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Avversari in carcere e media sotto censura
Così l’ex khmer rosso è pronto a perpetuare il suo potere assoluto

Nell’indifferenza del mondo la Cambogia va al voto. Domenica 29 luglio gli elettori khmer sono chiamati alle urne per rinnovare governo e parlamento. Apparentemente un normalissimo passaggio democratico, in un Paese apparentemente stabile e tranquillo. Peccato che il principale movimento di opposizione, il Partito di Salvezza Nazionale della Cambogia (Psnc), sia stato sciolto d’imperio lo scorso novembre e molti suoi esponenti sono stati arrestati o esiliati. In prigione è finito il leader, Khem Sokha, e la metà dei suoi 55 parlamentari si sono rifugiati oltreconfine. Per altri 118 quadri del Psnc è arrivato il divieto assoluto di parola. L’accusa confermata, senza alcuna possibilità d’appello, dalla Corte suprema cambogiana è l’aver collaborato a un improbabile piano statunitense mirante a destabilizzare il Paese e rovesciare il governo. Insomma, alto tradimento e altre «facezie» per spezzare un’onda che sembrava inarrestabile: alle elezioni legislative del 2013 il movimento di Khem Sokha aveva ottenuto il 44,5 per cento dei suffragi e alle comunali dello scorso anno, svoltesi in un clima incandescente, il 43,8. Per il potere, le elezioni di domenica erano un rischio inaccettabile. Meglio le manette.

L’atto di forza è stato voluto dall’intramontabile primo ministro Hun Sen. Un tipo poliedrico quanto ferrigno. La sua vicenda politica inizia negli anni ’70 nelle file dei sanguinari khmer rossi; Hun collaborò alla follia genocida di Pol Pot sino al 1977 quando, temendo di restare stritolato nell’ennesima purga interna, fuggì in Vietnam. Tornato in patria nel 1979 al seguito del vittorioso esercito di Hanoi, divenne l’uomo di fiducia dei vietnamiti: nel 1980 fu nominato ministro degli Esteri e nel 1985 divenne primo ministro.

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In molti lo consideravano poco più di un fantoccio, ma si sbagliavano. Nel tempo Hun Sen si è scosso di dosso gli ingombranti protettori, ha riorientato le alleanze internazionali (verso la Cina) e, soprattutto, si è impadronito minuziosamente di ogni leva del potere. Lo stesso re Norodom Sihamoni formalmente la Cambogia rimane una monarchia costituzionale è ridotto a un grazioso orpello: a differenza del padre Sihanouk, personaggio vulcanico e carismatico, il prudentissimo monarca preferisce la quiete della reggia, le danze e le sue preziose collezioni d’arte.

L’apatico sovrano non è l’unico a temere il suo tenebroso primo ministro. Secondo i rapporti di Amnesty International e di altri osservatori, da decenni brogli elettorali, abusi giuridici e omicidi politici sono la regola. Del resto lo stesso Hun Sen ha ripetuto più volte che è «disposto a eliminare 100 o 200 persone per assicurare la vita di milioni di altre».

Una frase emblematica che nel martoriato contesto locale ha un significato chiaro: l’unica alternativa al regime è una nuova guerra civile. Per i sopravvissuti ai conflitti e alla mattanza comunista una prospettiva inaccettabile: meglio per loro sopportare l’invasivo leader e votare il suo Partito Popolare della Cambogia che rischiare di sprofondare nuovamente all’inferno. Alle minacce si somma poi l’indubbio sviluppo del regno. Grazie all’aiuto della Cina con 5 miliardi di dollari di scambi primo partner commerciale di Phnom Penh e della rinata industria turistica, da dieci anni la crescita economica tiene una media del 7 per cento. Un miracolo per chi ha conosciuto e sofferto gli anni della fame e della carestia.

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Immagini tremende e numeri rassicuranti che però non convincono i giovani più del 60 per cento della popolazione , che non hanno conosciuto i bombardamenti americani, il terrore rosso, la miseria più squallida. Figli di un presente relativamente confortevole, i «baby boomer» nati dopo il 1990 vivono con insofferenza il malcostume e il nepotismo (la Cambogia è al 161° posto su 180 della classifica dell’indice di corruzione stilato da Transparency International), non sopportano l’autoritarismo sempre più soffocante e attendono un cambiamento, aria e idee nuove.

Sono loro la base del disciolto Psnc, tre milioni di elettori su 6,6. L’incubo di Hun Sen. Non a caso alla repressione è seguito l’ennesimo giro di vite su giornali Il Phnom Penh Post, principale quotidiano di opposizione è stato acquistato da un miliardario malese vicino al governo , canali radio e social network, Facebook compreso.

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Ormai certo della sua vittoria, il primo ministro ha annunciato che «governerà almeno per altri dieci anni», ma in realtà sta preparando la successione a favore dei propri figli. In perfetto stile nordcoreano, Hun Sen ha promosso il figlio maggiore Hun Manet capo di stato maggiore delle forze armate e il minore Hun Many, capo dell’Unione delle federazioni dei giovani (Ufjc). La dinastia deve continuare.

Le elezioni di domenica possono però presentare ancora qualche sorpresa. L’opposizione in esilio ha lanciato la campagna «Clean finger», ovvero «dito pulito» (per votare serve l’impronta digitale sul registro) con l’obiettivo di delegittimare il potere con l’astensionismo. Il governo ha subito risposto con l’ennesimo divieto. Come ha annunciato Tep Nypha, arcigno direttore della commissione elettorale nazionale, «intraprenderemo azioni legali contro chi inviterà a boicottare le elezioni per proteggere l’interesse dei cittadini e della democrazia». Per non lasciare dubbi sulle intenzioni il governo ha mobilitato 80mila militari «per assicurare la sicurezza» del voto. Gli avversari sono avvertiti.