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Agenda e obiettivi di Bolsonaro:
ecco come cambierà il Brasile

Nella giornata del Capodanno il nuovo presidente brasiliano Jair Bolsonaro si è ufficialmente insediato al potere al termine di una fastosa cerimonia inaugurale organizzata tra i palazzoni postmoderni della capitale Brasilia. Parlando di fronte a una folla di circa 100mila persone per l’inaugurazione del proprio mandato presidenziale, Jair Bolsonaro ha annunciato tra le altre cose la “liberazione” del Brasile “dal socialismo e dal politicamente corretto”, ma al tempo stesso ha ripreso i principali punti che hanno segnato la sua campagna elettorale: valori conservatori, lotta alla corruzione, pugno di ferro contro la criminalità (in Brasile ci sono stati 63mila omicidi nel solo 2017) e riforme politiche ed economiche, invocando un nuovo “patto nazionale” capace di “tracciare nuovi sentieri per un nuovo Brasile”.

Parole roboanti per un’agenda ambiziosa. Il  63enne ex capitano dell’esercito, a lungo deputato federale per diversi partiti della destra brasiliana, ha cavalcato lo screditamento della tradizionale classe politica, colpita dall’inchiesta Lava Jato guidata dal procuratore Sergio Moro (che Bolsonaro ha scelto come ministro della Giustizia) raccogliendo attorno a sé un blocco sociale fortemente eterogeneo: i  fazendeiros rurali, i finanzieri, gli esponenti delle Chiese evangeliche, gli abitanti della classe media urbana intimoriti dall’aumento vertiginoso della criminalità e i militari sono stati tra i principali sostenitori del neo-presidente, che nel suo discorso ha fatto riferimento alle “radici giudaico-cristiane” della tradizionale èlite politica brasiliana e alla difesa dei valori tradizionali. Quanto riuscirà a trasformare il Brasile l’agenda di Bolsonaro?

Gli uomini chiave del governo spingono l’agenda di Bolsonaro

Il governo di Bolsonaro si presenta come una compagine eterogenea. Il nuovo vicepresidente, il generale Hamilton Mourão, guida un pattuglia di militari nel governo composta da altri otto esponenti delle forze armate, tra cui spicca il ministro della Difesa Fernando Azevedo.

Sergio Moro appare la figura di raccordo tra Bolsonaro e il mondo politico-istituzionale che vuole sostituirsi alla vecchia classe dirigente spazzata via da Lava Jato e dalle ultime elezioni. L’uomo che ha incarcerato Lula gestirà la sicurezza pubblica con poteri estesissimi, fatto che non ha mancato di suscitare critiche aspre per un possibile conflitto di interessi.

L’uomo chiave sotto il profilo economico appare il superministro  Paulo Guedes, falco neoliberista la cui discesa in campo ha garantito al candidato di destra l’endorsement deciso degli investitori finanziari brasiliani e stranieri, destinato a controllare per ammissione dello stesso Bolsonaro l’intera politica economica. Come scritto da L’IndroGuedes “punta sulle privatizzazioni per ridurre il grande debito (77,3% del Pil) e sull’introduzione di un sistema pensionistico a capitalizzazione. Guedes promette che venderà tutte le società statali per ottenere 1 trilione di reais (230 miliardi di euro) e zero disavanzi pubblici in un anno”.

Bolsonaro punta sui gruppi d’interesse

Alle ultime elezioni parlamentari parallele al voto presidenziale il Partito Social Liberale (Psl) di Bolsonaro ha guadagnato 44 seggi rispetto al 2014 e ora, con 52 deputati eletti, è secondo alla sola compagine del Partito dei Lavoratori, che ne detiene 56. In un’assemblea di 513 membri, ben otto formazioni di diversa estrazione detengono 30 seggi o più, e in totale una trentina di formazioni hanno ottenuto rappresentanza parlamentare.

Il neopresidente, nella formazione del governo, è venuto incontro a numerosi interessi delle altre formazioni conservatrici e di destra del panorama parlamentare. Per tradurre in iniziative legislative le proposte politiche della sua agenda, Bolsonaro può però sfruttare una caratteristica molto peculiare del parlamento di Brasilia: la sua tendenza a frammentarsi trasversalmente in gruppi d’interesse che superano le differenze partitiche.

“La creazione del Fronte parlamentare evangelico”, ha scritto Carlo Cauti su Limes, “mostra come al Congresso brasiliano le ideologie non esistano. Esistono gruppi di potere, sparpagliati in diversi partiti per ragioni aleatorie, che però colpiscono uniti per difendere i loro interessi”. Il fronte evangelico è uno di questi gruppi, fortemente pro-Bolsonaro, assieme al fronte ruralista che rappresenta l’agrobusiness brasiliano.

La vera opposizione? Il gruppo Globo

Tra i tradizionali poteri forti, Bolsonaro può contare sull’appoggio di agrari, finanza, militari e sul nuovo soggetto evangelico. Tra gli avversari principali, il “potere forte” per eccellenza del Paese verdeoro: il conglomerato mediatico di Globo, da decenni centro di formazione dell’opinione pubblica brasiliana. Rede Globo, la tv del gruppo, rappresenta la vera opposizione a Bolsonaro. 

Rede Globo, scrive il Sussidiario, “è il partito laicista che il Brasile non ha mai avuto: se il Pt, nato dalla Chiesa cattolica e dalla Teologia della liberazione, non ha mai potuto tirare tutte le conseguenze delle sue posizioni ideologiche, la Globo con le sue telenovelas ‘politicamente corrette’ e i suoi editorialisti ha sempre spinto per il ‘progresso’ […] Bolsonaro continua ad avere l’appoggio della evangelica Record (la seconda rete tv brasiliana) e della democrazia diretta di Twitter, e ha ora le mani sugli ingenti fondi statali che Globo riceve a vario titolo”. Vincesse contro di lei, sarebbe il primo politico brasiliano a riuscirvi.

La svolta securitaria di Bolsonaro

I primi provvedimenti dell’amministrazione Bolsonaro riguardano due importanti temi affrontati nel corso della campagna elettorale: la libera circolazione delle armi e il rapporto tra governo federale e popoli indigeni.

Sul primo fronte, nella giornata del 29 dicembre Bolsonaro ha anticipato di voler garantire il possesso di armi da fuoco ai cittadini senza precedenti penali, rendendone definitiva la registrazione. L’esperimento inizierà con l’emanazione di un decreto che, secondo quanto ha dichiarato in passato lo stesso presidente, ridurrà l’età necessaria per il possesso di armi leggere da 25 a 21 anni, consentirà che queste possano essere portate in pubblico ed eliminerà il potere di veto delle forze dell’ordine, riporta il Wall Street Journal.

Come scrive l’Agi“oltre il 70 per cento sono stati commessi con armi da fuoco, reperite nel mercato nero o detenute legalmente. Tuttavia, il Brasile ha una delle più basse percentuali di armi per persona di tutto il Sud America. Secondo la Small Army Survey, nel Paese solo otto cittadini su cento ne possiedono una, contro il 10 per cento dei civili colombiani, il 13 per cento dei messicani e il 19 per cento dei venezuelani”. L’efficacia della norma è tutta da verificare. Basti pensare che quando nel 2003 una normativa più stringente per il controllo delle armi fu introdotta in Brasile, si assistette a un calo dell’8% dei delitti e a 500mila sequestri di armi illegalmente detenute.

Indigeni sotto attacco?

Il tema del rapporto tra governo e indigeni nell’era Bolsonaro è altrettanto scottante. Il fronte ruralista controlla circa il 35-40% dei seggi in Parlamento e da tempo ha individuato nell’apertura al mercato e allo sfruttamento dell’Amazzonia e delle riserve dei popoli indigeni un’importante opportunità di business. Com’è noto, “Bolsonaro ha espresso apertamente posizioni contrarie alle numerose regolamentazioni ambientali che tutelano la ricchissima biodiversità brasiliana e pongono vincoli all’attività economica in campo agricolo, minerario e commerciale nelle delicate regioni protette, prime fra tutte quelle dell’Amazzonia”. E le sue prime mosse sembrano confermare questa strategia.

Primo atto ufficiale del presidente è stato un decreto di riordino dei ministeri che ha tolto alla Fondazione Nazionale per gli Indigeni (Funai, Fundaçao Nacional do Indio) una delle sue funzioni più importanti e significative: l’identificazione e demarcazione dei territori delle diverse popolazioni indigene del Paese, affidata al Ministero dell’Agricoltura guidato proprio dal peso massimo politico dei ruralisti, Tereza Cristina, ex deputata federale del Mato Grosso do Sul.

Come sottolinea Il Fatto Quotidiano“in Brasile vivono circa 900mila indigeni, l’1% della popolazione. Le loro terre sono costantemente minacciate dalle occupazioni abusive di agricoltori, allevatori e minatori, e molti indios vengono massacrati perché si oppongono. Il Brasile è lo stato più pericoloso al mondo per gli attivisti ecologisti: l’anno scorso ne sono stati uccisi 57. E ora, con un presidente che li detesta, il loro futuro appare ancora più fosco”. Bolsonaro punta ad essere un presidente di unità, ma divide sin dalle prime scelte. In questo senso, la sua agenda cambierà il Brasile ancor prima di essere attuata calamitando una polarizzazione senza precedenti dello scontro socio-politico in un Paese già fortemente diviso al suo interno.