Punti di vista

  • Italian Prime Minister Giuseppe Conte speaks to the media as he arrives at the Felsenreitschule prior to their informal dinner as part of the EU Informal Summit of Heads of State or Government in Salzburg, Austria on September 19, 2018. (Photo by JOE KLAMAR / AFP)

    Tra gas, petrolio e immigrazione:
    come Conte si muove in Africa

    Così vicina geograficamente, così essenziale economicamente, ma anche così tanto lontana nella percezione sia mediatica che comune. L’Africa, immaginata come una terra unicamente di miseria e di sottosviluppo, da anni appare molto più protagonista degli interessi geostrategici italiani di quanto si possa immaginare. E di quanto, molto probabilmente, si può percepire dall’interesse mediatico rivolto verso il continente nero. Basti pensare che la nostra tv di Stato ha soltanto una sede di corrispondenza ubicata a Nairobi, con la quale dovrebbero essere coperti eventi ed avvenimenti che accadono in un territorio che va dalla Nigeria fino a Città del Capo. Eppure le nostre aziende sono lì. Anzi a guardare i numeri esce fuori un dato sorprendente: l’Italia è dietro soltanto Cina, Emirati Arabi Uniti e Marocco per quantità di investimenti nel continente nero. Siamo dunque davanti a francesi, tedeschi e spagnoli, i primi quindi in Europa e secondo questa classifica Roma sopravanza anche Washington. 

    L’Italia dunque c’è: privati, interessati non solo nel settore energetico ma anche in quello delle infrastrutture, enti, associazioni e piccole imprese portano il nostro Paese ad essere ben visto e ben presente in Africa. Adesso è forse il momento di far fruttare il tutto sotto un profilo anche più squisitamente geopolitico e politico. 

    Il “pallino” dell’Africa tornato in primo piano nelle agende diplomatiche

    Il neo atlantismo incarnato dall’ala della Democrazia Cristiana capitanata da Amintore Fanfani fa approdare i temi della presenza italiana in Africa nello scacchiere politico del nostro Paese. Senza mettere in discussione il posizionamento dell’Italia all’interno dell’alleanza atlantica, la corrente di Fanfani propone ad inizio anni ’60 una visione di Roma quale Paese di primario spessore per gli equilibri del Mediterraneo. Una politica estera dunque incentrata sempre sulla fedeltà a Washington ma che, al tempo stesso, possa dare all’Italia autonomia di operatività nel contesto mediterraneo e quindi nell’intera Africa. Un’autonomia tanto politica quanto economica, in grado di proiettare Roma quale punto di riferimento per i rapporti tra occidente, oriente e continente nero. Poi le cose, come ben si sa, sono andate diversamente. Sia nella agende politiche che sotto il profilo mediatico, l’Africa è sparita dai radar delle nostre priorità.

    Ma il pallino è sempre rimasto. Lo dimostra il ruolo avuto dall’Italia nel reinserimento della Libia all’interno della comunità internazionale, al pari delle politiche portate avanti tra Roma e Tripoli culminate con il patto di amicizia siglato a Bengasi nel 2008. In quell’occasione il nostro Paese riesce a confermare il suo determinante peso nella sua ex colonia e cerca di rimettersi in gioco nel resto del continente africano. Anche in questo caso la storia, assieme  agli errori di valutazione occidentali e quindi (in parte) anche italiani, tirano un brutto scherzo a Roma con l’uccisione e deposizione di Gheddafi avvenuta nel 2011. Ma il “pallino” dell’Africa torna negli anni successivi. Matteo Renzi nei suoi mille giorni da presidente del consiglio visita tre volte il continente nero, toccando sia il corno d’Africa che il Kenya, così come i paesi sub sahariani. Un segno del ritorno dell’Italia in Africa che adesso sembra fare breccia anche nell’esecutivo gialloverde. 

    Il premier Conte nei giorni scorsi si è detto pronto a visitare il Corno d’Africa, con un viaggio in via di definizione logistica. Proprio il capo dell’esecutivo, nel corso del vertice di Salisburgo dedicato ai problemi dell’immigrazione, ha criticato la politica europea sull’Africa: “Destinare 500 – 600 milioni di Euro al continente nero – sono le sue parole – è irragionevole se comparati ai miliardi che stiamo dando alla Turchia”. Il riferimento è all’accordo tra Bruxelles ed Ankara con il quale l’Ue fornisce tre miliardi al governo turco per trattenere i migranti. Secondo Giuseppe Conte è necessario invece investire molto in Africa, non solo per la questione migranti ma anche per rispondere agli altri attori internazionali che puntano sullo sviluppo del continente. E questa questione, tra le altre cose, a lungo termine potrebbe essere interconnessa proprio con la tematica dell’immigrazione. 

    Una cosa comunque appare certa: dalle parole di Conte, ai buoni rapporti instaurati nuovamente con l’Egitto, passando per Bengasi e la visita tenuta in questa città dal ministro Moavero ad Haftar. Tutti questi sembrano segnali che mostrano l’interesse di Roma verso il Mediterraneo e l’Africa. 

    Non solo Libia e non solo petrolio

    Forse anche per via dei recenti scontri che hanno interessato Tripoli e che, alla luce delle difficoltà di Al Serraj, hanno nuovamente fatto tirare in ballo lo spauracchio della perdita definitiva del nostro ruolo in Libia, per adesso la tematica più affrontata circa gli interessi italiani in Africa riguarda indubbiamente proprio la nostra ex colonia. Sono ben noti gli interessi energetici, a partire dai grandi giacimenti dell’Eni, tra petrolio e gas che giunge ogni giorno all’interno delle nostre cucine. Ma l’Italia in Africa non ha soltanto la Libia come riferimento e non ha, tra i suoi interessi, soltanto quelli energetici. 

    Nella stessa Libia ad esempio, gli interessi dei privati italiani sono molto forti: con il patto del 2008 siglato tra Gheddafi e Berlusconi, diverse aziende del nostro Paese hanno avuto disco verde per gli investimenti da fare a Tripoli. Strade, infrastrutture, pesca, persino artigianato: sono tanti i settori per le quali medie, piccole e grandi aziende italiane sono sbarcate in Libia. Nel forum italo – libico del 2017 tenuto ad Agrigento, in tanti hanno lamentato proprio questo: la guerra non ha soltanto frenato gli investimenti, ma ha bloccato tanti progetti in divenire e diverse aziende adesso vantano crediti con il governo libico difficilmente esigibili al momento per via dello stallo politico in corso nell’ex colonia. Ma, come detto in precedenza, l’Italia non ha interessi solo in Libia. Dall’Eni, fino alle grandi imprese di costruzioni, passando per altre aziende più piccole, il nostro paese è di fatto ramificato in buona parte del continente. 

    In Egitto l’Eni sta operando a Zohr, uno dei più grandi giacimenti del Mediterraneo scoperto proprio dalla nostra multinazionale. Una scoperta che sta modificando l’approccio italiano con l’Egitto, profondamente turbato in anni recenti dal caso Regeni. Ed al Cairo recentemente sono andati quasi tutti: Salvini, Di Maio, Fico con al seguito tecnici, dirigenti ed imprenditori. Tra Italia ed Egitto sta nascendo una vera e propria partnership che, proprio a proposito di Libia, sta contribuendo a rilanciare la politica del “doppio peso” con Haftar, di cui Al Sisi è sponsor principale. Egitto vuol dire anche canale di Suez, Sinai, turismo e scambi commerciali: settori questi essenziali, con l’Italia che adesso si pone nel paese delle piramidi in una posizione di vantaggio rispetto ad altri europei, in primis rispetto alla Francia. 

    Aziende grandi e medie sono presenti anche in Ghana, dinamica economia sub sahariana dove l’Eni ha alcuni importanti stabilimenti, Nigeria e Senegal. Negli scambi commerciali con la Tunisia, Roma nel 2016 ha scavalcato Parigi per valore e quantità. Aziende italiane sono presenti anche in Sudafrica e Mozambico, impegnate nel settore delle rinnovabili e delle costruzioni. 

    Cosa manca al “sistema Italia” in Africa

    L’Italia dunque in Africa c’è. Dati e riferimenti economici lo dimostrano. Roma non è affatto indietro rispetto agli altri paesi europei negli investimenti attuati ed attuabili nel continente nero. Ma l’impressione è che questa dinamicità italiana in Africa è figlia unicamente dell’iniziativa privata. Grandi e medie imprese sono riuscite negli anni a scommettere con successo tra le dune del Sahara ed anche nell’estremo sud di questo vasto continente. Manca però una certa organicità, ossia un coordinamento che possa dare vita ad un piano d’azione complessivo “guidato” dalla politica e dallo Stato. L’Italia è sì in Africa, ma sotto forma di tante singole imprese che nonostante una politica distratta sono riuscite ad operare al meglio. 

    Nell’ottica di una sfida interna all’Europa e di una invece volta a competere con l’attivismo di altri attori internazionali, a partire dalla Cina, serve un quadro d’insieme che orienti nella stessa direzione politica – diplomazia – interessi privati ed investimenti. Con una Libia dove Roma potrebbe recitare un ruolo primario, con un Egitto ed una Tunisia dove l’Italia scavalca la Francia e, complessivamente, con un’Africa che si è mostrata pronta ad accogliere iniziative italiane la “partita” non solo è aperta ma si può anche vincere. Ne va del futuro dell’Italia come paese traghettatore del Mediterraneo, dell’Italia come paese in grado di convivere con la “pressione” demografica ed economica della vicina Africa, ma ne va anche del futuro di questo immenso e spesso sfortunato continente. 

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