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“I profughi cacciano i turisti”

“The beautiful island is gone – mi grida dietro la padrona della taverna Amaryllis – La nostra bella isola è sparita per sempre”.

Un concetto abborracciato ma pregnante, che riassume benissimo l’umore della popolazione di Kos.

Da mesi al centro di uno dei rami più imponenti del flusso migratorio che sta investendo l’Europa, l’isola del Dodecanneso che fu patria di Ippocrate soccombe lentamente sotto l’invasione dei migranti. Un’invasione che nulla ha di bellicoso, ma che ha stravolto nel modo più drammatico la placida esistenza degli isolani.

Abituata a vivere dei soldi dei turisti facoltosi, Kos si trova in ginocchio. I tremila profughi ammassati sulle spiagge dirottano i villeggianti verso altre mete, negarlo sarebbe inutile.

Decine di bambini chiedono la carità ai tavoli dei ristoranti, scene che i più si aspettano di vedere a Bombay, non in mezzo all’Egeo. Molti, tra gli isolani, danno la colpa al governo Tsipras – reo, a loro dire, di aver aperto le porte tutti.

Per fortuna i profughi generalmente mantengono un comportamento tranquillo e non si segnalano episodi di criminalità oltre la media. I problemi, naturalmente, sono legati alla vita quotidiana. Migliaia di persone che vivono per settimane dentro a una tenda, senz’acqua per lavarsi né un bagno che non sia il mare.

Al porto, un uomo di mezza età polemizza con forza contro la “merda del multiculturalismo”: “Chi li manda qui? – s’infervora – Basterebbe mandare tre navi in Turchia e portarli direttamente in Germania, se i tedeschi li vogliono tanto. C’è chi vuole l’invasione: nel giro di pochi anni l’Europa sarà arabizzata”.

Un paio di episodi hanno contribuito ad accendere gli animi: sul muro della chiesa di San Giorgio, che è ora circondata dagli accampamenti dei migranti, sono comparse scritte in arabo che hanno destato scalpore. Proprio a pochi metri di distanza dal punto in cui quattro uomini sono stati sorpresi a fare sesso all’aperto, in pieno giorno.

C’è però anche un’altra faccia della medaglia, rappresentata dal denaro che gli immigrati portano con sé. Tra i siriani, in molti hanno denaro da spendere. Dormono negli alberghi, pranzano ai ristoranti, affittano le biciclette per spostarsi in città. Non tutti, ma alcuni lo fanno.

Gli indigeni incassano: anche se meno abbondante di quella dei turisti, la pecunia siriana, come sempre, non olet. Qualcuno, però, punta il dito contro il governo di Alexis Tsipras: perché non raddoppiare – sarebbe relativamente facile – il numero di traghetti che trasportano i profughi sul continente? Perché non riportare in Turchia chi entra clandestinamente nel Paese?

Le masse dei profughi, checché se ne dica, portano anche denaro. E qualcuno disposto a guadagnarci si trova sempre.

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