Roberto Vivaldelli

  • Il missile balistico sudcoreano Hyunmu-2 lanciato durante un'esercitazione

    Il piano di Russia e Cina
    per arginare Pyongyang

    Le recenti sanzioni votate dall’ultimo Consiglio di Sicurezza dell’ONU contro la Pyongyang sono piuttosto dure. Esse prevedono una riduzione del 30% sulle esportazioni di petrolio greggio e raffinato nel Paese; un divieto alle esportazioni di gas naturale e dei materiali tessili nordcoreani nonché uno stop ai nuovi permessi di lavoro rivolto ai cittadini della Corea del Nord nel mondo (oltre 90.000 le persone che lavorano attualmente all’estero). Questo è il risultato di una mediazione serrata tra gli Stati Uniti, Cina e Federazione Russa e, nonostante le sanzioni imposte, è molto diverso da ciò che gli USA avrebbero voluto imporre al regime. 

    L’iniziale bozza redatta dalla diplomazia americana comprendeva il congelamento dei beni di Kim Jong-un e il divieto di viaggiare all’estero a lui e a tutti i funzionari coreani, oltre ad ulteriori sanzioni. La bozza autorizzava gli stati membri delle Nazioni Unite a ispezionare le navi nordcoreane nelle acque internazionali e a imporre un embargo petrolifero totale, che avrebbe gettato il Paese nella miseria. Un’iniziativa bloccata sul nascere dal presidente russo Vladimir Putin e dal Ministro degli Esteri Lavrov.

    Russia e Cina vogliono la stabilità nella regione

    Ciò che Russia e Cina non vogliono è una guerra nella penisola coreana e l’instabilità nella regione. “Le priorità di Russia e Cina sono chiare – spiega l’analista geopolitico Pepe Escobar su AsiaTimesstabilità a Pyongyang, nessun cambio di regime, nessuna drastica alterazione della scacchiera geopolitica né una profonda crisi dei rifugiati”. Importante in questo senso comprendere ciò che è successo la scorsa settimana all’Eastern Economic Forum di Vladivostok, che ha avuto luogo a soli 300 chilometri dai test missilistici di Pyongyang.

    Appuntamento ignorato dall’opinione pubblica occidentale ma evento chiave per comprendere cosa accadrà nell’imminente futuro. “Ciò che Russia e Cina propongono – osserva l’esperto – sono essenzialmente dei colloqui a 5 + 1 (Corea del Nord, Cina, Russia, Giappone e Corea del Sud, più gli Stati Uniti), in territorio neutrale, come confermato dai diplomatici del Cremlino. A Vladivistok Putin ha disinnescato a suo modo l’isteria militare avvertendo che fare un passo oltre le sanzioni significherebbe un invito al cimitero”.

    Cooperazione con Pyongyang e nuove infrastrutture

    Mosca e Seul hanno concordato l’istituzione di una piattaforma commerciale trilaterale che coinvolga Pyongyang al fine di investire nelle infrastrutture e nei collegamenti in tutta la penisola coreana e con l’Estremo Oriente russo. E il primo paese a voler incrementare la cooperazione con Pyongyang è proprio la vicina Corea del Sud. Il Primo Ministro sudcoreano Moon Jae-In ha proposto la costruzione di “nove ponti” di cooperazione tra Seul e la Corea del Nord che riguardano il “gas, le ferrovie, le costruzioni navali, la creazione di gruppi di lavoro, l’agricoltura e altri tipi di cooperazione”.

    Moon ha aggiunto che tale cooperazione trilaterale mira alla creazione di progetti comuni nell’Estremo oriente russo. Come racconta Escobar, Moon sa che “lo sviluppo di tale area promuoverà la prosperità dei due paesi e contribuirà anche a cambiare la Corea del Nord, creando la base per l’attuazione di accordi trilaterali”.

    Una ferrovia che colleghi Seul al Continente

    Durante il Forum si è parlato molto anche di trasporti e nuove infrastrutture. Seul vorrebbe una rete ferroviaria che la colleghi al Continente; penalizzata dall’isolamento della Corea del Nord, la Corea del Sud, infatti, mira alla costruzione di linea ferroviaria trans-coreana che la colleghi alla Cina e alla Federazione Russa. Mosca è assolutamente favorevole alla soluzione prospettata. 

    Il presidente Vladimir Putin ha sottolineato che “l’attuazione di queste iniziative non solo sarebbe economicamente vantaggioso, ma consentirebbe di rafforzare la fiducia e la stabilità nella penisola coreana”. La strategia di Cina e Russia è quella di integrare e coinvolgere la Corea del Nord nello sviluppo di importanti reti di comunicazione e cooperazione; per farlo però serve la stabilità politica, non la guerra. 

  • james

    Chi è Le Mesurier, il fondatore dei caschi bianchi

    Attivi dal 2013, i caschi bianchi siriani  sono stati celebrati e premiati in tutto l’occidente per «il coraggio, la compassione e l’impegno umanitario eccezionali nel soccorrere i civili». Già candidati al Nobel per la Pace e vincitori del «Nobel alternativo» ideato nel 1980 dallo scrittore Jakob von Uexkull, i soccorritori siriani sono diventanti celebri in tutto il mondo grazie all’omonimo documentario-cortometraggio prodotto da Netflix, premiato agli ultimi Oscar nella rispettiva categoria. 

    Un riconoscimento globale delle loro attività nelle zone controllate dai ribelli, nonostante numerose inchieste abbiano messo in luce i controversi legami  dell’organizzazione umanitaria con i terroristi di Al-Nusra, la diramazione siriana di Al-Qaida – che ora prende il nome di Hayat Tahrir al-Sham. Per comprendere la vera identità della protezione civile ribelle, occorre tuttavia fare un passo indietro e arrivare a James Le Mesurier, addestratore e fondatore della nota Ong.

    Chi è James Le Mesurier

    In un’intervista a Il Foglio del 5 ottobre 2016, James Le Mesurier racconta come ha fondato i caschi bianchi siriani: «Il mio background è nei processi di stabilizzazione. Lavoro in medio oriente da circa vent’anni. Ho lavorato in zone di conflitto in tutto il medio oriente, e l’approccio standard dei governi che vogliono stabilizzare degli stati falliti o fragili di solito segue due linee guida: la democratizzazione e il buon governo e il rafforzamento del settore della sicurezza. Ho iniziato a lavorare in Siria nel 2011 e quello che ha iniziato a prendere corpo era il solito lavoro di supporto secondo manuale: sostenere un paese che stava cadendo verso una instabilità drammatica e implementare una serie di programmi di democratizzazione e buon governo per la popolazione siriana».

    I caschi bianchi e Al Qaida

    L’ex soldato, parlando dei corsi di addestramento, sostiene di averne organizzato uno «per Aleppo, il secondo per Idlib. Nel secondo corso, c’erano 21 persone, 19 delle quali sono ancora con i caschi bianchi». Uno di questi è Majd Khalaf mentre l’altro è Raad Salah, oggi a capo dell’organizzazione. Sia ad Idlib che ad Aleppo, tuttavia, la più radicata forza di opposizione armata era proprio Jabhat al-Nusra (Hayat Tahrir al-Sham). Tuttora Idlib è sotto il controllo dei terroristi di Hayat Tahrir al-Sham.

    Sono questi gli interlocutori dei volontari? Alcuni indizi sembrano accertarlo. A maggio i caschi bianchi hanno ricevuto, proprio ad Idlib, un premio dalla formazione terroristica, con tanto di cerimonia organizzata in loro onore. Il video che immortala l’evento è stato diffuso su twitter e ha fatto il giro dei social. In un altro video circolato sul web, il leader di Hayat Tahrir al-Sham, Abu Jaber, ha lodato apertamente i caschi bianchi, definendoli i «soldati nascosti della rivoluzione». 

    James Le Mesurier: dalle attività di mercenario ad attivista «umanitario»

    Come molti altri ufficiali dell’esercito britannico, Le Mesurier ha frequentato la Royal Academy of Military, dove si è diplomato con il massimo dei voti, ricevendo persino la Medaglia dalla Regina. In seguito ha servito l’esercito britannico in molti teatri di guerra. In particolare, ha lavorato come capo dell’intelligence inglese a Pristina, in Kosovo. Nel 2000, Le Mesurier ha lasciato l’esercito e ha iniziato a lavorare per le Nazioni Unite, poiché «l’aiuto umanitario è più efficace» di un esercito nei teatri di guerra, secondo la sua esperienza.

    «Il fondatore dell’organizzazione – scrive la giornalista Vanessa Beeley – James Le Mesurier, si è laureato presso la Elite Royal Military Academy della Gran Bretagna, a Sandhurst, ed è un ufficiale britannico che faceva parte dell’intelligence, coinvolto in in una lunga serie di interventi militarti della Nato in molti teatri di guerra, tra cui Bosnia, Kosovo e Iraq. Egli vanta anche una serie di incarichi di alto profilo presso le Nazioni Unite, l’Unione europea, e nel Regno Unito. Inoltre, ha stretti legami con La Academi, la compagnia militare privata statunitense fondata nel 1997 da Erik Prince».

    Finanziati dal governo britannico

    Con buona pace della narrazione che dipinge l’organizzazione umanitaria come un attore disinteressato e imparziale nel complesso mosaico siriano, i caschi bianchi ricevono cospicui finanziamenti governativi. Come rileva il Telegraph, il Foreign and Commonwealth Office, il dicastero del Regno Unito responsabile della promozione degli interessi del Paese all’estero, rappresenta la «principale fonte di finanziamento» della ong. Questo stanziamento di denaro avviene per mezzo del «Conflict, Stability and Security Fund (CSSF)», un fondo strategico impiegato dal governo all’estero talmente segreto che, lo scorso marzo, l’ex ministro della Difesa conservatore, Archie Hamilton, ha chiesto delucidazioni all’attuale Segretario di Stato per gli affari interni del Regno Unito, Amber Rudd, su come e dove fossero stati stanziati questi contributi – nell’ordine di un miliardo di sterline.

    Rudd ha spiegato che i nomi «dovevano rimanere segreti per non creare imbarazzo» ma ha ammesso che quelle risorse «fanno gli interessi del Regno Unito in aree instabili» e finiscono a gruppi «come i caschi bianchi in Siria, che svolgono un ottimo lavoro». È noto che il governo inglese ha sempre sostenuto la cacciata di Assad e supportato l’opposizione, in favore di un regime change. Non propriamente una donazione disinteressata, dunque.

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