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Addio al potere rosa in Sud America
L’ultima donna leader cede il passo

C’è stato un tempo in cui il potere in America Latina è stato rosa, come in un perfetto quadro astrale. Domenica, quando la cilena Michelle Bachelet ha ceduto il potere al suo successore Sebastián Piñera si è chiusa un’epoca. Quella del socialismo declinato al femminile. Proprio lì, in quel Continente alla fine del mondo, che il femminismo lo ha visto solo da lontano, ma che più di tutti sembra averlo preso alla lettera. Le «presidentas», sei donne che sono state al potere in Sudamerica. Non sono vicepremier, ministre, first lady. Donne, mogli, madri, avvocatesse ed economiste, dottoresse che si sono arrampicate scalino per scalino, fino su, al potere vero. Ambizione e talento, tenacia e testa alta in un mondo maschilista e settario. Altro che quote rosa. Michelle Bachelet, due volte eletta in Cile come presidenta, nel 2006 e poi ancora nel 2014, fino appunto all’11 marzo di quest’anno, Dilma Rousseff in Brasile, nel 2011 e poi nel 2016, Cristina Kirchner in Argentina, nel 2007 e poi ancora nel 2011 fino al 2015, Laura Chinchilla, Costa Rica, eletta a capo del Paese nel 2010, in carica fino al 2014, Mireya Moscoso di Panama, dal 1999 al 2004. Irripetibile come una combinazione fortunata al Superenalotto. Donne forti ma dalla carriera politica non sempre perfetta e immacolata. Anzi. Molte di loro si sono dovute scontrare con questioni giudiziarie anche pesanti, momenti politici delicati, rivolte e barrios in subbuglio a tirare le uova, manifestazioni contro. Elette e riconfermate, amate e odiate. Criticate ed esaltate.

L’elegantissima Cristina Fernándes de Kirchner, alla Casa Rosada dal dicembre 2007, ha fatto del potere una questione di dinastia. Prima di lei è stato presidente il suo defunto marito Nestor de Kirchner, fino al 2007. Lei più ambiziosa ancora di lui, coppia di avvocati che dalla provincia hanno scalato le vette del Palazzo. Da Santa Cruz a Buenos Aires. Strette di mano e questioni di famiglia declinata in salsa peronista. Un caso simile era già accaduto con Isabel Peron, a capo della nazione argentina nel 1976. «Isabelita» compianta. Semplicemente «Cristina», come la chiamano gli argentini, è stata la Isabel Peron moderna, unica e amatissima. Entrata nel cuore della gente, lei che insieme al marito è riuscita nell’impresa di risollevare l’Argentina dalla pesante crisi economica della fine degli anni ’90, l’amore per il lusso che si può anche perdonare. Poi le ombre e la caduta, le tangenti, il procuratore che indagava su di lei misteriosamente ucciso e la brutta storia dei servizi segreti, il potere che corrode la voglia di essere rieletta e il tentativo di cambiare la Costituzione.

In Brasile, l’economista Dilma Rousseff era stata rieletta nel 2014, al potere dal 2011. Poi gli scandali finanziari hanno travolto la sua immagine; milioni di brasiliani in piazza per protestare contro la corruzione della classe politica e per chiedere le dimissioni del presidente, delfino di Lula.

La socialista Michelle Bachelet si è invece sempre tenuta alla larga dall’ombra delle tangenti. Lei, medico, figlia prediletta di una famiglia che ha vissuto il regime sulla propria pelle, il padre torturato a morte dalla dittatura. È tornata a guidare il Cile nel 2013 (dopo essere stata al potere tra il 2006 e il 2010). Nelle elezioni ha dovuto vedersela con un’altra donna: un fenomeno impensabile, anche lontanamente, in Italia. E il Cile l’ha premiata.

Ma non solo. C’è Laura Chincilla presidente costaricana dal 2010 al 2014. Con le sue politiche ha reso il Costa Rica lo Stato più green del pianeta. Dall’inizio del 2015 nel suo Paese si utilizza solo energia rinnovabile.

Un effetto domino iniziato qualche anno fa. Dopo l’esperienza di Violeta Chamorro in Nicaragua e Mireya Moscoso a Panama negli anni Novanta e la spinta data dalle elezioni della Bachelet in Cile nel 2006, la regione latinoamericana ha vissuto una sorta di spinta all’insegna dell’egemonia femminile.

La concentrazione di capi di Stato o di governo in America Latina insidia quella dell’Europa. Nel Vecchio continente ci sono pecore nere come Italia e Spagna che non hanno mai avuto quote rosa al vertice della politica. Gli Stati Uniti aspettano ancora il primo presidente donna, mentre in Asia e in Africa ci sono singoli casi come Ellen Johnson Sirleaf (presidente della Liberia), la premier thailandese Yingluck Shinawatra, Sheikh Hasina Wajed in Bangladesh e Park Geun-hye presidente della Corea del Sud. «C’è una tendenza a considerare le donne come una scelta per rafforzare la democrazia, in un continente dove questa è spesso oggetto di verifiche continue per i suoi problemi e le sue debolezze, come la corruzione», spiegava Sonia Montaño a Linkiesta.it, direttrice dell’Unità donne e sviluppo della Commissione economia per l’America latina e i Caraibi (Cepal). D’altronde la prima donna che ricoprì il ruolo di presidenta fu proprio un’argentina, Maria Estela Martínez, nel 1974, e fa impressione se si pensa che i diritti per le donne in questa parte del mondo sono ancora troppo pochi. Poche settimane fa le madri della Plaza de Mayo insieme ad altre donne si sono spinte fino ai cancelli della Casa Rosada, per chiedere che l’aborto sia reso legale. Oggi le donne che vogliono interrompere una gravidanza devono farlo in modo illegale, spesso rischiando la vita. E che dire della violenza di genere. In Argentina come in tutto il Sud America i numeri sono altissimi. «Non è questione di essere migliori o peggiori degli uomini», dice la Montaño, «il fatto è che le donne non hanno avuto molte possibilità in politica e dopo governi relativamente di successo come quello di Bachelet in Cile o di Cristina Fernández Kirchner in Argentina, ci si convince che siano delle buone amministratrici». Resta da capire se, una volta al potere, sia davvero diversa la gestione della cosa pubblica al femminile. L’Osservatorio di genere in Cile, ad esempio, pensa di sì. Almeno nel caso del Paese, dove sotto il primo governo di Bachelet, è stato sdoganato il concetto di depenalizzazione dell’aborto, di parità politica e partecipazione, con la creazione di un Gabinetto ad hoc. Difficile invece capire se le donne siano più efficaci per la lotta contro la corruzione. Il caso di Dilma Rousseff non è un esempio positivo, eppure il suo mandato aveva segnato la storia dell’America latina: 56 per cento di consensi, prima donna a capo di un gigante economico, ha mantenuto la promessa di aumentare le quote rosa e ha nominato ben otto ministri donne nel suo gabinetto, il numero in assoluto più alto nella storia del governo del Brasile.

Manila Alfano

  • gianfranco

    Le prime due hanno pesanti accuse che pendono su di loro, è un dato di fatto che ENTRAMBE si sono arricchite non poco tra prima e dopo…

  • Nico Patta

    Il rosa ha così dimostrato che ruba, briga e imbroglia tanto quanto l’azzurro.