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Addis Abeba blindata

Addis Abeba, capitale dell’Etiopia con 3.352.000 abitanti in continuo aumento, non è una città africana come tutte le altre. È, da sempre, capitale della Organizzazione per l’unità africana (OUA), che raduna tutti i 53 Paesi del continente. Ha il maggior numero di ambasciate dell’Africa. È la terza sede mondiale per importanza delle Nazioni Unite e delle sue varie agenzie, dopo New York e Ginevra. È raggiungibile, con le sole Ethiopian airlines, considerate una delle più efficienti compagnie aeree del mondo, da ben 62 città in tutto il globo. Da poche settimane, è anche collegata con il porto di Gibuti, distante 656 km, da una nuovissima ferrovia ad alta velocità costruita dai cinesi per sostituire finalmente quella, antidiluviana, aperta dai francesi nell’Ottocento.

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Stato di emergenza o no, ha appena ospitato la annuale «grande corsa», con 42mila partecipanti (ma solo 300 stranieri) e una conferenza internazionale sulla salvaguardia del patrimonio culturale con oltre mille delegati. Ha perfino ancora un attivo circolo italiano, non solo retaggio del nostro breve dominio coloniale, ma luogo d’incontro per una comunità di connazionali che lavorano, commerciano e intraprendono. Grazie anche a questa forte presenza internazionale, Addis Abeba ha conosciuto negli ultimi anni un tumultuoso, per quanto assai disordinato, sviluppo edilizio, con nuovi alberghi che si sono aggiunti allo storico Hilton e nuovi palazzi per uffici. C’è anche, per quanto non si noti molto, una considerevole presenza di militari di vari Paesi, per cui la capitale dell’Etiopia è il centro operativo. Di conseguenza per chi vuole vivere all’occidentale, e quindi si serve in larga misura di prodotti importati, il costo della vita non è inferiore a quello di una capitale europea.

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Purtroppo, dietro questa facciata di modernità, esiste ancora una Addis Abeba fatta per oltre il 50 per cento di capanne, con strade polverose, acqua inquinata, vaste zone poco raccomandabili e una rete fognaria assolutamente insufficiente. C’è anche un gran numero di poveri in giro, parte di quel 65% della popolazione considerata sottonutrita, che sopravvive con meno di un dollaro al giorno. Molti sono contadini inurbati, che non potendo sopravvivere sui due ettari scarsi di media che hanno a disposizione (la proprietà di tutti i terreni è dello Stato, che li dà in concessione per 99 anni) vengono a cercare fortuna nella capitale. A loro si aggiungono, pian piano, sfuggendo dai campi in cui sono confinati, i profughi che affluiscono quasi quotidianamente da una Somalia senza legge, da una Eritrea che ha una delle più crudeli dittature del mondo e da un Sudan del Sud in preda alla guerra civile. Vivono gli uni accanto agli altri cristiani, musulmani, animisti, ma per fortuna non ci sono forti contrasti religiosi e l’Isis non si è ancora fatta sentire.

Forti, anche in città, sono invece i contrasti tra etnie, con gli Oromo da sempre sottomessi agli altri ansiosi di prendersi la rivincita e gli Amhara che cercano di difendere la loro storica superiorità. La crescita della popolazione, dovuta anche a un alto tasso di natalità, appare comunque infrenabile.

Per completare il quadro, la città è infestata da legioni di cani randagi, cui, di notte, si aggiunge un numero imprecisato di iene che scendono dalla campagna in cerca di avanzi di cibo e fanno un chiasso infernale. Su tutta la città, in qualsiasi momento, pesa poi la cappa del regime. A una ossessionante burocrazia che rende difficile la vita a tutti, si sono aggiunti ultimamente severi controlli sui telefono, su internet e in genere sui social media, che l’opposizione cercava di utilizzare. La stampa è tutta allineata con il governo, la Tv di Stato dà solo le informazioni che gli fanno comodo, chi non ha contatti esterni finisce col vivere in una specie di limbo. Lo stato di emergenza e le severe limitazioni nei movimenti hanno drasticamente ridotto la presenza dei turisti stranieri, che davano un contributo importante all’economia e, viste le attrattive del Paese, potrebbero costituire una fonte di ricchezza.

Nonostante tutto, l’opposizione, per quanto frammentata, riesce a fare arrivare la propria voce. Il suo ultimo proclama dice: «Quelli che sostengono di favorire la libertà ma deplorano la rivolta sono come i contadini che pretendono di avere il raccolto senza arare il terreno».

Livio Caputo