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Nazionalismo e socialismo
in una città senza tempo

La prima cosa che si nota arrivando a Budapest è il minuzioso impiego dei dipendenti statali in qualsiasi ambito sia possibile avere un’occupazione. In ognuno dei propri spostamenti si può contare sull’aiuto – e sul controllo – di un esercito di omini che, con zelo giapponese, ti sanno dire cosa fare e dove andare.

Si è assistiti dall’omino che, all’ingresso dell’aeroporto, ti indica come fermare un taxi; da quello che ti mostra dove sia la stazione degli autobus; da quello che ti assiste nel fare il biglietto alle macchinette automatiche; e dai numerosi controllori che dirigono il traffico umano in ogni stazione della metropolitana.

A fare questi lavori sono soprattutto persone anziane o di mezza età. Il governo ungherese, infatti, deve trovare un’occupazione alle decine di migliaia di ex impiegati delle imprese socialiste che sono state immediatamente chiuse o privatizzate una volta crollato il blocco sovietico. E hanno lasciato per strada tutti i propri lavoratori, che hanno vissuto e vivono tutt’oggi come un dramma l’ingresso nel libero mercato. Molti di loro rimpiangono i servizi che venivano garantiti dal comunismo e sono oggi un massiccio bacino di voti del presidente nazionalista Viktor Orban.

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Nazionalismo e socialismo: due visioni del mondo in apparente contrasto reciproco che sopravvivono nell’Ungheria del 2016. E che sono più vigorose che mai. Se infatti l’impronta e socialista e statalista è palpabile nella mentalità delle persone, lo è anche l’orgoglio nazionale. A differenza che in molti Paesi dell’Europa occidentale, infatti, l’attaccamento alla nazione viene spesso esternato senza timore o riverenze, anche e soprattutto dalle nuove generazioni. Ai dipendenti statali si affiancano molti ragazzi ungheresi volenterosi di aiutare i propri coetanei stranieri nei loro spostamenti, soprattutto se li vedono intenti a spiegazzare una cartina della città. Il loro inglese è generalmente di buon livello sia nella pronuncia che nella grammatica e non è raro sentirli elogiare le bellezze della propria città, come se volessero che il turista percepisse il meglio di ciò che c’è. E le statistiche dicono che i partiti più popolari tra i giovani sono quelli conservatori e estrema destra.

Dipendenti statali ex comunisti e studenti istruiti e anglofoni condividono gli stessi spazi e le stesse funzioni. Anche in questo si mescolano nazionalismo e socialismo. La ridefinizione dell’identità ungherese dopo il 1989 passa anche da ciò. La svolta impressa da Orban fa leva su sentimenti di patriottismo, di fede religiosa e di fedeltà alla bandiera nazionale. Ottenendo consensi, paradossalmente, in chi rimpiange il comunismo. Cioè in coloro che vedono la globalizzazione, la finanza internazionale, l’Unione europea e il liberismo economico come dei potenti nemici che affamano il Paese e contro i quali il proprio presidente si erge per difendere la patria e i diritti del popolo magiaro.

“Gli ungheresi hanno bisogno di un leader forte” mi spiega Peter Magyar, giornalista che scrive per l’Ansa. “Prima hanno avuto i re e gli imperatori, poi i dittatori nazionalisti e in seguito quelli comunisti. L’arrivo improvviso del capitalismo è stato una tragedia, perché è stato gestito malissimo dai governi liberali e socialisti che hanno promosso politiche austerità così pesanti da farsi odiare dal popolo. I lampanti casi di corruzione tra le loro fila, poi, ne hanno totalmente compromesso la credibilità. Ad Orban non vi è oggi alcuna alternativa credibile e i suoi consensi sono ai massimi storici”.

Per le strade di Budapest, in effetti, sono in parecchi a dirsi soddisfatti del proprio governo. Si sentono poche lamentele su come sia stata gestita l’emergenza immigrazione della scorsa estate, anche perché di migranti in giro non se ne vedono più. Sono stati tutti caricati su treni diretti in Germania, Austria e Croazia. Alcuni passanti elogiano il presidente per “aver risolto il problema dei barboni”, riferendosi al pugno duro utilizzato dalle autorità contro i senzatetto, altro fenomeno dilagato negli anno 90 a seguito dei licenziamenti di massa. Con Orban il vagabondaggio è diventato illegale ed è punito severamente, cosa che ha scatenato le proteste della Ue ma che sembra aver garantito le simpatie di chi chiede ordine e pulizia. Elementi che, non a caso, sono tipici sia dei regimi comunisti che nazionalisti.

La convivenza tra l‘eredità comunista e la tradizione magiara si manifesta anche nell’architettura di Budapest. Le larghe e deleganti strade imperiali e le imponenti e sfarzose cattedrali convivono a fianco del calcestruzzo in stile sovietico. Le icone socialiste non sembrano cozzare contro le simbologie religiose e politiche. Che in Ungheria sono la stessa cosa. I simboli che adornano le chiese, infatti, sono gli stessi che si trovano nelle aule dei tribunali e degli uffici pubblici. I re magiari venivano incoronati e sepolti all’interno delle cattedrali cattoliche ed i simboli delle loro famiglie sono tutt’ora presenti in ogni contesto sia politico che confessionale. E la linea di demarcazione che divide i due ambiti è estremamente sottile.

Anche in questo è dovuto il successo di Orban. Le modifiche da lui inserite nella Costituzione durante il suo ultimo mandato collocano Dio e il Cristianesimo come valori e riferimenti fondanti della nazione ungherese e riconoscono il matrimonio tra uomo e donna come il presupposto necessario per creare una famiglia. In un popolo ancora apertamente cattolico ciò sta dando i suoi frutti, tanto che una consistente maggioranza lo appoggia e lo difende dalle accuse di Bruxelles di stare attuando una deriva autoritaria.

A levare un muro di scudi contro di lui è la stampa dissidente ungherese, che ha organizzato grosse iniziative contro di lui e il suo tentativo di rendere il mondo dell’informazione “organico all’interesse pubblico”, come lui stesso ha detto. Una grossa manifestazione di protesta sì è tenuta nel 2010 nella Piazza della Libertà di Budapest. In quella stessa piazza dove si trova la statua di Miklos Horthy, dittatore conservatore che governò il Paese negli anni 30 e 40. Ai piedi di essa vi sono numerose candele accese e mazzi di fiori freschi. A testimoniare che in Ungheria, nonostante tutto, nazionalismo e leader carismatici hanno un seguito consistente. E lo si nota.