Al Qaryatayn, il villaggio cristiano dimenticato

Al Qaryatayn (in arabo significa “i due villaggi”), piccola città sperduta nel deserto siriano appartenente al Governatorato di Homs, era scivolata nel dimenticatoio fino a quando i miliziani di Daesh avevano diffuso un video – in realtà una serie di fotografie in successione – dove veniva trasmessa in mondovisione la distruzione dell’antica chiesa, un tempo luogo di raccoglimento per i cristiani che venivano ad onorare la tomba di Sant’Elian (Giuliano d’Emesa), ucciso dai romani nel 285. L’occupazione della città nella notte tra il 5 e il 6 agosto del 2015 era passata sotto silenzio, e ora che è stata liberata dall’esercito siriano supportato dall’aviazione russa Al Qaryatayn non esiste letteralmente più per i massmedia occidentali.

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Finora quasi nessuno si è potuto recare ad Al Qaryatayn perché il villaggio si trova sulla strada che porta a Palmira. L’intera area, divenuta militare, è stata chiusa al traffico non appena erano state conquistate le due città (27 marzo e 3 aprile) occupate per quasi un anno dagli uomini del Califfato. Per arrivarci abbiamo tagliato il deserto, passando per Sadaat, con una delegazione della chiesa cattolica sira.

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Una scorta formata da una volante con la sirena e un pick-up armato traccia il sentiero. Il patriarca di Antiochia e il vescovo di Homs sono stati invitati dal governo di Damasco per benedire il luoghi profanati da Daesh in quello che è uno dei centri nevralgici del cristianesimo d’Oriente. Prima di giungere nella parte antica si passa accanto al centro residenziale, un tempo popolato da 14mila abitanti circa, oggi invece distrutto dai combattimenti a fuoco e interamente abbandonato. I residenti ormai si contano sulle dita di una mano. In piedi non è rimasto nessun edificio e mancano tutti i servizi essenziali. Prima della preghiera, i religiosi fanno tappa al quartiere generale dell’esercito per incontrare il capo delle operazioni e rinnovare il patto clerico-militare vigente nel Paese.

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“Vi ringraziamo, ringraziamo tutti questi valorosi soldati, che hanno restituito questo villaggio, oggi profanato, all’umanità e a Gesù Cristo”, dice il patriarca Ignazio Giuseppe III Younan. Dopo qualche minuto ci dirigiamo verso il monastero di Sant’Elian risalente al IV e V secolo. Un soldato, probabilmente un musulmano di confessione sunnita, comincia a suonare le campane per accogliere la delegazione sira. Una suora piange, Monsignor Philippe Barakat fuma nervosamente “la guerra ci ha regalato questo brutto vizio, vuoi una sigaretta?”, sdrammatizza quest’ultimo.

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Un altro soldato inquadrato nelle milizie del Partito Socialista Nazionale Siriano ci chiama prima di entrare nel monastero per mostrarci una tavola di legno con stampato il marchio di Daesh. È uno dei tanti simboli dell’occupazione di Al Qaryatayn. Come i danni lasciati all’interno del monastero, allora considerato uno dei luoghi più importanti della Siria. Era stato ricostruito a diverse riprese nel corso dei secoli e accoglieva ogni anno il 9 settembre in occasione della festa del santo, migliaia di pellegrini. L’altare è stato smembrato, le pareti bruciate, per terra ci sono ancora gli oggetti con cui i miliziani di Daesh fabbricavano ordigni esplosivi.

Eppure il “Padre Nostro” intonato dai religiosi siri sembra restituire speranza a questo luogo profanato e custodito per anni da padre Jacques Mouraud, rapito, scomparso, vittima anche lui dei profanatori della tomba di San’Elian. “Vivevamo (cristiani e musulmani, ndr) in pace, eravamo così d’accordo sulla vita che non ci davamo il permesso di affermarci cristiani o musulmani, ci dicevamo semplicemente siriani”, racconta in esclusiva per Gli Occhi della Guerra Philippe Barakat, vescovo di Homs. Poi è arrivato Daesh ed è cambiato tutto. Non solo ad Al Qaryatayn ma in tutta la Siria.

 

  • best67

    e c’è chi lava piedi islamici..!