Benny Zaken

La storia di Benny Zaken,
il ct inseguito dalla guerra

Benny è passato dalla padella alla brace, dai raid di Hezbollah ai tafferugli di una Gerusalemme sempre più incandescente dopo l’annuncio di Trump di riconoscerla come capitale di Israele e di volervi trasferire l’ambasciata di Washington. Nonostante tutto questo Benny Ben Zaken, 35 anni, professione allenatore di calcio, prova a esorcizzare gli eventi traumatici con i quali si trova costretto a convivere per svolgere il proprio lavoro, accettando la condizione del «perseguitato».

La sua storia parte da lontano, a 165 chilometri a nord di Gerusalemme, a Kiryat Shmona, città israeliana di ventimila anime affacciate sul Libano nella quale si vive un giorno su sette. Si vive di sabato, il Shabbat come ricorda il calendario ebraico, quando scende in campo la squadra di pallone dell’Hapoel Ironi. Negli altri sei giorni la città sembra spettrale e inanimata. Blindata più dalla paura che da lucchetti e catene. Finestre sbarrate, locali chiusi e passanti temerari che camminano a passo spedito appiattiti lungo i muri degli edifici. La gente convive con i razzi lanciati dagli Hezbollah libanesi, appostati ormai da mezzo secolo poco oltre il confine. Le notti trascorrono lente e angosciose nei bunker, dove ci si addormenta per sfinimento. Di giorno si crea una piccola coda davanti all’unico supermarket rimasto aperto per ordine della polizia. Uomini e donne fanno incetta di cibo, le conversazioni ridotte all’essenziale. Poi ci si chiude in casa per l’attesa snervante di un sibilo eruttato dalle fauci di un mostro, sinistro messaggero della disperazione. Il suono dei razzi Grad di fabbricazione iraniana, che si smontano e rimontano in quattro parti come pezzi del Lego, è familiare per le orecchie della gente. Per questo si vive un giorno su sette nella città israeliana di Kiryat Shmona. Meno male che c’è la squadra di pallone che suscita una tregua non scritta, ma attesa almeno quanto un bicchiere d’acqua fresca per chi si è perso tra le arsure del deserto. Perché gli Hezbollah, come per magia, al fischio d’inizio della partita sospendono i bombardamenti. Se ne stanno comodamente adagiati sulle colline che sovrastano la città. Per novanta minuti osservano la gara di campionato, con l’inseparabile drappo giallo legato in fronte e il fedele fucile AK-47 a tracolla. Ma i razzi non intonano canti di morte, rimangono silenti in attesa di essere innescati. La passione per il calcio arriva a volte laddove la diplomazia fallisce.

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Benny lo sa benissimo. Nell’inferno di Kiryat Shmona ci è nato e ci ha vissuto fino a pochi mesi fa. È stato dapprima uno dei calciatori più rappresentativi dell’Hapoel Ironi, per poi allenarla negli ultimi cinque anni. «Abbiamo costruito una squadra vincente per regalare agli abitanti di questa città un diversivo, un momento di svago. Non si può pensare solo alla morte». In Israele lo presero per pazzo, ma in pochi anni il suo Hapoel passò dalla quarta divisione alla Ligat ha’Al, equivalente della nostra serie A, ottenendo nell’estate del 2008 anche un piazzamento in Coppa Uefa. Come per miracolo, a ogni partita, i raid degli Hezbollah si sono fermati. Novanta minuti di respiro, seimila e trecento secondi di surreale pace, contando anche il quarto d’ora di intervallo e il recupero. Al triplice fischio riparte l’orrore. I miliziani riprendono le loro operazioni di morte, mentre la gente tenta di raggiungere i bunker.

Benny è un tecnico preparato e ambizioso, l’allievo prediletto di Avram Grant, l’allenatore israeliano che in un recente passato riuscì ad ammaliare il tycoon russo Abramovich e il Chelsea del dopo-Mourinho. Questa estate Benny ha firmato un contratto importante con il Beitar di Gerusalemme, una delle squadre più titolate del campionato. Il Beitar ha una storia particolare: venne fondato nel 1936 come espressione del nazionalismo israeliano, un decennio prima della nascita di un vero e proprio Stato. La squadra è sostenuta da esponenti di spicco della politica come il premier Benjamin Netanyahu. I valori originari, che potevano anche avere senso nel contesto di 80 anni fa, ora sono stati fatti propri dalla destra popolare, che controlla l’ala più calda della tifoseria. «La Familia», la frangia più intollerante, quella che in passato ha chiesto la cessione di due giocatori arabi, inneggiando alla purezza ebraica, si sta rendendo protagonista di intemperanze al Teddy Kollek Stadium di Gerusalemme così come negli eventi organizzati direttamente dal gruppo nel quartiere ebraico. «Pensavo davvero di poter lavorare in condizioni più serene, e senza l’angoscia dei raid degli Hezbollah, ma purtroppo la recente crisi diplomatica e l’annuncio di Trump hanno trasformato Gerusalemme in una realtà molto pericolosa. Amo questo lavoro più della mia stessa vita, ma mi sento impotente quando la politica e le guerre devastano lo sport». Il suo Beitar comunque viaggia a ridosso della vetta della classifica, sognando uno scudetto che manca da dieci anni. A gennaio si riaprirà il mercato e Benny pensa di prelevare dalla sua ex squadra il portiere Itamar Nitzan. Qualcuno sostiene che l’allenatore voglia salvargli la vita, creando un salvacondotto ad hoc. In effetti, a pensarci bene, giocando nell’Hapoel Ironi potrebbe essere il target preferito dei cecchini. Nitzan presidia la rete, resta immobile come un gatto di marmo, in attesa di qualche parabola da bloccare o pallone da rilanciare. Farlo fuori sarebbe davvero un gioco da ragazzi per i miliziani. Ma esiste quella regola non scritta, quell’osservanza che trasforma l’inferno in un limbo accettabile. Dove gli Hezbollah sostituiscono i razzi con potenti cannocchiali. Solo per novanta minuti, anzi solo per seimila e trecento secondi nel giorno di Shabbat.