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In Birmania continua la pulizia etnica
nel silenzio assordante di San Suu Kyi

In Birmania nello stato di Rakhine l’esercito sta compiendo una terribile pulizia etnica nei confronti della minoranza musulmana dei Rohingya. Nell’ultimo mese più di 421mila profughi sono fuggiti in Bangladesh, 35.000 hanno attraversato il confine in un solo giorno in questa settimana, almeno 400 i morti, 210 i villaggi carbonizzati. Ma Aung San Suu Kyi, la leader birmana, premio Nobel per la pace, ha detto, dopo aver annullato il suo discorso di fronte all’Onu, ma rivolgendosi ai diplomatici riuniti a Naypyitaw, che “più della metà” dei villaggi abitati dalla minoranza musulmana dei Rohingya non sono stati colpiti da violenze. Ha invitato i diplomatici a visitare quei villaggi in maniera da rendersi conto assieme al governo “che in quelle particolari zone non ci si sta massacrando a vicenda”. Parole che sembrano pietre. Lontane anni luce da quelle del premio Nobel che si batteva per la democrazie nel suo paese. Suu Kyi sta cercando di minimizzare agli occhi di tutto il mondo ciò che sta accadendo. Gli orrori che si stanno consumando nel Rakhine.

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La leader è stata criticata da altri Nobel, tra cui il vescovo Desmond Tutu e la pachistana Malala Yousafzai, ma anche dal Dalai Lama. James Gomez, direttore di Amnesty International per l’Asia meridionale ha dichiarato in proposito: “Su questi orrori lei e il suo governo continuano a nascondere la testa sotto la sabbia”. Suu Kyi nega che vi siano abusi sistematici da parte delle forze dell’ordine nei confronti dei Rohingya. Gli appelli delle Nazioni Unite e dei governi vicini per frenare le violenze e consentire agli aiuti umanitari di arrivare alle vittime non hanno avuto alcun effetto.

L’Economist, il noto settimanale britannico, puntualizza che “il governo non è neanche disposto ad usare il termine di Rohingya, ma considera questo gruppo presente nel Rakhine fin dai tempi precoloniali come immigrati clandestini del Bangladesh”. “La maggior parte dei birmani ritiene anzi – continua l’Economist – che questa minoranza musulmana, i Rohingya, stia complottando contro il buddismo, che è la religione della maggioranza”. Temono infatti che la Birmania possa avere la stessa sorte dell’Indonesia, una volta buddista, e ora il paese musulmano più popoloso.

Bisogna però chiarire che la premio Nobel è ostaggio di una costituzione voluta nel 2008 dai generali, che si sono tenuti i ministeri più importanti, quello degli Interni, delle Frontiere e della Difesa, senza la possibilità di ingerenza da parte del governo. Perciò sono scarsi i poteri di intervento di Suu Kyi. “Ma se non può frenare l’esercito, – ammonisce l’Economist – dovrebbe per lo meno denunciare questi comportamenti che causano orrori per l’etnia dei Rohingya”, perché la leader birmana “ha ancora un’immensa autorità morale” nel paese e a livello internazionale.

Ma la situazione è ancora più complessa come puntualizza Cecilia Brighi, segretario generale dell’associazione “Italia-Birmania insieme” e autrice del libro Le sfide di Aung San Suu Kyi per la nuova Birmania: “La destra militare e i monaci buddisti oltranzisti utilizzano questa situazione per mantenere il loro potere. Hanno chiesto infatti lo stato di emergenza e puntano così ad esautorare il Parlamento e Aung San Suu Kyi, proprio ora che la Birmania si sta incamminando verso la democrazia”.“La Birmania è ricchissima di gas, petrolio, acqua, minerali preziosi, – sottolinea Brighi – e ci sono quindi degli interessi geopolitici enormi, lo stato infatti si trova in punto cruciale, in mezzo alla Via della Seta. Inoltre gruppi estremisti all’interno dei Rohingya sono stati finanziati dall’Arabia Saudita wahhabita, ma allora nessuno si indignava”. Poi conclude: “Non bisogna dimenticare che il gasdotto Shwe costruito dalla Cina passa per la Birmania, e in parallelo vi è anche un oleodotto, il primo trasporta il gas del Myanmar, il secondo il petrolio dal Medio Oriente. La Birmania nell’anno 2016/2017 ha guadagnato 1 miliardo e 200 milioni di dollari per la vendita di gas. Perciò non è visto di buon occhio che il paese diventi democratico. La dittatura militare tra l’altro è appoggiata da Russia, Cina, Corea del Nord e Israele. Gli interessi sono enormi”.

Come scrive l’Economist la soluzione sarebbe “cercare di cambiare il comportamento dell’esercito adottando sanzioni che lo puniscano direttamente”. L’America e gli altri paesi dovrebbero ripristinare le sanzioni per le imprese che fanno affari con le aziende legate all’esercito. L’esercito birmano non è facile da influenzare, ma l’isolamento economico e diplomatico potrebbe giocare una parte per convincerlo a cedere il potere e per risparmiare altre sofferenze ai Rohingya.

  • Manolis e Giorgos Immortali ✠

    Le pulizie etniche sono tali solo ed esclusivamente se operate da stati non filo-americani… nessuno ricorda l’olocausto dei giapponesi e dei tedeschi durante e dopo la seconda guerra mondiale.

  • Se77e

    Queste notizie non vendono in quanto tutti i musulmani sono brutti sporchi e cattivi.