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Viaggio tra i soldati che combattono contro i talebani

In Afghanistan ti augurano “benvenuto” con l’esplosione di un razzo controcarro. Un modo dei soldati afghani del 4° plotone per farti capire che la guerra continua, anche se l’Occidente vorrebbe dimenticarla.

Un teschio rosso dipinto sui blindati, che sovrasta un’aquila è il simbolo del reparto d’assalto e ricognizione. I soldati hanno il volto indurito dalle battaglie e sembrano saltati fuori da un film. Il giovane con una cicatrice sulla guancia, che vuole vedere la fine della guerra è un pasthun, l’etnia maggioritaria in Afghanistan, serbatoio dei talebani. Il suo compagno con il dito sul grilletto della mitragliatrice pesante è un hazara, la minoranza sciita originaria del centro del paese, dove una volta sorgevano le statue di Buddha abbattute da mullah Omar.

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Altri sono tajiki, la seconda etnia del paese, con i nastri di proiettili attorno al collo e occhiali da sole alla Rambo. Qualcuno porta le giberne con il marchio US, ma non mancano i vecchi elmetti sovietici e qualche pezzo di moderna tecnologia fornito dagli italiani come il robottino per disinnescare le trappole esplosive e la tuta anti bomba degli artificieri.

Si mettono a ridere scambiandomi per un talebano quando uso una sciarpetta verde afghana come turbante per coprirmi la testa dal sole cocente.

In questi giorni a camp Zafar, la base del 207° corpo d’armata afghano ci hanno trattato con i guanti bianchi, ma per non sbagliare fuori dalla porta del nostro alloggio c’è una guardia armata giorno e notte. Il 15 settembre un soldato afghano ha ammazzato un istruttore americano. I comandanti minimizzano parlando di “problemi personali legati alla famiglia”, ma il fenomeno dei “green on blue”, come vengono chiamati dalla Nato i casi degli afghani che sparano sugli alleati, sono in aumento. A Kabul, un infiltrato dei talebani ha addirittura ucciso un generale Usa.

L’esercito è composto da quasi 200mila uomini. Il soldato afghano riceve una paga base di 11.500 afghani, meno di 200 euro al mese, per rischiare la vita ogni giorno.

L’ultima battaglia il plotone con il teschio e l’aquila l’ha combattuta meno di due settimane fa a Shindand, l’ex enorme base aerea sovietica a sud di Herat. Il capitano Abdul Amid, da 20 anni sotto le armi racconta che è scoppiato l’inferno: “Ci sparavano una valanga di razzi da dietro le trincee. E con gli altoparlanti urlavano: “Allah o Akbar (Dio è grande). Se vi arrendete avrete salva la vita. Abbiamo risposto sparando e annientandoli”.