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Tra le bombe di Aleppo

Finché non vai ad Aleppo non puoi capire cosa vuol dire vivere in un Paese in guerra. I ribelli vivono nel quartiere accanto, a pochi chilometri da dove abiti. Spesso un telo appeso tra due edifici o la carcassa di un autobus gettata sulla strada marcano il confine tra le zone di occupazione.

Qui ci sono tutti: l’esercito siriano, Al Nusra, Daesh, i curdi. Da queste parti, checché se ne dica, non c’è tregua che tenga. Le bombe esplodono ininterrottamente, le case tremano, eppure la vita continua inesorabile. Accanto alle esplosioni i muezzin chiamano alla preghiera e i cristiani recitano ad alta voce il “Padre Nostro”. I bambini giocano a pallone per le strade, i negozi sono aperti tutto il giorno, le ragazze passeggiano da sole senza alcuna paura. E se i razzi colpiscono la casa di un residente ecco che tutto il vicinato abbandona il proprio piccolo nido per ripulire le macerie e dare conforto agli sfollati. La guerra è anche questo, l’umana solidarietà verso chi ha perso tutto e vive sulla pelle le stesse angosce.

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“Abbiamo vissuto momenti peggiori come nel 2013, mancava cibo, acqua ed elettricità, ora le cose vanno meglio e presto verrà riaperto l’aeroporto della città”, ci racconta un residente sulla cinquantina. “Il sostegno militare dei russi ci ha dato speranza, ci difendono assieme all’esercito, ci fidiamo solo di loro”, aggiunge.

Di recente ha fatto il giro del mondo la notizia dell’uccisione del medico Mohamed Wasim Maaz, descritto come “l’ultimo pediatra di Aleppo”, come se i bombardamenti colpissero solo una parte della barricata. Come se prima della sua morte regnasse la pace in città.

Qui la guerra non si è mai fermata, semplicemente, c’è stata un’intensificazione negli ultimi giorni. Tutte le parti in campo sanno perfettamente che qui c’è in ballo l’intera partita. Eppure i media occidentali hanno preferito raccontare il bombardamento unilaterale dei governativi nelle zone dove si trovava l’ospedale (non dichiarato come tale) di Medici Senza Frontiere, ignorando coscientemente la cartina militare del conflitto.

Per chi l’ha vista almeno una volta basta poco per capire che i quartieri controllati da Damasco sono letteralmente accerchiati dai ribelli (dipinti falsamente come vittime assediate dai “cattivi lealisti”). È un dato di fatto: ad Aleppo l’esercito inquadrato dal presidente Assad gioca sulla difensiva e non sull’offensiva, non a caso basta un attacco chirurgico nei pressi dell’autostrada che porta a Khanasser, a Sud, per tagliare la città dal resto del Paese.

Vivere in una città assediata dalle bombe lanciate dai gruppi terroristici di Al Nusra o Al Sham significa tante cose anche per i civili che hanno deciso di rimanere al fianco del governo siriano.  Che i media occidentali lo vogliano o meno.

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Al primo checkpoint, appena arrivati in automobile, il rumore di mitragliatrice si sente a pochi metri. In alcuni tratti stradali è consigliato di abbassare la testa per sfuggire dalla visuale dei cecchini appostati negli edifici dall’altra parte del muro di cemento.

Non è facile vivere con un terrorista nella porta accanto. Vivere da queste parti significa fare i conti con la paura di uscire di casa, con la depressione che ti assale al mattino, con le notti insonne ad ascoltare il boato del kalash e dei bombardamenti.

Ad Aleppo prima di andare a dormire è consuetudine ringraziare Gesù Cristo o Allah, per averti dato protezione perché qui ogni istante potrebbe essere l’ultimo. Da queste parti i residenti escono di casa sempre eleganti e ben vestiti. È un modo come tanti altri per convincere se stessi e la propria famiglia che la guerra non può fermare la vita. E in fondo è anche un attitudine che noi mortali non possiamo capire: vuol dire anche presentarsi dignitosamente all’appuntamento solenne con la morte.

Anche se oscurati dalla lente dei grandi mezzi d’informazione, questi uomini esistono e quotidianamente cadono, nel silenzio più totale, sotto i colpi di mortaio. Eppure l’Occidente vede solo i suoi di morti, quelli facili da strumentalizzare a fini politici, ma in fondo che interessa? Che interessa ad un martire di finire sotto riflettori o sopra le copertine? Ad Aleppo il paradiso vale molto di più.

  • azo

    Sono i DIRIGENTI dei paesi che vendono gli armamenti bellici i VERI RESPONSABILI , di questa carneficina. Per questa gente, data la loro falsità ci vuole la pena di morte!!!

  • salvatore

    Grazie Sebastiano.

  • Ludovica

    Ottima analisi