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Il campo profughi libanese

Le case fatiscenti sembrano crescere verso l’alto come in un quadro di Boccioni ambientato nel terzo mondo. Le strade sono strettissime, quasi dei vicoli. Migliaia di persone camminano nelle anguste vie piene di spazzatura e odori forti. Il campo profughi palestinese di Shatila rappresenta una realtà che non potrebbe essere più lontana dalle vie del centro di Beirut piene di negozi di stilisti italiani e francesi, auto di lusso e ristoranti all’ultima moda. Eppure questo purgatorio dista solo pochi chilometri dai grattacieli scintillanti e dal centro monumentale.

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Guardando verso l’alto la vista del sole è quasi oscurata dai panni stesi alle finestre, dalle decine di bandiere dell’Olp e dai drappi con il volto di Arafat.

Shatila, nata negli anni cinquanta come campo profughi per palestinesi, nel tempo è diventata una città nella città. E’ ancora oggi gestita dalle Nazioni Unite.

Famosa per la strage di palestinesi e sciiti, che vi ebbe luogo durante la guerra civile libanese, in cui un numero di persone compreso fra 700 e 3.500, a secondo delle stime, furono uccise dalle milizie falangiste di Piere Gemayel.

Da quando è scoppiata la guerra civile siriana una nuova ondata umana, dopo quella palestinese, è arrivata nel piccolo Libano. Nel paese dei Cedri, oltre a una popolazione di 3 milioni 700 mila abitanti, vi sono più di un milione di profughi siriani e 500 mila palestinesi. Il Libano è la nazione che ospita, in proporzione al numero di abitanti, più rifugiati al mondo e questo crea moltissimi problemi a una società fragile che fatica a mandare avanti le istituzioni centrali dopo la guerra civile. Ogni cambiamento demografico o religioso è per la società civile libanese un tema sensibile. Questa è una delle ragione per cui molti profughi palestinesi non sono stati naturalizzati, perché avrebbero cambiato gli equilibri religiosi del paese. Tema che dopo la guerra civile è rimasto piuttosto scottante.

E’ difficile prevedere quando i profughi siriani potranno tornare in Siria e quindi le Nazioni Unite e il Libano si stanno attrezzando. Uno dei problemi maggiori sono i bambini più piccoli che hanno perso per colpa della guerra i primi anni di scuola. Il governo ha garantito la possibilità per i siriani di iscriversi alle scuole pubbliche libanesi. Ma c’è un ostacolo non da poco, perché nel paese le principali materie sono insegnate in inglese o francese, l’arabo viene insegnato come se fosse una lingua straniera. Questo è un ostacolo spesso insormontabile per i rifugiati siriani che finiscono nei campi perché venendo molti di essi dalle campagne ed essendo i più poveri, parlano solamente arabo. Se i bambini piccoli hanno saltato proprio i primi anni di scuola a causa della guerra e della non conoscenza del francese e dell’Inglese, non va di certo meglio per gli adolescenti. Si stima infatti che solamente il 3 per cento di quelli sopra i 15 anni si siano iscritti alle superiori. Secondo molti analisti sono quasi 250mila i bambini siriani in Libano che non riescono ad avere un’istruzione.

Molte Ong hanno aperto scuole in arabo per tentare di arginare questo dramma che vede un’intera generazione di piccoli siriani senza alcuna istruzione, vivere in un paese che non potrà mai dargli la cittadinanza. Questo perché un milione di sunniti poveri sconvolgerebbe una nazione con tre milioni e mezzo di abitanti, con 18 confessioni religiose riconosciute, una guerra civile alle spalle e una scena politica fondata su quote religiose.

La grande massa di profughi siriani rappresenta una delle sfide più complesse da gestire e garantire un’istruzione ai bambini è fondamentale per evitare che si radicalizzino.

Anche i minori che hanno la fortuna di andare nelle scuole libanesi si scontrano con non poche difficoltà. La prima è che molti vivono nella valle della Bekaa, a due passi dal confine siriano e dai villaggi da cui sono scappati. La valle non è molto abitata e quindi le scuole libanesi sono progettate per piccoli villaggi di campagna e non certamente per ospitare centinaia di migliaia di profughi.

Mancano quindi i professori e gli spazi adeguati. Inoltre, gli studenti libanesi si trovano in minoranza nelle classi e con compagni siriani che a fatica riescono a stare al passo con lezioni in una lingua, il francese o l’inglese, per loro straniera. Questa situazione ha finito per creare alcune tensioni tra studenti libanesi e siriani. Il fatto poi che il settanta per cento dei libanesi frequenti scuole private fa si che le scuole pubbliche non siano poi così tante nel paese. Inoltre, molte famiglie siriane non hanno i soldi per poter comprare i libri che la scuola prescrive o per i mezzi di trasporto.

Per tutti questi motivi il paese ha un disperato bisogno di aiuti internazionali e di personale qualificato che possa aiutarlo a gestire una crisi che altrimenti rischia di diventare esplosiva.

Il campo profughi palestinese di Shatila, dopo cinquant’anni è ormai una città nella città, con palazzi di sei, sette piani, vicoli strettissimi e sporchi dove vivono migliaia di persone.

Rawan Kinana, insegnante della scuola per bambini siriani organizzata dall’Ong, Najda Now, nello stesso palazzo in cui è ospitata la sede di Medici Senza Frontiere, disegna un futuro molto cupo per i suoi studenti.

La scuola, fondata nel 2012, non riceve fondi da nessuna istituzione internazionale o libanese, ma va avanti grazie alle donazioni dei privati e al lavoro dei volontari. Vi sono solamente tre stipendiati per qualche centinaio di studenti. Le classi sono gestite da giovani volontari occidentali o libanesi che, in modo non sempre continuativo, insegnano inglese, arte, teatro e sport. Molti dei bambini soffrono di problemi psicologici dovuti alla guerra siriana e al fatto che in Libano non sono sempre ben accolti. Per alcuni libanesi la parola siriano è diventata un insulto. Non bisogna dimenticare che per tanti anni la Siria ha occupato il Libano dopo la fine della guerra civile e una parte dei libanesi ha ancora astio contro di loro per questo. Molti libanesi hanno a cuore i rifugiati, ma altri li vedono come un pericolo che potrebbe portare a nuove tensioni tra i tanti gruppi religiosi presenti nel paese.

Secondo molti osservatori perfino i profughi palestinesi non vedono di buon occhio l’arrivo dei nuovi disperati siriani in un quartiere già sovraffollato, come di quello di Shatila.

Molti dei bambini sanno a mala pena reggere in mano una penna, è un’intera generazione che rischia di essere seppellita dagli odi e timori degli adulti e da una comunità internazionale che non riesce a risolvere i problemi in profondità. I bambini siriani della scuola di Shatila, in cui lavora Rawan Kinana, non hanno potuto andare in una scuola pubblica perché non sanno nemmeno l’alfabeto inglese o francese.

L’unica speranza nel quartiere, per chi parla solamente arabo, sono le scuole gestite dalle Ong, che però hanno pochi finanziamenti e hanno un bisogno disperato di soldi per pagare gli stipendi, per avere più personale e non dipendere da volontari stranieri che non sempre possono garantire una vera continuità di insegnamento.

I bambini tentano di scrivere i numeri latini su un quaderno, alcuni con più successo, mentre altri tendono a scriverli nel verso errato, come se stessero scrivendo in arabo. I volontari, con molta pazienza, tentano di fargli ripetere il tratto seguendo il loro esempio e di fargli comprendere che in inglese si scrive da sinistra verso destra, al contrario che in arabo.

I bambini non sono consapevoli che sulla loro testa si giocano partite internazionali e culturali. Sono vittime di diversi giochi, che si intrecciano tra loro, pericolosi e senza via d’uscita. Quando cresceranno lo stato libanese non gli concederà mai la nazionalità, perché sono prevalentemente sunniti e poveri. La loro eventuale integrazione porterebbe i sunniti a divenire da terza confessione religiosa del paese, dopo gli islamici sciiti e i cristiani maroniti, a prima. Infatti, sia i profughi siriani di fede cristiana, che sciita o alawita, che pure non mancano, essendo generalmente più benestanti e istruiti, sono rimasti nella Siria controllata dal governo di Bashar Al Assad, o sono stati accolti in occidente.

Anche la possibilità di tornare in Siria per ora è una prospettiva non semplice, sia perché la situazione non si è stabilizzata, sia perché in fondo il regime di Bashar el Assad preferisce gli alawiti, gli sciiti e i cristiani, a masse di contadini sunniti che percepisce come vicini ai ribelli. La fuga in occidente è anch’essa molto difficile, perché non hanno i soldi per pagarsi il viaggio e in generale i paesi occidentali accolgono preferibilmente i siriani più benestanti. Mentre nei campi profughi libanesi si fermano i più poveri. Bisogna andare nei quartieri ricchi di Beirut per trovare esponenti delle classe agiate siriane e perfino i figli dei ricchi rimasti in patria perché vicini al regime.

Non vi è nemmeno la possibilità di emigrare verso le ricche potenze sunnite del Golfo che non ne vogliono sapere dei profughi poveri. L’unica reale possibilità di accoglienza è rappresentata quindi dal Libano, dalla Giordania o dalla Turchia. I piccoli siriani sono quindi condannati al limbo, nell’attesa di capire se potranno tornare nella nuova Siria che sarà probabilmente sotto influenza russa e iraniana. Questo nuovo paese dovrà trovare una qualche forma di accordo tra la maggioranza sunnita e le minoranze alawite, sciite e cristiane. Accordo che sarà più facile con le élite sunnite, colte e laiche, che con le masse di contadini sunniti che nel tempo si sono spesso avvicinati agli islamisti e sono diventati in alcuni casi intolleranti verso le minoranze religiose o laiche. Un problema non da poco. Bisogna poi capire quale situazione si troverà sul terreno quando l’Isis imploderà a Raqqa e che ruolo tenteranno di giocare sia i curdi, a maggioranza di fede sunnita, che la Turchia, protettrice dei sunniti, ma grande nemica dei curdi siriani.

I bambini quindi tentano di imparare a scrivere, inconsapevoli che i grandi giocano varie partite a scacchi, spesso imprevedibili, sulla loro testa. Un gioco che vede nel sangue, nelle ideologie religiose e laiche, nelle migrazioni di massa, nel terrore, delle normali pedine che si possono spostare pur di vincere la partita.