La Grecia si libera dei profughi

Dei Paesi visitati sinora, la Grecia è quello meno preparato all’accoglienza dei profughi.
Investita con più forza dall’ondata migratoria, dispone di risorse assolutamente inefficienti. D’altronde, la conformazione del suo territorio non consente, come succede ad esempio in Macedonia, un transito del Paese con due ore di treno.

Ho scritto della situazione di Kos, schiacciata sotto il peso di migliaia di persone che sbarcano ogni giorno sulle sue coste. A Lesbo la situazione è, se possibile, anche peggiore.

Purtroppo se l’Egeo piange, Atene non ride. Da Kos compro un biglietto per Atene a bordo di una nave di linea, per un terzo affollata di profughi. Il governo Tsipras ogni tanto si ricorda di inviare una nave speciale sull’isola, ma si tratta di una misura largamente insufficiente. I migranti acquistano un biglietto e appena ottengono il lasciapassare dalle autorità elleniche, si affrettano sulle banchine del porto.

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Parlando con un gruppo di africani, sono riuscito ad scattare una foto di questolasciapassare, timbrato con lo stemma della Repubblica Ellenica. Il governo di Atene concede un permesso di soggiorno di sei mesi, a condizione che lo straniero cooperi con le autorità. Dopo sei mesi, tutti fuori dai piedi. Di fatto si tratta di un impegno del governo ad aiutare i migranti a lasciare il Paese legalmente.

L’aiuto attivo, per la verità, è ben limitato. Le autorità si limitano a lasciar fare. Fonti di stampa hanno riportato la presenza di pullman governativi che scortavano i migranti alla frontiera macedone, ma al Pireo io non ne ho visti. Vi sono soloautobus di linea che li trasportano alla stazione ferroviaria.

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In compenso il porto di Atene brulica di trafficanti e faccendieri d’ogni sorta. Alle cinque del mattino i migranti in attesa sul molo vengono avvicinati da loschi personaggi che dopo lunghe trattative li convicono a seguirli in un’area appartata del porto.

Camminando dietro di loro a distanza di sicurezza, li seguo fino a un bus parcheggiato in un’area di sosta con il motore già acceso. Dalla targa noto che appartiene a un’agenzia della Grecia centro-settentrionale. Non c’è dubbio sulla destinazione. Ci sfilano accanto diverse pattuglie di polizia, ma non rallentano nemmeno per dare un’occhiata.

Ad Atene, nella centralissima piazza Omonoia, ogni giorno partono decine di bus carichi di rifugiati. Le agenzie di viaggio fanno affari d’oro, nessuno paga meno di cinquanta euro. In tempi di crisi, il business ingolosisce tutti.

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Quando prendo il treno in direzione Salonicco, da dove proseguirò per la Macedonia, insieme al solito plotone di rifugiati sale anche una compagnia di cadetti, in viaggio per chissà quale esercitazione militare.

Molto probabile che più della metà degli immigrati non abbia i documenti in regola. Tra i soldati, però, nessuno batte ciglio. Le autorità greche, militari, politiche e civili, hanno gettato la maschera: siamo al li salvi chi può. O meglio, chi può li accompagni fuori dai piedi.