Trump_Lapresse

AAA anti Trump cercasi
tra vip, over 70 e donne

Potrebbe essere una corsa fra ultrasettantenni. Mentre l’Europa celebra Emmanuel Macron presidente più giovane della storia di Francia, approdato all’Eliseo alla vigilia dei suoi quarant’anni, mentre l’Austria esibisce il primato di Sebastian Kurz, il più giovane leader del Vecchio Continente dall’alto – meglio dal basso – dei suoi 31 anni, gli Stati Uniti aspettano il grande appuntamento di Usa 2020 con una certezza: Donald Trump, 71 anni, si ricandiderà per il suo secondo e ultimo mandato a 74 anni compiuti. Mancano 976 giorni al voto per le presidenziali e il capo della Casa Bianca ha nominato, con larghissimo anticipo, il manager per la campagna elettorale: Brad Parscale, guru del digitale, artefice del successo del presidente sui social network. Ironia della sorte, «The Donald» rischia di giocarsi la partita contro altri due ultrasettantenni, il segno che la politica – come dimostra anche il leader del Labour inglese Jeremy Corbyn, in attesa del suo momento all’alba dei 70 anni – non è necessariamente affare per giovani.

Riflettori puntati, quindi, d’ora in poi, sul fronte democratico, la cui campagna elettorale partirà nel 2019 – inframmezzata dalle elezioni di midterm di novembre 2018, in cui i repubblicani rischiano di perdere la maggioranza – e culminerà nelle primarie della prima metà del 2020. Ma i giochi sono già cominciati, come ha confermato Joe Messina, responsabile della campagna di Obama nel 2012, che ha riferito di avere incontrato 16 possibili candidati, guardandosi bene dal fare i nomi. Tra i quotati, torna quello del grande vecchio dei progressisti statunitensi, quel Bernie Sanders, senatore del Vermont ed ex deputato, che diede gran filo da torcere alla favorita delle presidenziali 2016, l’ex first lady e aspirante prima presidente donna degli Stati Uniti, poi clamorosamente sconfitta da Trump, Hillary Clinton. Sanders insidiò da sinistra la candidata progressista, con un gran seguito proprio fra quei giovani che sembrano ignorare la questione anagrafica. Potrebbe ritrovarsi in corsa, nel novembre 2020, addirittura all’alba degli 80 anni. La macchina è già pronta. E il suo team è «in campagna permanente», aspetta solo di tornare a battersi. Raccontano gli insiders che Sanders stia lavorando per colmare i suoi punti deboli: la scarsa dimestichezza con la politica estera e le blande entrature nei gruppi democratici che possono fare la differenza come la American Federation of Teachers, che al precedente giro offrì il proprio endorsement alla rivale Clinton. Intanto il papabile candidato cavalca l’onda femminista del #metoo (il movimento nato dopo lo scandalo sessuale che ha travolto il produttore di Hollywood Harvey Weinstein) e ha già chiesto le dimissioni di Trump per le accuse di molestie sessuali.

La strada per Sanders potrebbe essere in salita. Dovrà vedersela con un altro ultrasettantenne di successo, l’ex vicepresidente Joe Biden, considerato tra i favoriti nella corsa del 2016 e che invece alla fine rinunciò, sotto choc dopo la morte del figlio Beau, a 46 anni, l’anno precedente per un tumore. «Lo rimpiango tutti i giorni», disse subito dopo, a proposito della mancata candidatura. E non è difficile credergli, visto che quando lasciò la Casa Bianca come vice di Obama, il suo tasso di consenso fra gli elettori – rivelò un sondaggio Gallup – era a quota 61%. Per questo – ha confermato la figlia Ashley – alla presidenza farà un pensierino, anche se il giorno dell’insediamento del prossimo presidente, lui di anni ne avrà 78. Cnn dice che avrebbe la meglio con uno schiacciante 57% contro il 40% del presidente in carica. D’altra parte «The Donald» – sempre stando ai sondaggi – non vive un grande momento. La sua popolarità oggi sfiora in media il 40% ma resta sempre al di sotto, è scesa dalla sua elezione (dopo il giuramento era al 45%) ed è la più bassa di qualunque altro predecessore, tanto da regalargli il magro primato di presidente meno popolare del dopoguerra. Ma il cammino è lungo e i giochi restano apertissimi, come ha dimostrato la triste parabola di Lady Clinton.

La base democratica vorrebbe sognare e strappare quel traguardo sfumato della prima presidente donna degli Stati Uniti. Perciò gli animi si sono infervorati quando Oprah Winfrey, democratica di ferro e grande dea del sistema mediatico statunitense, ha galvanizzato i progressisti d’America con il suo discorso ai Golden Globes a sostegno del movimento Time’s Up contro le molestie sessuali. Lei ha già declinato: «Non è una cosa che mi interessa. Non ho il Dna per farlo». I vertici del partito sanno che potrebbe rappresentare un altro grosso rischio. Ma c’è chi continua a pensare che quella di Oprah sia una carta da giocare.

Il copione si ripete con Michelle Obama, ex first lady che ha sempre negato ambizioni presidenziali (non è difficile pensare che voglia tenersi alla larga dalla Casa Bianca) ma che solletica i desideri dell’elettorato femminile orfano di Barack e vicino al movimento #metoo. Su questo fronte, però, c’è un nome meno conosciuto ma più spendibile ed è quello della senatrice dello Stato di New York Kirsten Gillibrand, 51 anni, impegnata per la parità salariale uomo-donna e in pressing perché i vertici militari e il settore privato si occupino delle denunce di molestie.

Per tornare allo star system, invece, e ai nomi buoni per accendere gli animi e il cuore di un pezzo d’America, il sospetto ricade spesso sul più politico degli attori Usa, quel George Clooney che non perde occasione (ora più che mai al fianco dell’avvocata per i diritti umani e perfetta eventuale first-lady patinata, Amal) di dire la sua su alcuni temi scottanti. Ultimo: la lotta contro il proliferare delle armi, tanto da aver donato 500mila dollari per la marcia su Washington del 24 marzo. E poi, in tema di immigrazione e lotta al terrorismo, la «adozione» di un giovane yazida in fuga dall’Isis. Campagne che, se davvero la carta mediatica fosse giocata, potrebbero fare del re di Facebook Mark Zuckerberg anche il grande imperatore d’America. Lui nega aspirazioni presidenziali e, semmai decidesse, potrebbe candidarsi da indipendente, ma ha destato sospetti il suo recente tour in Nebraska e Iowa e l’arruolamento dell’ex stratega di Hillary Clinton Joel Benenson.

I dem, però, restano coi piedi per terra. L’America «ha bisogno di esperienza politica», dice Rebecca Katz, esperta comunicazione del partito. E se le primarie saranno una corsa a sinistra, la senatrice californiana Kamala D. Harris, 54 anni, primo attorney general donna di California (una sorta di avvocato dello Stato) e prima afroamericana, potrebbe avere delle chance dopo due anni in Senato in cui ha tenuto alta la bandiera anti-Trump. Come Elizabeth Warren, 67 anni, ben quotata nel campo Sanders (l’hanno definita «l’eroina della sinistra populista») ma probabilmente in ritirata se il suo mentore correrà. La carta afro-americana potrebbe giocarla Cory Booker, senatore del New Jersey, 48 anni, grande seguito sui social network e fra i giovani, che dice: «Voglio denunciare le ingiustizie ovunque le vedo». Tra i sempreverdi non manca il nome del governatore dello Stato di New York, al terzo mandato, Andrew Cuomo. Sostiene che i democratici debbano «riguadagnare la classe media mentre spingono per i valori progressisti». Ma l’ala più a sinistra dei dem lo considera un neoliberal e lui si è sempre tirato indietro.

Gaia Cesare