Punti di vista

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    Stati Uniti e Russia in lotta
    per la nuova corsa all’oro nero

    Già da diversi decenni la politica energetica statunitense è vocata al contenimento delle proprie risorse, al mantenere sempre un importante quantitativo di riserve al fine di affrontare eventuali emergenze e poter sempre avere al proprio interno l’energia che serve per il fabbisogno nazionale; ma da qualche anno a questa parte gli USA sembrano aver preso un’altra virata: se con Obama è stato definitivamente tolto il divieto di esportare gas e petrolio, con Trump la svolta appare molto più netta e marcata, con Washington pronta a gettarsi nel mercato delle fonti energetiche con finalità tanto interne quanto internazionali. Del resto, obiettivi da campagna elettorale dell’attuale inquilino della Casa Bianca e strategie geopolitiche future sembrano coincidere: aumentando lo sfruttamento delle risorse interne, si danno maggiori posti di lavoro e quindi Trump può mantenere la sua promesso di incremento dell’occupazione, ma dall’altro lato gli USA possono adesso provare a togliere fette di mercato ai propri rivali.

    La svolta possibile grazie allo ‘shale’

    Già dallo scorso decennio era stata avanzata la possibilità di ricavare fonti di energia tramite la perforazione delle rocce, con la cosiddetta tecnica del ‘fracking; le spaccature causate direttamente sulle rocce, permettono l’estrazione del gas o del petrolio presenti i quali risalgono fino al pozzo: la tecnologia è stata studiata per diversi anni, negli USA questa pratica è iniziata a partire dal 2014 e, da allora, il mercato interno ed internazionale degli idrocarburi ha subito repentini mutamenti. Grazie a questa tecnologia, basata essenzialmente sull’iniezione di un fluido ad alta pressione nella roccia, gli Stati Uniti hanno iniziato a vedere la possibilità di superare la loro politica energetica, puntando sia sul soddisfacimento del fabbisogno interno e sia sull’eliminazione del tabù dell’esportazione delle proprie risorse all’estero; secondo calcoli fatti da membri sia dell’amministrazione Obama che da quelli dell’attuale governo di Trump, gli USA potrebbero avere risorse necessarie per almeno i prossimi 25 anni, ma adesso sono in corso ulteriori ricerche nel paese per trovare nuovi pozzi.

    Nuova parola d’ordine: “Energy Dominance”

    Il tycoon newyorkese, durante la sua rincorsa verso la Casa Bianca, ha promesso una politica energetica molto più dinamica, tanto da puntare nuovamente ad investimenti sul carbone; il tutto, come detto in precedenza, anche nell’ottica di potersi presentare nel 2020 con un bilancio fatto di nuovi investimenti interni in grado di rilanciare l’occupazione. Anche se non mancano critiche alla pratica del fracking, dovute soprattutto al pericolo di inquinamento delle falde acquifere, pur tuttavia oramai la nuova tecnologia estrattiva è parte integrante della politica energetica americana, ma non solo: essa infatti sembra essere una strategia da considerarsi essenziale anche se non soprattutto per la sicurezza nazionale. L’obiettivo appare essere molto chiaro: è necessario guadagnare nuove fette di mercato all’estero, in modo da togliere potere politico e coercitivo ai paesi rivali; chiaro, in tal senso, il riferimento alla Russia di Putin la quale, specialmente dal 2000, utilizza l’esportazione delle proprie risorse energetiche come principale strumento politico.

    Del resto, il Cremlino ha individuato nella propria tecnologia in materia energetica uno dei punti di forza per tornare a guadagnare prestigio in campo internazionale; non solo il gas ed il petrolio estratti in Siberia e fatti arrivare in Europa, ma anche la costruzione di numerose centrali nucleari all’estero e la dipendenza di diversi paesi alla manodopera ed agli investimenti russi nel settore inerente le risorse energetiche, è grazie a questo quadro faticosamente costruito negli ultimi due decenni che oggi Mosca è tornata ad essere essenziale nello scacchiere geopolitico. Trump vorrebbe lanciare la sfida proprio in questo settore: l’estrazione dello shale ha già permesso di guadagnare piccole quote in alcuni paesi europei e, secondo il ragionamento della Casa Bianca, ogni percentuale di mercato guadagnata è una parte tolta alla Russia e ad altri paesi rivali. Sullo sfondo, vi è anche il ruolo del Dollaro: la moneta USA, con Washington pronta alla sua nuova strategia dell’Energy Dominance’, potrebbe tornare a solidificare il suo ruolo a livello globale.

    Ma il pensiero di Trump non è rivolto solo a lanciare il guanto di sfida alla Russia; gli Stati Uniti erano i principali acquirenti del petrolio venezuelano, da quando è entrata a regime la produzione dello shale dal paese sudamericano sono drasticamente calate le esportazioni, togliendo al presidente Maduro una delle principali fonti di guadagno. Se da un lato la questione energetica sembra essere la nuova base della contrapposizione tra russi ed americani, dall’altro però forse questo iniziale scontro sulla padronanze delle risorse potrebbe essere paradossalmente un segnale positivo: è sempre meglio infatti un duello basato sulla strategia degli idrocarburi, piuttosto che invece quello che ha nella rincorsa agli armamenti nucleari la principale preoccupazione.

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    Le vie delle armi chimiche in Siria
    e il loro utilizzo nella guerra dei media

    La Corea del Nordscrive il New York Times, che cita un rapporto dell’Onu – avrebbe rifornito il governo di Bashar al Assad di materiale che potrebbe essere utilizzato nella produzione di armi chimiche. Tutto torna, insomma: il dittatore coreano rifornisce quello siriano. È la pistola fumante perfetta, capace di aprire un doppio fronte. Il Foglio di oggi dedica un articolo a questo tema intitolato La via del Sarin in cui si racconta dei rapporti tra Corea del Nord e Siria. Bene. Per comprendere queste accuse rimandiamo a un articolo di Piccole Note, che bene spiega la portata di questa presunta rivelazione.

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