LAPRESSE_20171228100815_25365254

Come cambia il volto dell’Opec
dopo l’asse tra Russia e sauditi

Il mercato del petrolio rappresenta ancora il fulcro delle economie mondiali e i Paesi dell’Opec sanno bene quanto sia pericoloso per le proprie finanze un crollo dei prezzi come quello avvenuto di recente, quando a gennaio del 2016 il prezzo del barile di greggio crollò a poco meno di 29 dollari per il WTI e 27 per il BRENT, che praticamente azzoppò la ricerca petrolifera di mezzo mondo essendo divenuta improvvisamente non più remunerativa. Il fattore principale di quel crollo fu una banalissima legge di mercato: troppa offerta per poca domanda. Analizzando più nel dettaglio la “troppa offerta” è stata causata dall’afflusso improvviso di una notevole quantità di “shale oil” americano unita alla volontà dell’Arabia Saudita – che produce un terzo della risorsa tra i paesi Opec – di mantenere le proprie aliquote all’interno del mercato, anche in considerazione del ritorno del greggio iraniano sbloccato dal termine delle sanzioni internazionali.

L’equilibrio è infatti abbastanza fragile e suscettibile alle “febbri” della geopolitica, da qui l’esigenza, nata in seno all’Opec, di un maggior coordinamento con gli altri Paesi che non fanno parte dell’organizzazione internazionale che vede riuniti 14 tra i maggiori produttori di greggio: Russia, Cina, Norvegia, Oman, Bahrein, Messico e anche gli Stati Uniti d’America.
Il problema è proprio calmierare la notevole produzione di “shale oil” americano che ha letteralmente invaso il mercato facendo crollare i prezzi. Questa risorsa non convenzionale, sebbene più costosa rispetto al greggio estratto con metodi tradizionali, ha creato notevoli problemi alle economie di quei Paesi – come la Russia e l’Arabia Saudita – che hanno nell’esportazione degli idrocarburi la propria fonte principale di ricchezza. Pertanto l’Opec ha deciso già a partire dalla fine dell’anno scorso di ampliare il proprio raggio di azione anche verso quei Paesi che non ne fanno parte per cercare di creare un cartello “mondiale” dei produttori di petrolio e quindi trovare delle politiche idonee nel campo della produzione.

Questo piano per la creazione di un supergruppo di Paesi potrebbe diventare esecutivo entro il termine del 2018 ovvero quando l’Opec avrà istituzionalizzato la collaborazione tra i 24 membri e non membri che hanno provveduto, con un’accorta politica di tagli, al recupero del prezzo del greggio.

Secondo Suhail al-Mazrouei, ministro dell’energia e dell’industria degli Emirati Arabi Uniti – che attualmente presiedono l’Opec dopo l’Arabia Saudita – la bozza di un accordo di collaborazione di lungo termine sarà pronta tra pochi mesi con l’obiettivo di “unire queste 24 nazioni per un periodo più lungo”.

L’ottimismo in quel di Vienna regna sovrano anche e soprattutto sulla scorta dei recenti sviluppi diplomatici che vendono coinvolte Mosca e Riad. Khalid al-Falih, ministro saudita per il petrolio, ha ribadito il mese scorso che l’alleanza energetica stretta con la Russia dal regno dei Saud continuerà per “decadi e generazioni” mentre lo scorso mercoledì ha annunciato che ci sono nuovi piani di investimento nel campo energetico – ma non solo – tra i due Paesi.

Il Segretario Generale dell’Opec, Mohammed Barkindo, ha sottolineato poi come questa alleanza sia la base di partenza per istituzionalizzare la partnership tra i 24 Paesi che hanno permesso il recente taglio di produzione che conseguentemente ha risollevato il prezzo al barile.

A dicembre dello scorso anno, infatti, è stato deciso di prolungare i tagli alla produzione – che ammontavano a circa 1,8 milioni di barili al giorno – per altri 9 mesi cosa che ha dato una iniziale spinta al rialzo del prezzo facendolo arrivare a 64 dollari (ora è di circa 62) quindi ben oltre la soglia fisiologica dei 40 necessari affinché le compagnie possano investire in programmi di ricerca ed esplorazione senza andare in perdita.

Il problema però sono gli Stati Uniti. Secondo gli analisti un prezzo del greggio mantenuto alto da un cartello di Paesi produttori così ampio non potrà impedire un ritorno massiccio sul mercato dello “shale oil” americano, con tutte le conseguenze che si sono già viste due anni fa.

I produttori Usa hanno già tratto beneficio dai tagli alla produzione e alla JBC Energy ritengono che molto probabilmente accadrà di nuovo con il risalire dei prezzi. “E’ probabile che ogni dollaro aggiuntivo porti a un potenziale rialzo del gruppo dello shale” ed i dati di settembre della produzione americana – quindi prima del taglio di dicembre – sembrano confermare questa tendenza: più 3% con 9,5 milioni di barili al giorno.

Sebbene l’Arabia Saudita sembri non credere che la sola produzione di “shale oil” possa far fronte alla crescita della domanda di greggio mondiale – che è stimata aumentare di 1,5 milioni di barili al giorno – altri Paesi, come la Russia e la Nigeria sono più preoccupati. Anche per questo il nuovo accordo che vedrà la nascita di un vero e proprio cartello globale del petrolio è visto di buon occhio: una partnership più stabile tra quei 24 Paesi che messi insieme rappresentano più del 60% della produzione mondiale di petrolio gioverà agli sforzi di mantenere il mercato stabile in futuro anche in considerazione del fatto che la crescita del settore dello “shale oil” americano significherebbe che gli Stati Uniti sarebbero in grado di superare Russia e Arabia Saudita per quanto riguarda la produzione entro la fine del 2018, cosa che metterebbe in crisi non solo il mercato del greggio ma anche le economie di Mosca e Riad così fortemente legate all’oro nero.

  • gianni cristiani

    Russia e Arabia Saudita sono sempre stati acerrimi nemici, ma la necessità di sopravvivere alla crisi del greggio le ha indotte a venire a patti. Alla fine il dio denaro prevale sulla ideologia!

  • potier

    questo è quanto e sempre successo … certe realtà possono essere rivali o avversarie tra loro, ma quando alla fin fine certi interessi collimano e si incontrano, ci si mette sempre d’accordo anche solo per spartirsi quel certo interesse che per quanto riguarda russi e sauditi è, e rimane solo il petrolio … c’è solo da sperare che gli americani incrementino l’estrazione del loro gas, specialmente e ovviamente estratto dai giacimenti con il metodo Shale gas … in maniera tale da, numero uno; tenere il prezzo degli idrocarburi il più basso possibile sul mercato internazionale, numero due; tenere sotto scacco quanto più a lungo l’economia russa con anche il fine ultimo di rallentarne la crescita economica, dal momento che si sa benissimo di come questi ultimi impegnano e usano le ingenti risorse derivanti da
    questa importante rilevante risorsa …

    • virgilio

      Prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr…………………….

  • MAX MASSIM

    ben vengano quindi i trasporti privati e pubblici a batteria e la costruzione di nuove e moderne centrali nucleari, si incentivi la ricerca sulla fusione nucleare. Questo sarà l’ultimo canto del cigno per il petrolio, il pianeta si evolve sempre e comunque.

  • CARLO FILE

    Shale oil molto piu caro,ma piu di tutto con le chemichalie che li spruzzano sotto tera USA per prendere Shale oil sono gia migliaia e migliaia di foreste morte e tantissime acque inquinate e colore verde con una puzza incredibile.Dalle tante parti di USA sono apparse grande voragini con grande puzza.E stato tutto sul PLANET CHANEL,come fano grande petrolifere USA con la natura lasciata morire.Sono enormi spazi inquinati .Nesuno non può fermare oil USA company, prendono terreno dal contadini,inqunano tutta aqua potabile e tutta la terra e foreste sono morte.Ma chi se ne frega ,USA e importante che prendono shail oil,anche se morirano le persone e natura e animali.TUTTO SI PUO VEDERE SUL PLANTE CHANEL .