sconfinamenti dei droni e degli aerei a stelle e strisce all’interno del proprio territorio per bombardare presunti covi talebani. Oggi la situazione appare ben diversa, con Islamabad sempre più orientata verso l’alleanza strategica con Pechino.

    Pakistan – Cina, un rapporto che parte da lontano

    L’idea di un governo pakistano nettamente filo USA ed agganciato agli aiuti militari e finanziari di Washington, negli ultimi anni è stata progressivamente smentita dai fatti che vedono la Cina sempre più vicina al Pakistan tra investimenti in infrastrutture e rapida crescita dei commerci tra i due paesi; in realtà, il rapporto che lega i due paesi ha origini molto remote e che risalgono addirittura al 1951, anno in cui da Karachi (Islamabad ancora non era stata fondata) le autorità del paese islamico hanno riconosciuto il governo di Pechino come unico rappresentante della Cina, quando invece ancora la maggioranza dei paesi riconosceva l’esecutivo di Taipei. Ma non solo: nel 1972 Richard Nixon ha visitato la Cina in uno storico viaggio che ha di fatto inserito nuovamente Pechino all’interno del contesto internazionale e pare che, alla base di quella trasferta cinese dell’allora inquilino della Casa Bianca, vi sia stata per l’appunto la mediazione decisiva del Pakistan. 

    Due paesi uniti e da sempre amici, un sentimento che parte dalle rispettive opinioni pubbliche prima ancora che dai governi: diversi sondaggi negli ultimi anni, indicano come i cinesi considerano il Pakistan come un paese ‘fratello’ e che la considerazione del paese sia tanto alta da farne la nazione straniera più popolare in Cina; allo stesso modo, i pakistani considerano i cinesi come i nemici del proprio nemico, essendo storici rivali politici e militari dell’India, paese che certo non gode delle simpatie dell’opinione pubblica del paese asiatico. Oggi questi rapporti sono sempre più stretti, specie da quando il Pakistan all’interno del grande progetto della ‘nuova via della seta’ ha iniziato assumere un ruolo cruciale se non addirittura decisivo; Pechino, facendo leva sui rapporti decennali con Islamabad, vuol sfruttare la costa pakistana come proprio sbocco sull’oceano indiano ed il tutto ha iniziato ad avere una connotazione concreta con la costruzione del porto di Gwadar, il quale permette adesso alle merci cinesi dirette nel Mediterraneo di evitare il lungo e delicato giro dallo stretto di Malacca.

    Imram Khan: “Stop agli USA, stacchiamoci dall’influenza americana”

    Nella politica pakistana si stanno vivendo giorni abbastanza convulsi e turbolenti: il premier Nawaz Sharif, storica figura politica del paese, si è dimesso dal suo ruolo di primo ministro lo scorso 28 luglio aprendo una crisi di governo solo in parte colmata con la nomina di Shahid Khaqan Abbasi come titolare dell’esecutivo; per Sharif, già in carica negli anni 90 prima dell’avvento di Musharraf, sono state fatali le indiscrezioni trapelate sui Panama Papers e le successive condanne per corruzione scaturite dalle successive indagini. Abbassi fa parte dello stesso partito dell’oramai ex premier, poco o nulla quindi cambia nella linea politica del paese pur tuttavia la repentina caduta di Sharif accelera i tempi delle più che probabili elezioni anticipate a cui prenderà parte, con candidatura già annunciata, Imram Khan. Fondatore del partito ‘Movimento per la Giustizia’, Khan è un’autentica celebrità nel suo paese, popolare da tanti anni per essere stato capitano della nazionale di cricket.

    Non è questo un fatto assolutamente secondario: il cricket è lo sport più seguito in Pakistan, le partite riescono a monopolizzare l’attenzione dell’opinione pubblica e le vittorie della locale nazionale vengono celebrate con caroselli per le strade; Imram Khan è stato il migliore interprete pakistano di questa disciplina, uno dei migliori al mondo di sempre e già negli anni 80 era talmente venerato dai tifosi che, quando ha annunciato il ritiro nel 1988, lo stesso governo ha pressato in favore di un suo rientro in vista dei mondiali del 1992. Imram Khan non solo ha deciso di rientrare ma, da capitano, ha anche alzato l’unica Coppa del Mondo di cricket che il Pakistan è riuscito a vincere battendo a Melbourne l’Inghilterra; da allora, la sua fama e la sua popolarità hanno iniziato ad andare ben oltre l’ambito sportivo tanto che è già nel 1996 che ha potuto iniziare la sua attività politica ed adesso aspira a diventare primo ministro.

    Raggiunto nella sua casa di Islamabad da Sune Engel Rasmussen, corrispondente del The Guardian dalla capitale pakistana, Imram Khan si è detto pronto a guidare il paese ed ha indicato quella da lui ritenuta come la migliore ricetta per il Pakistan in politica estera: “Dobbiamo tirarci fuori dall’influenza americana per creare prosperità – ha affermato nel colloquio con il giornalista – Purtroppo la nostra élite ha preso Dollari dagli USA facendo entrare il paese in una guerra che ha creato solo odio e non ha combattuto il terrorismo”. Parole non certo tenere verso Washington, accusata apertamente di aver contribuito a destabilizzare il paese e di aver disilluso i pakistani circa i propri intenti di lotta all’estremismo soprattutto nelle cosiddette ‘zone tribali’ del Waziristan.

    Islamabad sempre più verso Pechino

    Pur se popolare e rispettato in tutto il Pakistan, la corsa di Imram Khan alla vittoria elettorale è tutt’altro che semplice: il partito di Sharif, la Lega Musulmana del Pakistan, parte da una maggioranza di 188 deputati su 340 membri dell’attuale parlamento a fronte dei 33 invece della formazione dell’ex campione di cricket; nonostante la condanna per corruzione di Sharif, l’attuale esecutivo potrebbe conservare una solida maggioranza o cercare agevolmente eventuali futuri alleati. Le parole di Khan però, a prescindere dagli esiti elettorali, suonano come emblematiche nel contesto politico pakistano: in primis, se un leader così popolare si spinge ad accusare apertamente gli USA, allora vuol dire che nel paese asiatico l’insofferenza verso una guerra ai talebani che non accenna a finire è sempre più crescente; in secondo luogo, la Cina sembra avere in ogni caso il consenso sia dei partiti di governo che dell’attuale opposizione.

    E’ bene infatti ricordare che anche l’esecutivo di Sharif, pur continuando l’alleanza con gli USA in chiave militare, non ha mai fatto mancare il sostegno a Pechino riguardo i progetti cinesi della nuova via della seta e delle grandi infrastrutture attualmente in costruzione; comunque vada quindi, anche sotto la spinta di un’opinione pubblica molto attiva ed attenta e soprattutto stanca di guerre e soldi spesi in nome di un antiterrorismo che in sedici anni non ha dato alcun frutto, Pakistan e Cina saranno più che mai vicini. Lentamente la comunanza d’intenti tra Islamabad e Pechino sta erodendo l’immagine di un Pakistan filo statunitense ed al contrario le dinamiche sopra descritte potrebbero farne uno Stato più che mai vicino agli interessi della confinante potenza.

  • (161130) -- ABOARD XUELONG, Nov. 30, 2016 (Xinhua) -- China's icebreaker Xuelong is blocked in Antarctic ice zone, Nov. 29, 2016. Chinese research vessel and icebreaker Xuelong (Snow Dragon), which is on its 33rd Antarctic expedition, got held up in ice zone about 31 kilometers away from Zhongshan Station on Tuesday. Expedition team have started to explore the way on ice to find a safe way for unloading at Zhongshan.  (Xinhua/Rong Qihan) (wx)

    La via artica della Cina

    Le regioni artiche hanno assunto, nel corso degli ultimi anni, una crescente importanza nelle strategie geopolitiche di numerose delle principali potenze mondiali a causa della ricchezza dei giacimenti di materie prime non ancora sfruttati nelle loro acque e nel loro sottosuolo, della loro rilevanza quale sede di infrastrutture militari sofisticate e, in prospettiva, del loro potenziale ruolo di nuova via di collegamento in grado di accorciare i tempi e i costi dei collegamenti marittimi tra Oceano Pacifico e Oceano Atlantico.

    In questo contesto, la Repubblica Popolare Cinese non è intenzionata a presentarsi in ritardo alla corsa alla “riscoperta” dell’Artico che coinvolge, al giorno d’oggi, soprattutto Russia e Stati Uniti ed è stata accelerata notevolmente dalle dinamiche climatiche planetarie dopo che il progressivo riscaldamento della temperatura media mondiale e lo scioglimento di consistenti strati della banchisa nordica ha consentito la riapertura del cosiddetto “passaggio a Nord-Est” e garantito l’esistenza di una linea di comunicazione passante per il Mar Glaciale Artico. Il 21 luglio scorso, il rompighiaccio cinese Xue Long è partito per la prima circumnavigazione dell’Artico ad opera di una vascello battente la bandiera della Repubblica Popolare: lo Xue Long si è già ricoperto di merito divenendo, nel 2012, la prima nave cinese ad attraversare il “Passaggio a Nord-Est” e ora punta a migliorare il suo risultato precedente, garantendo al tempo stesso gli interessi strategici di Pechino nelle isolate e ostili regioni dell’estremo Nord del pianeta. La componente navale, una volta di più, funge da proiezione diretta della strategia geopolitica cinese: nell’Artico, tale strategia risulta oltremodo ambiziosa e viene ad inserirsi nel più ampio contesto della “Nuova Via della Seta”. 

    Come scritto da Giorgio Cuscito su Limes, “la prospettiva di includere l’Artico nella Belt and Road Initiative diventa sempre più concreta. […] Lavia della seta sul ghiaccio(bingshang sichou zhilu), secondo i media cinesi, sarebbe più breve e meno costosa rispetto alla rotta collaudata lungo il canale di Suez per raggiungere l’Europa del Nord. Da Qingdao (Cina) a Narvik (Norvegia) la prima è lunga 6.800 miglia nautiche, la seconda 11.800″. Lungo la direttrice nordica, la cui percorribilità è tuttavia nettamente ridimensionata dai numerosi problemi di ordine logistico che la contraddistinguono e, soprattutto, dalla ristrettezza dei tempi utili per il suo attraversamento, limitati alla stagione estiva, la Cina punta a sviluppare un vero e proprio terzo ramo della “Nuova Via della Seta”, la cui realizzazione non dovrà però vertere sullo sviluppo infrastrutturale delle zone coinvolte, ma bensì sull’edificazione di un sistema capace di tutelare l’indipendenza delle vie d’acqua artiche e l’efficienza dei flussi commerciali che le interesseranno. L’interesse della Repubblica Popolare per l’Artico è stato ribadito dalla visita del Presidente Xi Jinping in Finlandia dell’aprile scorso, conclusa con una dichiarazione congiunta in cui i due Paesi si impegnavano al rispetto del delicato ecosistema nordico, e dalla recente normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Pechino e Oslo che ha aperto la strada alla cooperazione economica sino-norvegese. Come scritto in maniera efficace da Nengye Liu su The Diplomat, “il punto di partenza dell’approccio cinese all’Artico è il mutuo rispetto. La Cina riconosce la sovranità degli Stati artici sulle loro regioni nordiche e le loro prerogative, ma questi devono a loro volta rispettare gli interessi della Cina secondo le leggi internazionali”, prime fra tutte quelle concernenti i diritti di navigazione. Sulla scia dell’avanzamento della Xue Long, la proiezione artica della Cina si fa sempre più concreta e attiva. Nonostante l’esistenza dei comprensibili rischi connessi al dispiegamento di traffici commerciali lungo una via tanto precaria e incerta come quella artica, la sfida di Pechino si inquadra nel più ampio progetto di ricerca della “connettività” tra Europa e Asia che rappresenta, in sostanza, il caposaldo della Belt and Road Initiative. La corsa all’Artico di Pechino è appena cominciata ma, come testimoniato da varie iniziative diplomatiche e da sostanziali mosse concrete, non ci sarà da stupirsi se nei mesi a venire la prospettiva di una “Via della Seta Artica” potrà diventare una seria opportunità strategica per numerosi Paesi nordici.

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    Chi è Le Mesurier, il fondatore dei caschi bianchi

    Attivi dal 2013, i caschi bianchi siriani  sono stati celebrati e premiati in tutto l’occidente per «il coraggio, la compassione e l’impegno umanitario eccezionali nel soccorrere i civili». Già candidati al Nobel per la Pace e vincitori del «Nobel alternativo» ideato nel 1980 dallo scrittore Jakob von Uexkull, i soccorritori siriani sono diventanti celebri in tutto il mondo grazie all’omonimo documentario-cortometraggio prodotto da Netflix, premiato agli ultimi Oscar nella rispettiva categoria. 

    Un riconoscimento globale delle loro attività nelle zone controllate dai ribelli, nonostante numerose inchieste abbiano messo in luce i controversi legami  dell’organizzazione umanitaria con i terroristi di Al-Nusra, la diramazione siriana di Al-Qaida – che ora prende il nome di Hayat Tahrir al-Sham. Per comprendere la vera identità della protezione civile ribelle, occorre tuttavia fare un passo indietro e arrivare a James Le Mesurier, addestratore e fondatore della nota Ong.

    Chi è James Le Mesurier

    In un’intervista a Il Foglio del 5 ottobre 2016, James Le Mesurier racconta come ha fondato i caschi bianchi siriani: «Il mio background è nei processi di stabilizzazione. Lavoro in medio oriente da circa vent’anni. Ho lavorato in zone di conflitto in tutto il medio oriente, e l’approccio standard dei governi che vogliono stabilizzare degli stati falliti o fragili di solito segue due linee guida: la democratizzazione e il buon governo e il rafforzamento del settore della sicurezza. Ho iniziato a lavorare in Siria nel 2011 e quello che ha iniziato a prendere corpo era il solito lavoro di supporto secondo manuale: sostenere un paese che stava cadendo verso una instabilità drammatica e implementare una serie di programmi di democratizzazione e buon governo per la popolazione siriana».

    I caschi bianchi e Al Qaida

    L’ex soldato, parlando dei corsi di addestramento, sostiene di averne organizzato uno «per Aleppo, il secondo per Idlib. Nel secondo corso, c’erano 21 persone, 19 delle quali sono ancora con i caschi bianchi». Uno di questi è Majd Khalaf mentre l’altro è Raad Salah, oggi a capo dell’organizzazione. Sia ad Idlib che ad Aleppo, tuttavia, la più radicata forza di opposizione armata era proprio Jabhat al-Nusra (Hayat Tahrir al-Sham). Tuttora Idlib è sotto il controllo dei terroristi di Hayat Tahrir al-Sham.

    Sono questi gli interlocutori dei volontari? Alcuni indizi sembrano accertarlo. A maggio i caschi bianchi hanno ricevuto, proprio ad Idlib, un premio dalla formazione terroristica, con tanto di cerimonia organizzata in loro onore. Il video che immortala l’evento è stato diffuso su twitter e ha fatto il giro dei social. In un altro video circolato sul web, il leader di Hayat Tahrir al-Sham, Abu Jaber, ha lodato apertamente i caschi bianchi, definendoli i «soldati nascosti della rivoluzione». 

    James Le Mesurier: dalle attività di mercenario ad attivista «umanitario»

    Come molti altri ufficiali dell’esercito britannico, Le Mesurier ha frequentato la Royal Academy of Military, dove si è diplomato con il massimo dei voti, ricevendo persino la Medaglia dalla Regina. In seguito ha servito l’esercito britannico in molti teatri di guerra. In particolare, ha lavorato come capo dell’intelligence inglese a Pristina, in Kosovo. Nel 2000, Le Mesurier ha lasciato l’esercito e ha iniziato a lavorare per le Nazioni Unite, poiché «l’aiuto umanitario è più efficace» di un esercito nei teatri di guerra, secondo la sua esperienza.

    «Il fondatore dell’organizzazione – scrive la giornalista Vanessa Beeley – James Le Mesurier, si è laureato presso la Elite Royal Military Academy della Gran Bretagna, a Sandhurst, ed è un ufficiale britannico che faceva parte dell’intelligence, coinvolto in in una lunga serie di interventi militarti della Nato in molti teatri di guerra, tra cui Bosnia, Kosovo e Iraq. Egli vanta anche una serie di incarichi di alto profilo presso le Nazioni Unite, l’Unione europea, e nel Regno Unito. Inoltre, ha stretti legami con La Academi, la compagnia militare privata statunitense fondata nel 1997 da Erik Prince».

    Finanziati dal governo britannico

    Con buona pace della narrazione che dipinge l’organizzazione umanitaria come un attore disinteressato e imparziale nel complesso mosaico siriano, i caschi bianchi ricevono cospicui finanziamenti governativi. Come rileva il Telegraph, il Foreign and Commonwealth Office, il dicastero del Regno Unito responsabile della promozione degli interessi del Paese all’estero, rappresenta la «principale fonte di finanziamento» della ong. Questo stanziamento di denaro avviene per mezzo del «Conflict, Stability and Security Fund (CSSF)», un fondo strategico impiegato dal governo all’estero talmente segreto che, lo scorso marzo, l’ex ministro della Difesa conservatore, Archie Hamilton, ha chiesto delucidazioni all’attuale Segretario di Stato per gli affari interni del Regno Unito, Amber Rudd, su come e dove fossero stati stanziati questi contributi – nell’ordine di un miliardo di sterline.

    Rudd ha spiegato che i nomi «dovevano rimanere segreti per non creare imbarazzo» ma ha ammesso che quelle risorse «fanno gli interessi del Regno Unito in aree instabili» e finiscono a gruppi «come i caschi bianchi in Siria, che svolgono un ottimo lavoro». È noto che il governo inglese ha sempre sostenuto la cacciata di Assad e supportato l’opposizione, in favore di un regime change. Non propriamente una donazione disinteressata, dunque.

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    Gli jihadisti in carcere non si lasciano rieducare

    De-radicalizzare uno jihadista è inutile, o quantomeno impossibile nel breve e nel medio termine. Questo è quanto si può evincere dalle notizie sul fallimento, sia in Francia sia in Spagna, dei programmi delle carceri locali per rieducare i condannati per proselitismo e affiliazione jihadista. Sono programmi moderni, nati dagli studi di un’antropologa francese, Dounia Bouzar, considerati paralleli alla detenzione e che promuovono la rieducazione del condannato per privarlo di tutti quegli elementi di radicalismo islamico che l’hanno reso un pericolo per la sicurezza pubblica e condotto alle pena detentiva. Ma è un programma che soprattutto tenta di eliminare il fenomeno sempre più crescente della radicalizzazione in carcere: un fenomeno che spaventa l’intelligence europea perché trasforma le prigioni in vere e proprie centrali dello jihadismo in territorio europeo, sotto gli tessi occhi delle forze dell’ordine che controllano le carceri. Titti programmi teoricamente ineccepibili ma che poi, purtroppo, si confrontano con una realtà della detenzione totalmente diversa da quella prefissata.

    Francia e Spagna sono state i due Paesi di pilota di questo cosiddetto programma di de-radicalizzazione. Ebbene, in entrambi gli Stati, il programma si è rivelato un fiasco. Il centro di Pontourney, nella Francia centrale, è stato inaugurato nel settembre del 2016 con l’obiettivo di lavorare con i giovani per convincerli a girare le spalle all’estremismo e di riuscire a uscire dal vero e proprio tunnel del fondamentalismo islamico. Etichettato ufficialmente come centro per la “reintegrazione e cittadinanza”, era rivolto ai giovani fra i diciotto e i trenta anni che erano stati esposti a ideologie radicali e che erano entrati nel circuito dello jihadismo. Il centro di rieducazione aveva una capacità limitata, fino a venticinque persone, accettate su base volontaria e garantiva accesso a stage e educazione scolastica. Nonostante le belle speranze, il centro è rimasto vuoto fino a febbraio del 2017 e dal mese di febbraio ha ospitato solo nove persone provenienti da tutta la Francia e di queste persone nessuna ha completato il trattamento. Il Ministro dell’Interno ha infine confermato venerdì che “l’esperimento non è stato conclusivo” e che il centro sarebbe stato permanentemente chiuso. Un programma fallimentare, specie se rapportato al dramma del terrorismo islamico in Francia e alla quantità di persone, soprattutto delle periferie metropolitane, che si uniscono a frange radicali dell’islam locale.

    In Spagna non è andato meglio. Il programma di “deradicalizzazione” è stato inserito nei programmi delle carceri di Burgos e Soto del Real, dove è maggiore la presenza di detenuti per jihadismo. Ma anche qui il fallimento dei programmi è stato cristallino. La sua strategia si basava sulla creazione di appositi regolamenti carcerari, la raccolta di informazioni, la definizione delle componenti psicologiche della radicalizzazione, sulla consulenza psicologica e religiosa in diversi aspetti della vita carceraria, e sulla creazione di  programmi per la formazione nel lavoro ed educativi. Purtroppo però le notizie mostrano come il programma sia avvii rapidamente al suo fallimento, al pari dell’esperienza francese. Gli esperti spagnoli che hanno preso parte al programma hanno, infatti, dichiarato che la deradicalizzazione, soprattutto in ambienti particolari come le prigioni, è molto difficile da ottenere. I soggetti oggetto di analisi e di consulenza non hanno alcun interesse a farsi aiutare e la fitta rete di conoscenze, di sangue anche, ma soprattutto di fede e di rispetto verso chi fa proselitismo rende molto arduo raggiungere questo scopo. In ogni caso, si è osservato che la persona oggetto di questo programma non vuole rompere il legame con il jihad, né se è punita né se è ricompensata. È un fenomeno psicologico molto più complesso e la rieducazione da parte dello Stato è quasi impossibile.

    Il fallimento di questi programmi dimostra due dati essenziali. Il primo è senza dubbio il ruolo fondamentale che rivestono le strutture carcerarie nello sviluppo dello jihadismo in Europa. Le prigioni sono forse le centrali di reclutamento migliori, perché fanno sì che i condannati si ritrovino a condividere la propria esistenza e chi fa proselitismo indichi una via alternativa all’esistenza criminale del soggetto che incontra, trascinandolo nel proseguimento del jihad. Dall’altro lato, è necessario comprendere come pensare di destrutturare la psiche di uno jihadista non è come rieducare un condannato per un reato qualsiasi. Si tratta di rimodulare completamente la mente di una persona che, sia dentro che fuori dal carcere avrà sempre lo stesso legame verso la propria fede distorta e verso la sua rete di proselitismo. Ed è una dimostrazione, ancora una volta, di come lo Stato non riesca a porsi come diga reale tra i suoi cittadini e il proselitismo.

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