Punti di vista

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    La sorte di una tomba senza pace
    racconta l’evolversi della crisi siriana

    Tutto è stata tranne che “pace eterna” quella delle spoglie mortali di un uomo, uno Shah a dirla tutta, la cui tomba è stata spostata negli anni più volte di quanto sia lecito aspettarsi, in un andirivieni che forse potremmo persino considerare giustificato per un uomo che – narra la storia – morì a dorso di cavallo, mentre i membri della sua tribù muovevano verso Ovest, verso quelle terre che sarebbero poi divenute la moderna Turchia.

    Un leader militare turco del 12esimo secolo, il cui nipote Osman sarebbe diventato il primo sultano ottomano, fondatore di un impero che per secolo avrebbe governato un territorio vasto ed eterogeneo, Suleyman Shah morì affogato nelle acque dell’Eufrate, caduto in terra siriana laddove sarebbe sorto il mausoleo che ne conteneva le spoglie.

    Un sacrario pellegrino il suo, soggetto ai tumulti della storia e alle necessità dell’uomo, che nel corso dell’ultimo mezzo secolo è stato costretto a farsi in là di un’ottantina di chilometri per la prima volta nel 1973, quando la chiusura della diga di Tabqa fece alzare il livello del lago Assad, minacciando di sommergere per sempre la tomba di Suleyman, padre di Ertugrul, genitore di “Gazi” Osman, primo tra i reggenti della Sublime porta.

    Lo status del lembo di terra su cui sorgeva la tomba è un’anomalia della storia. Terra siriana, certo. E però turca. Perché quando nel 1921 si siglava ad Ankara (o Angora, come vogliono le cronache del tempo) la carta che decretava la fine della guerra con i francesi, il ministro degli Esteri Yusuf Kemal ebba cura di inserirvi un articolo che precisava che il fazzoletto di terreno che attorniava l’ultima dimora di Suleyman sarebbe rimasto turco, turca sarebbe stata la bandiera che avrebbe sventolato e turche le guardie che l’avrebbero difeso.

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    In 38 vegliavano su Suleyman nel 2015, quando una forza militare di quasi 600 soldati si mise in marcia nella notte di un sabato di febbraio, passando il confine dopo preoccupanti dispacci che volevano la tomba attorniata dai jihadisti dello Stato islamico, impegnati in duri combattimenti contro le milizie curde che ancora oggi controllano una vasta area del nord della Siria. Carri e uomini mossero verso l’exclave, l’unica turca, recuperando le spoglie e facendo saltare il complesso, perché non potesse essere utilizzato dagli uomini di Abu Bakr al-Baghadi.

    Un soldato morì nell’operazione, in quello che l’allora primo ministro Davutoglu descrisse come un incidente. I resti di Suleyman viaggiarono verso nord con le truppe, per fermarsi a un nulla dalla frontiera. Centinaia di migliaia di persone avevano compiuto quell’ultimo tratto nel 2014, sfollando verso la Turchia all’avanzare dei jihadisti sulla città di confine di Kobane.

    I resti di Suleyman Shah furono lasciati in territorio siriano, non lontano dalla città da cui un mese prima gli sforzi congiunti dei curdi e della coalizione internazionale avevano fatto arretrare lo Stato islamico. Da Damasco arrivarono le lamentele di Assad, di cui allora Erdogan chiedeva la deposizione a ogni piè sospinto. L’incursione con il favore delle tenebre era “un atto di aggressione” intollerabile. Oggi il presidente turco è più conciliante.

    Si disse allora che fu un accordo con i curdi ad agevolare il passaggio della colonna. A garantire una pace temporanea per l’antenato degli ottomani furono quelle stesse milizie che Ankara considera pericolose quanto l’Isis per la sicurezza nazionale e contro cui si è mossa nell’estate del 2016, con un’operazione militare che aveva l’obiettivo dichiarato di ricacciare indietro tanto loro quanto l’Isis. Diverso era lo spirito nel 2015, quando la sortita turca fu vista da molti come il tentativo di schivare eventi che avrebbero “obbligato” a un intervento in armi.

    Ieri il premier turco Yildirim ha annunciato che la Turchia intende spostare nuovamente i resti: questa volta verso sud, per riportarli a casa insieme all’unità militare incaricata di proteggerli, ora che la minaccia rappresentata dallo Stato islamico è di tutt’altro tenore. Come sarà possibile, quando e se sarà l’ultimo viaggio di Suleyman Shah sono domande a cui ancora non sappiamo rispondere.

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