Donna saudita a Londra durante la visita di Salman

In Arabia Saudita è record
di condanne a morte e di crudeltà

Mhoammed bin Salman è il giovane principe saudita che ha preso in mano le redini del regno in attesa di divenirne il re. È stato definito il “millennial più potente del mondo” essendo nato nel 1985. È l’uomo che ha conquistato l’Occidente per la sua visione di apertura e di maggiore (apparente) laicità: con lui le donne potranno iniziare a guidare le automobili  e con lui saranno riaperti i cinema chiusi da oltre trent’anni per la follia integralista del wahabismo radicale che domina l’Arabia Saudita.

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Un principe sanguinario

Ma lui è famoso anche per aver iniziato una ferrea lotta alla corruzione arrestando e processando centinaia tra uomini d’affari, membri del governo e della famiglia reale; una purga in pieno stile che secondo alcuni analisti è solo un mezzo per eliminare i nemici e gli oppositori.

Eppure dietro questa apparente modernità che l’Occidente si è affrettato a celebrare con i suoi leader e con i suoi media, da quando Mhoammed bin Salman ha preso le redini del regno, il numero di esecuzioni capitali in Arabia Saudita è raddoppiato: 133 da giugno 2017 (il periodo della sua ascesa) contro le 67 dello stesso periodo per l’anno precedente. 

Il Rapporto Reprieve

È il quadro fosco dipinto dall’ultimo rapporto Reprieve, intitolato “Justice Crucified: The Death Penalty in Saudi Arabia”

Nei primi tre mesi del 2018 sono state 33 le condanne a morte eseguite e, secondo le previsioni, l’Arabia Saudita supererà le 200 entro la fine dell’anno.

L’organizzazione britannica in prima linea per la difesa dei diritti umani, descrive lo scenario del sistema giudiziario del principale alleato dell’Occidente, come terrificante. L’analisi che parte dal 2014 evidenzia che:

  • Il 72% dei giustiziati sono stati condannati per reati non violenti, come droga o dissenso al regime. Solo il 28% sembra aver commesso reati violenti.
  • Molte delle esecuzioni sono in capo a persone condannate quando erano minorenni.
  • L’uso della tortura per estorcere confessioni è prassi legale nel sistema giudiziario saudita.
  • Le condanne a morte avvengono con metodi orribili come decapitazione, crocifissione e lapidazione, atte ad aumentare la crudeltà e la sofferenza del condannato.

“Il sistema della pena capitale in Arabia Saudita infrange il diritto internazionale e i diritti umani” scrive i rapporto di Reprieve; e denuncia Stati Uniti e Gran Bretagna, paesi storicamente alleati di Ryad, come “riluttanti a condannare questi abusi”.

Attualmente nel braccio della morte delle carceri saudite ci sono 22 persone condannate per aver partecipato a proteste anti-governative contro il regime; 19 per reati di droga, 4 per rapina e solo 12 per reati violenti (terrorismo e/o omicidio).

Più in generale, secondo il rapporto, in Arabia Saudita si può essere condannati a morte per “blasfemia, apostasia, corruzione, stregoneria, rapina, distribuzione e /o consumo di alcol, furto, pratiche sessuali come adulterio, sodomia e omosessualità e reati legati alla droga”. Insomma la pena di morte viola i più elementari criteri accettati dal Diritto internazionale e dalle Nazioni Unite: “l’Arabia Saudita mostra una persistente mancanza di rispetto per gli standard internazionali sui diritti umani e continua a usare e abusare della pena di morte come arma di oppressione politica”, scrivono nel rapporto.

Un caso che ha fatto scalpore è quello di Dawoud Hussain al-Marhoon, arrestato nel 2014 quando aveva solo 17 anni, per aver partecipato alle manifestazioni contro il regime sorte sulla scia della Primavera Araba; nipote di un famoso chierico della minoranza sciita, ha confessato sotto tortura ed è stato condannato a morte. Sta attendendo l’esecuzione da due anni e verrà crocifisso in una pubblica piazza ed il suo corpo esposto per tre giorni secondo il Codice Penale saudita.

Come è sottolineato nel rapporto: “gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per la prevista crocifissione ma si sono rifiutati di condannare la decisione saudita o di chiederne l’interruzione”.

I pakistani

La pena di morte viene applicata anche su basi discriminatorie e razziste, come nel caso dei pakistani, la più numerosa comunità di lavoratori stranieri: circa 1,6 milioni che vengono utilizzati come forza lavoro spesso in condizioni che rasentano la schiavitù e sottoposti alla cosiddetta Kafala, pratica molto diffusa in Medio Oriente per il lavoro femminile ma che in Arabia Saudita è applicata contro i lavoratori stranieri (qui un ottimo reportage di Chiara Clausi sul tema).

Tra il 2014 e il 2017 sono stati decapitati sessantasei cittadini pakistani per reati vari (prevalentemente per traffico di droga) e attualmente quasi 3000 sono detenuti nelle carceri saudite.

Il picco di condanne a morte negli ultimi mesi sotto il governo del principe Mhoammed bin Salman, ha spinto Maya Foa, direttrice di Reprieve e curatrice del rapporto ad affermare che: “nonostante la sua immagine pubblica lucida, Mohammed bin Salman è uno dei leader più brutali nella storia recente del regno”. 

Forse l’Occidente, cosi tempestivo nell’attribuire patenti di diritti umani a tutto il mondo, dovrebbe lanciare un’occhiata sulla condizione di violazione sistematica delle libertà fondamentali, di orrore e di integralismo religioso, del suo principale alleato medio-orientale.

@GiampaoloRossi puoi seguirlo anche su Il Blog dell’Anarca