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Bosnia, la porta del jihad in Europa

In un pezzo di Guido Rampoldi, pubblicato sul Fatto Quotidiano lo scorso 18 giugno, l’autore si scaglia contro chi, a suo parere, avrebbe “rovesciato” la narrazione della Guerra di Bosnia (1992-95), trasformando gli “aggrediti”, i musulmani bosniaci, in carnefici responsabili di aver fatto infiltrare nel paese “legioni di jihadisti”.

Rampoldi afferma che per gli autori criticati: “il presidente bosniaco Alija Izetbegović avrebbe offerto “ai propri amici mujaheddin internazionali un campo di battaglia dove continuare ad esercitarsi alla jihad. In definitiva, è lui che avrebbe importato e consapevolmente sviluppato, contagiando anche una parte della gioventù bosniaca, l’estremismo integralista musulmano nell’Europa balcanica”.

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Rampoldi tira in ballo l’analista militare statunitense “John Schindler“, citato come “apprezzato dai neocons” (e quindi? Ciò toglie forse autorevolezza ai suoi studi?), il generale Mario Arpino, ex capo di stato maggiore e persino Sergio Romano: “Di torme di jihadisti accorse in Bosnia narra anche uno storico, di solito rigoroso, come Sergio Romano, secondo il quale Izetbegovic voleva “islamizzare i musulmani”, ragione per cui in Bosnia convennero guerrieri provenienti “da tutte le jihad che si stavano predicando o combattendo in Africa e in Medio Oriente”.

Di solito rigoroso? Sergio Romano lo è anche questa volta, perché chiunque abbia vagamente approfondito la storia della guerra di Bosnia non può non essersi imbattuto in una certa unità di jihadisti arabi nota come “el-Mudzahid”, ma qui ci arriveremo dopo.

Nel pezzo, forse per eccesso di entusiasmo nei confronti della causa bosniaco-musulmana, Rampoldi rischia di perdere di vista alcune dinamiche evidenti; si potrebbe dire che i punti focali della sua teoria sono i seguenti:

  • In Bosnia non c’erano estremisti islamici.
  • Alija Izetbegovic non voleva islamizzare la Bosnia e non era un islamista.
  • Il 10% di matrimoni misti nelle principali città bosniache testimoniano che la Bosnia era multietnica.
  • La guerra era prettamente politica e messa in atto dai nazionalisti serbi e croati nei confronti della “Bosnia multietnica”.

A sostegno di ciò l’autore afferma che:
1-“In quei tre anni e mezzo (1992-95) il mitissimo islam bosniaco non emise una sola fatwa per incitare alla guerra santa contro gli aggressori ‘cristiani’. Non si palesarono predicatori salafiti (e quando ne apparve uno, nel 2006, fu invitato a sloggiare con un manifesto letto in tutte le moschee bosniache)”.
2-“Gli ‘hezbollah’ spacciati dalla Stampa erano i laicissimi soldatini del V corpo. Gli eserciti di guerrieri jihadisti assommavano a una cinquantina di assassini acquartierati nel’ex fabbrica dei fiammiferi di Travnik”.
3- “La ‘Dichiarazione islamica’ di Izetbegovic precede di 22 anni la guerra, e vi si leggono affermazioni come: “Al posto di odiare l’Occidente, dobbiamo proclamare la necessità della cooperazione”. Il governo di Sarajevo fece il possibile perché la Repubblica mantenesse un carattere pluri-etnico, indispensabile ai Musulmani per evitare la sorte cui li candidavano i nazionalismi serbo e croato, essere ridotta ad un Bantustan islamico”.

L’estremismo islamista in Bosnia

È veramente difficile oggi, con tutte le documentazioni a disposizione, affermare che in Bosnia non vi erano jihadisti stranieri, anche perché fu lo stesso Alija Izetbegovic ad ammetterlo in un’intervista a Senad Pecanin nel marzo 2002, arrivando a dire che egli stesso “tollerò” il loro arrivo (tra i 100 e i 300 secondo l’ex presidente). Un rapporto dell’International Crisis Group cita però numeri ben più alti, dai 2000 ai 5000.

Jihadisti arabi veterani dell’Afghanistan, membri di organizzazioni terroriste come la Gamaa al-Islamiyya egiziana, GIA, al-Qaeda. Non a caso tra i beneficiari della cittadinanza bosniaca ci sarà anche un certo Usama Bin Laden.

Rampoldi tira in ballo “una cinquantina di assassini collocati a Travnik”, ma non cita Zenica, quartier generale dell’unità “el-Mudzahid”, creata tra il 1992 e il 1993, composta in prevalenza da jihadisti arabi e con a capo Abu Abdel Aziz “Barbaros” che più avanti sarà succeduto da Anwar Shaban (ex imam di viale Jenner).

L’unità “el-Mudzahid” venne inglobata nella 7° Brigata Musulmana, parte del 3° corpo dell’esercito regolare bosniaco, ma di fatto restò un distaccamento separato e autonomo. Personaggi di spicco di el-Mudzahid furono Mustafa Kamel Suleiman, Karim Said Atmani, Abu Hamza “al-Masri” (ex imam di Finsbury Park, a Londra), Abu Sulaiman al-Makki (stretto collaboratore di Usama Bin Laden) e Abdelkader Mokhtari “Abu Maali”. Fu proprio quest’ultimo nel 2005 a confermare i rapporti tra lo “stato maggiore” dei jihadisti e Alija Izetbegovic. Del resto sono emersi filmati e foto che documentano incontri tra l’ex presidente bosniaco e alti membri di el-Mudzahid, tra cui Anwar Shaban e Abu Maali. In uno dei filmati viene ripresa una visita di Izetbegovic alla loro unità.

Liste di “mujahideen” che hanno combattuto in Bosnia sono facilmente reperibili e sono ben più di una cinquantina. Molti di loro ottennero la cittadinanza, sposarono donne del luogo e diedero vita a vere e proprie enclaves salafite, molte delle quali ancora presenti in Bosnia e documentate.

Il battaglione el-Mujahid fu scuola di radicalismo per diversi giovani bosniaci come Bilal Bosnic, Nusret Imamovic, Ibrahim Delic e l’infiltrazione salafita in Bosnia è ancora oggi problematica, come dimostrano i vari rapporti in ambito sicurezza, le operazioni anti-terrorismo condotte dalla SIPA, i casi di padri di giovani radicalizzati che hanno pubblicamente accusato Bosnic a processo e anche il caso dell’imam Selvedin Beganovic, aggredito in più occasioni per aver predicato contro la jihad in Siria.


Per approfondire: La figura del predicatore radicale


Per quanto riguarda le atrocità, sono disponibili le foto delle decapitazioni messe in atto a Teslic durante un assalto dei jihadisti arabi contro miliziani serbo-bosniaci, al quale avrebbe partecipato anche Abu Sulaiman al-Makki.

Del resto la presenza e le atrocità dei jihadisti arabi in Bosnia veniva denunciata anche da Stephen Schwartz nel suo libro The Two Faces of Islam e chi conosce Schwartz sa bene che è tutto tranne che un “neocon” o un filo-serbo.

“….Loro (i mujahideen) divennero famosi per le atrocità commesse nei confronti di croati e serbi di Bosnia. Mentre il livello di crimini commessi dai Bosniaci era leggermente inferiore rispetto ai loro avversari, diversi casi di tortura e omicidio messi in atto dai mujahideen sono ben noti”.

Rampoldi ha ragione quando dice che l’Islam bosniaco è mite e infatti gran parte dei musulmani bosniaci, molti dei quali di ispirazione sufi, non si riconobbero nell’ideologia jihadista predicata dai combattenti arabi. Si potrebbe andare avanti ancora molto a discutere ed esporre le attività dei jihadisti arabi in Bosnia, la struttura, i collegamenti, i finanziamenti e le conseguenze post- accordi di Dayton, ma per ragioni di spazio ci fermeremo qui.

La Dichiarazione Islamica di Alija Izetbegovic

Rampoldi cita giustamente un passo rassicurante della “Dichiarazione Islamica” di Izetbegovic, pubblicata nel 1970, ma non cita la parte dove l’ex presidente bosniaco afferma: “…Non ci sarà mai pace né coesistenza tra la fede islamica e le istituzioni politiche e sociali non islamiche……Il movimento islamico può e deve impadronirsi del potere politico perché è moralmente e numericamente così forte che può non solo distruggere il potere non islamico esistente, ma anche crearne uno nuovo islamico”.

Il pensiero di Alija Izetbegovic appare contraddittorio, incoerente e ciò traspare non soltanto nella Dichiarazione, ma anche nel suo modus operandi per quanto riguarda la politica estera, con corteggiamenti sia a Occidente che in terra islamica. Se a Ovest Izetbegovic parlava di democrazia e multiculturalismo, ai sauditi e agli iraniani citava la Sharia e la jihad.

Forse non ha torto Evan Kohlman, quando descrive l’ex presidente bosniaco non tanto come un estremista religioso, quanto piuttosto come un profilo debole sia sul piano politico che militare, paragonandolo al leader ceceno degli anni ’90, Dzokhar Dudayev.

Un ulteriore elemento che può valer la pena citare è il gruppo pan-islamista, ideologicamente vicino alla Fratellanza Musulmana egiziana, fondato nel 1939 in Bosnia e denominato Mladi Muslimani (Giovani Musulmani); trai suoi più ferventi attivisti c’era proprio Alija Izetbegovic. Una curiosità, il periodico pubblicato dal gruppo prendeva il nome di “el-Mudzahid”, esattamente come quell’unità di jihadisti arabi che negli anni ’90 confluiranno in Bosnia e che adotteranno come simbolo uno stemma molto simile a quello della Fratellanza Musulmana.

La Bosnia “multietnica”

È vero che la comunità islamica di Bosnia non ha mai emesso fatwe e non poteva che essere così. Infatti il problema del radicalismo islamista in Bosnia nasce proprio con l’arrivo dei jihadisti arabi e il loro insediamento in loco dopo la guerra, oltre che con il costante e sistematico proselitismo tentato nei confronti dei giovani miliziani bosniaci e in alcuni casi andato a buon fine, come dimostrano alcuni casi sopra citati.

Del resto che la Bosnia sia oggi uno dei paesi balcanici col più alto tasso di radicalizzazione, assieme al Kosovo, è dimostrato anche dal numero di jihadisti partiti per la Siria (circa 250).

È la prima volta nella storia dei Balcani che un numero così alto di combattenti si mobilita per una causa jihadista mediorientale, a differenza del 1995, quando i bosniaci partiti per la Cecenia assieme ai mujahideen arabi si contavano sulle dita di una mano. Segnale evidente che la propaganda salafita ha dato i suoi frutti.

Per approfondire:

Per quanto riguarda la Bosnia “multietnica”, il 10% dei matrimoni misti segnalato nelle principali città bosniache può essere un’arma a doppio taglio, visto che i grandi centri urbani bosniaci sono limitati, mentre nelle vaste zone rurali e montagnose i dati mostrano come difficilmente vi siano matrimoni interreligiosi. Guarda caso è proprio in queste zone che i predicatori dell’Islam radicale intensificano la loro attività di propaganda; aree decentrate, rurali, con alto tasso di disoccupazione ed istruzione, non solo in Bosnia ma anche in Albania, Kosovo e Macedonia.


Per approfondire: “Democrazia? Molto meglio Maometto”


La ricerca di Fedja Buric, “Becoming mixed: mixed marriages of Bosnia-Herzegovina during the life and death of Yugoslavia”, presso la University of Illinois tratta in maniera approfondita la questione dei rapporti interetnici in Jugoslavia, illustrando come nonostante eventuali similitudini con altri gruppi etnici jugoslavi, i musulmani di Bosnia avevano una forte tendenza ad associarsi con etnie esterne ma della medesima religione.

Il paper della Buric mette inoltre in evidenza un aspetto molto interessante, emerso nel 1969, quando il governo jugoslavo riconosceva i musulmani di Bosnia come “narod” (nazione) e i bosgnacchi diventavano uno dei popoli costitutivi della Bosnia assieme a serbi e croati e cioè il filone di pensiero dell’intellettuale bosniaco Salim Ceric, che si scagliava contro la dottrina dello “Jugoslavismo”, definito dal pensatore come “la nuova minaccia che aveva rimpiazzato quella borghese”.

Secondo Ceric, lo Jugoslavismo aveva portato all’assimilazione dei non-slavi all’interno dell’egemonia culturale serba; il pensatore accusava inoltre il partito comunista jugoslavo di aver obbligato i bosniaci a dichiararsi “jugoslavi”.

Ceric si scagliava poi contro i matrimoni misti, considerati pericolosi perché veicolavano lo Jugoslavismo, che l’autore non esitava a definire una patologia socio-psicologica che spingeva una persona ad alienarsi dalla propria origine, identità, nazione.

In conclusione, i Balcani sono un’area estremamente complessa, frammentata, dove etnie, fedi, interessi geopolitici ed economici si intersecano da secoli, un ponte tra Est e Ovest. Un contesto talmente complesso da precludere qualsiasi tentativo di interpretazione riduttiva, bicolore, dove la semplificazione e l’interpretazione ideologica non fanno altro che allontanare da qualsiasi tentativo di comprensione.