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Dopo il blocco di una nave dell’Eni
si rischia escalation nel Mediterraneo

Un vero e proprio “giallo” nelle acque del Mediterraneo orientale: una nave della nostra azienda Eni, bloccata in una zona internazionale da mezzi militari turchi ed impossibilitata a lavorare, con alle spalle il governo cipriota che da un lato stigmatizza sull’accaduto mentre, dall’altro, afferma di lavorare affinché non si arrivi ad una vera e propria escalation. Tutto è iniziato nella giornata di venerdì, quando la nave piattaforma SAIPEM 12000 era in procinto di raggiungere il punto dove avrebbe dovuto iniziare delle perforazioni; il tratto di mare in questione si trova in acque internazionali e, più precisamente, nella ZEE (Zona di Esclusività Economica) di Cipro con dunque Nicosia competente nel rilasciare autorizzazioni e ad avere rapporti con la nostra azienda dell’energia. A circa trenta miglia dal punto in cui la SAIPEM 12000 doveva iniziare il lavoro, delle navi militari turche l’hanno circondata impedendo all’equipaggio di continuare la sua navigazione; di fatto, la nave dell’ENI si trova adesso bloccata dalle autorità turche.

Le motivazioni del governo di Ankara

Il tutto a poche ore dalla visita effettuata dal presidente turco Erdogan in Italia; proprio di ritorno da Roma, il capo dello stato ha rilasciato un’intervista al quotidiano Hurryiet, affermando di aver già nel nostro paese espresso ‘preoccupazioni’ a Gentiloni e Mattarella per quelle che lui stesso ha chiamato ‘mosse sbagliate da parte dell’ENI’. Per Ankara, le perforazioni autorizzate dal governo cipriota ed affidate alla nostra azienda dell’energia sarebbero pericolose e dannose tanto per la stessa Turchia, quanto per la Repubblica di Cipro del Nord, enclave turcofona dell’isola riconosciuta soltanto dal governo turco; ma non solo: secondo le autorità di Ankara fino al 22 febbraio in quello specchio d’acqua compreso tra la ZEE cipriota e la piattaforma continentale turca sono previste esercitazioni militari, dunque non sarebbe per tal motivo possibile procedere con le attività previste invece dall’ENI ed autorizzate dal governo cipriota.

La risposta di Cipro

Da Nicosia, il riconfermato presidente Anastasiades ha da un lato ripreso e condannato il comportamento turco, dall’altro ha affermato di essere a lavoro per evitare ulteriori escalation; appare chiara però l’irritazione del governo greco – cipriota, all’interno del quale in tanti iniziano a considerare la mossa di Erdogan come vera e propria provocazione volta a mettere pressione alle autorità di Nicosia. Il Ministro degli Esteri cipriota nelle scorse ore ha affermato di essere in contatto sia con il governo di Roma che con l’ENI, in attesa di ulteriori sviluppi volti a dirimere definitivamente la controversia; del resto, i rapporti tra l’azienda italiana ed l’esecutivo cipriota sono vitali ed importanti dal 2013, da quando cioè la nostra azienda ha acquisito sei licenze nella ZEE di Cipro per attività di esplorazione alla ricerca di nuovi giacimenti. Proprio nei giorni scorsi l’ENI aveva annunciato la scoperta di gas nel cosiddetto ‘blocco 6’, lì dove era diretta la SAIMPEN 12000; il materiale ritrovato, potrebbe rappresentare l’estensione del giacimento egiziano ‘Zohr’ nelle acque internazionali vicine all’isola di Cipro.

La Turchia tenta di imporre la sua legge nel Mediterraneo orientale

Al di là delle motivazioni fornite da Ankara nel fermo attuato nei confronti della nave dell’ENI, resta un fatto politico molto importante: Erdogan cerca di imporre la sua volontà anche lì dove non ha giurisdizione alcuna per farlo; lo specchio d’acqua del Mediterraneo dove è stata bloccata la SAIMPEM 12000 non è sotto la sovranità turca, né può essere considerata una zona di competenza delle autorità di Ankara. L’ENI in quel tratto di mare sta operando con regolari licenze del governo di Nicosia, competente in quanto secondo il diritto internazionale le risorse delle ZEE devono essere gestite unicamente dalle autorità del paese a cui appartiene l’esclusività economica di quelle determinate acque internazionali; non risultano essere state rilasciate autorizzazioni lesive di vitali interessi turchi, né in grado di compromettere le attività di competenza del governo di Ankara nelle acque sotto la sua giurisdizione.

In poche parole, la mossa di Erdogan è una vera e propria intrusione in affari inerenti la sovranità di Cipro ed il suo diritto di gestire la propria politica energetica; in mezzo, vi è l’Italia con l’ENI che ha regolarmente stipulato contratti di licenza per poter operare in quell’area: da Ankara, le preoccupazioni emerse sembrano riguardare non tanto le paventate esercitazioni militari previste entro il 22 febbraio, bensì la prospettiva che l’ENI possa strapparle un ruolo di primo piano nella gestione delle risorse energetiche nel Mediterraneo orientale, fetta del ‘mare nostrum’ che la Turchia considera un vero e proprio giardino di casa. Al momento, a Roma è stato scelto un profilo basso sulla vicenda: il governo cipriota ha confermato i contatti con il nostro esecutivo, è probabile che siano in corso contrattazioni di natura diplomatica per sbloccare la vicenda, resta però il fatto di come oramai la Turchia sembra avere installato un modus operandi volto a considerare di proprio interesse tutto ciò che riguarda quella porzione di Mediterraneo, anche lì dove non è competente a livello giurisdizionale.


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