2009 Afghanistan soldato afghano

Al fronte con le truppe afghane

“I poliziotti sono caduti in un’imboscata. Un primo agente è morto sul colpo, ma altri cinque erano vivi, anche se feriti” racconta il soldato semplice Maitullah Wafa, reduce da una furiosa battaglia. Il giovane afghano, dopo aver sistemato l’ultimo nastro di munizioni, aggiunge: “I talebani li hanno raggiunti mentre rantolavano a terra. A colpi di kalashnikov sono stati freddati uno ad uno”.

La guerra dimenticata in Afghanistan continua senza pietà, ma le truppe della Nato, compresi i soldati italiani, sono pronte a ritirarsi a fine anno. Adesso tocca all’esercito di Kabul sopportare l’urto dei talebani. Da gennaio nell’Afghanistan occidentale ci sono stati 422 attacchi soprattutto con trappole esplosive. In tutto il paese l’esercito perde ogni mese dai 200 ai 400 uomini. Per la prima volta dei giornalisti italiani sono embedded con le truppe afghane nella provincia di Herat. Non ci resta altro che raccomandarci ad Allah.

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Dalla base del 207° corpo d’armata di Camp Zafar, che vuol dire «vittoria», parte la ricognizione. Alle cinque del mattino, prima dell’alba, gli ufficiali pregano rivolti verso la Mecca illuminati dai fari dei gipponi blindati lasciati in dote dagli americani.

A vederli i soldati afghani ricordano un po’ l’armata Brancaleone, ma stanno migliorando giorno dopo giorno. La colonna avanza lungo una pista sabbiosa, che si insinua in una valle ferma al passato con case piatte di fango e paglia attorniate da montagne brulle e selvagge. Oltre ai blindati, che non hanno sistemi anti mina, gli afghani viaggiano su mezzi scoperti. Se beccano una trappola esplosiva volano in aria come fuscelli finendo in mille pezzi. I soldati hanno il volto indurito dalle battaglie e sembrano saltati fuori da un film. Il giovane con una cicatrice sulla guancia, che vuole vedere la fine della guerra è un pasthun, l’etnia maggioritaria in Afghanistan, serbatoio dei talebani. Il suo compagno con il dito sul grilletto della mitragliatrice pesante è hazara, la minoranza sciita. Altri sono tajiki, la seconda etnia del paese, con i nastri di proiettili attorno al collo e occhiali da sole alla Rambo.

Per darci il benvenuto i militari sparano un razzo a spalla Rpg e quando fa il botto gridano «welcome». Su un cocuzzolo hanno piazzato un fortino che domina l’affascinante paesaggio della vallata di Chest i Sharif. Le montagne dall’altra parte del fiume sono infestate da talebani. Un veterano ha l’adesivo di un cuore con i colori della bandiera afghana sul calcio del fucile mitragliatore. I soldati del nido d’aquila dormono per terra in un bunker dove nessun militare occidentale resisterebbe a lungo.

Nell’ex hotel di Chest i Sharif trasformato in caserma del 3° battaglione, si mangia con le mani riso e carne di montone seduti sul pavimento a gambe incrociate. Una settimana fa i talebani hanno attaccato lungo la strada che porta alla grande diga di Salmà. «Sulla corazza del blindato si sentiva rimbalzare una valanga di proiettili. I razzi Rpg esplodevano dappertutto. A poche decine di metri ho visto un dushman (nemico), che ne aveva lanciato uno scoppiato a tre passi da noi. Ho preso il lanciagranate sparando verso di lui e l’ho visto cadere» spiega con pizzico d’orgoglio Maitullah, giovane militare con i denti in fuori.

Al passaggio della colonna la gente sembra indifferente. Le donne coperte dal burqa turchese incrociano i militari come fantasmi, qualche bambino saluta ed i pastori con il turbante stanno attenti che vitelli o pecore non finiscano sotto le ruote dei blindati.

Alla caccia di terroristi suicidi i soldati perquisiscono le macchine ed i passeggeri controllando anche il turbante, che potrebbe nascondere un detonatore.

Il 4° plotone con il teschio rosso ed un’aquila come simbolo era più a sud, sul fronte di Shindad, dove abbiamo ritirato a fine settembre gli ultimi consiglieri italiani. «Ci lanciavano addosso una pioggia di razzi da dietro le trincee. E con gli altoparlanti urlavano: “Allah o Akbar (Dio è grande) – racconta il capitano Abdul Amid – Se vi arrendete avrete salva la vita. Abbiamo risposto sparando».

L’esercito è composto da quasi 200mila uomini. La paga base del soldato afghano è di 11.500 afghani, meno di 200 euro al mese, per rischiare la vita ogni giorno.

Il comandante del corpo d’armata sorto con l’aiuto italiano, generale Taji Mohammed Jahed, è convinto che «non ci sia differenza fra Daish (lo Stato islamico in arabo nda ) ed i talebani. Entrambi distorcono l’Islam per usarlo contro l’umanità. I primi uccidono per il califfato ed i talebani in nome del loro emirato».