Kanun

‘Solo il sangue lava il sangue’
Il codice d’onore albanese

(Albania) “Non usciamo da più di due mesi: viviamo come se fossimo in prigione. Abbiamo paura, ci sentiamo minacciati”. Rinchiuse nelle proprie abitazioni per paura di essere uccise dalla famiglia nemica, in Albania sono centinaia le persone che vivono barricate in casa senza poter più uscire. Il sistema delle vendette di sangue, che sancisce il dovere di ristabilire l’onore perduto con un omicidio, viene disciplinato dal Kanun, antico codice di comportamento medioevale.

Il Kanun

Trascritto intorno alla metà del XV secolo dal condottiero Lekë Dukagjini, il Kanun è il codice di comportamento che regolava la vita sociale, individuale e familiare della popolazione albanese sotto il dominio dell’impero ottomano. Il Kanun è stato tramandato oralmente di generazione in generazione e per secoli ha disciplinato tutti gli aspetti della vita delle comunità montane del nord del Paese: dalle questioni familiari al lavoro, dall’ospitalità al risarcimento dei danni, dal perdono alla vendetta di sangue. “Il Kanun un tempo era la legge e tutto si basava sul codice”, ricorda con nostalgia Avdi Rexha, l’ultimo saggio rimasto nella cittadina di Tropoja.

Contrastato prima da Re Zog e poi dalla dittatura comunista di Enver Hoxha, con la caduta del regime a inizio anni ’90, il Kanun è tornato a regolare la vita delle comunità albanesi nelle zone montuose, al confine con Kosovo e Montenegro. Oggi il codice di Dukagjini non è più in vigore, ma molte delle disposizioni in esso contenute sono ancora fortemente radicate nella società. “Il Kanun è ancora presente in diversi momenti della vita quotidiana, soprattutto nel nord del Paese”, spiega Elton Kikia, giornalista di Top Channel Albania. “La maggior parte delle disposizioni sono al giorno d’oggi sconosciute, altre invece sono ancora ben radicate”.

La vendetta di sangue

Principio fondamentale nella cultura albanese è quello dell’onore. Azioni disonorevoli e torti vengono considerati alla pari di crimini. Il Kanun di Dukagjini regolamenta nel dettaglio in quali casi e in che modo un uomo debba vendicarsi, in particolare se il suo onore è stato oltraggiato con il versamento di sangue. Nel codice, la gjakmarrja(presa del sangue) legittima un familiare della vittima a uccidere l’autore del crimine o un parente dell’assassino fino al terzo grado di parentela. “La preoccupazione al giorno d’oggi riguarda quello che il Kanun dice sull’omicidio – continua Kikia -. Secondo il codice, ‘se uccidi qualcuno, paghi con il tuo stesso sangue. La famiglia della vittima deve uccidere un componente della tua famiglia’. Questa regola 500 anni fa poteva anche avere successo, oggi è solo una grande preoccupazione. È come un cancro nella nostra società, difficile da estirpare”.

Le pratiche di esecuzione della vedetta di sangue sono descritte in modo dettagliato nel Kanun. Il codice prevede, ad esempio, che una persona sia colpita solo quando si trovi fuori dalla propria abitazione e che nella vendetta siano coinvolti soltanto i maschi della famiglia. “Il Kanun non permette di uccidere donne, bambini e preti. Al giorno d’oggi invece chiunque può essere ammazzato, senza distinzioni – spiega il giornalista albanese -. Il Kanun viene usato come scusa: una persona è arrabbiata, si vendica e usa il codice per giustificarsi. Questo non significa praticare il Kanun, ma essere dei criminali”. I conflitti tra le persone possono sfociare così in un omicidio e innescare spirali spesso infinite di odio e violenza che coinvolgono intere famiglie.

Vivere rinchiusi in casa

“Se uscissi da quel portone potrebbe accadere di tutto”. Haziz Markola indica il cancello in ferro dall’altra parte del giardino che lo separa dalla libertà. Occhi spenti, voce roca, l’uomo è prigioniero nella sua casa insieme a tutto il resto della famiglia. Lo abbiamo raggiunto percorrendo alcune strade sterrate, cercando di non farci notare perché vivere sotto la vendetta di sangue è pericoloso anche per chi entra in contatto con lui. Haziz abita rinchiuso in una villetta nel cuore del piccolo centro di Mamurras da più di due mesi, da quando cioè suo fratello è stato incolpato dell’omicidio del 27enne Indrit Pepa. “Noi non abbiamo fatto nulla. La polizia ci ha accusato direttamente e ora noi viviamo nella paura”, tuona Haziz.

“Anni fa sono stato ferito alle gambe da Pepa dopo uno stupido diverbio”, racconta Haziz. Da quel momento, la famiglia dell’aggressore ha vissuto autoreclusa per paura di subire una vedetta. “Pepa non ha fatto neanche un giorno di carcere – continua Haziz, perso con la mente tra gli amari ricordi -. Ha cercato di scappare prima in Germania e poi in Francia”. Ma le richieste di asilo del giovane, che aveva dichiarato di essere in pericolo di vita in Albania, sono state rifiutate. “Quando ha fatto ritorno qui in paese, noi non gli abbiamo fatto niente. È rimasto libero per un anno, fino alla sua morte. La polizia ha subito accusato mio fratello di omicidio, ma noi siamo estranei a tutto questo”, spiega Haziz. Poi la vita della sua famiglia si è interrotta.

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Per paura della vendetta di sangue, Haziz Markola ha deciso di chiudersi in casa con la madre e i tutti i parenti, bimbi compresi. “Non usciamo da più di due mesi: viviamo come se fossimo in prigione. Abbiamo paura, ci sentiamo minacciati. Mio fratello è scappato e non abbiamo più notizie di lui. Potrebbe persino essere già morto”. Ogni giorno Haziz e i suoi familiari si svegliano con la paura che possa accadere qualcosa. “Mi aspetto il peggio, potrebbe succedere di tutto. Chi si vuole vendicare abita qui vicino, a un chilometro”, racconta mentre volge lo sguardo oltre la recinzione.

“Dopo un omicidio, la paura che la famiglia della vittima possa colpire, fa rinchiudere i parenti dell’aggressore in casa – spiega Elton Kikia -. Non è detto che all’uccisione segua la vendetta, ma per paura le persone si isolano nelle loro case”. E a pagare le conseguenze di tutto ciò sono soprattutto i più piccoli. “Nessuno di noi può lasciare la casa. I miei due nipotini non escono più, neanche per andare a scuola – racconta Haziz -. Siamo tutti bloccati in casa. Per fortuna i vicini ci aiutano e non ci lasciano soli”.

“Ci manca la vita normale, poter uscire e fare tutto ciò che si vuole senza paura. Ho pensato di allontanarmi da qui perché non si può vivere senza pane e acqua. Però prima dobbiamo sapere dov’è e cosa è successo a mio fratello – conclude con rammarico Haziz -. Tutto ciò deve finire, questa non è vita“.

Dalla parte di chi si vendica

È pomeriggio inoltrato quando raggiungiamo la casa della famiglia Papelekaj. Abbiamo lasciato la nostra auto all’inizio di un sentiero di montagna e ci siamo incamminati al buio nel bosco di Lekbibaj. Gëzim ci accoglie sulla porta di una piccola casa dove abita con la moglie e alcuni dei loro 11 figli, i più piccoli. Le ragazze sono già andate a vivere con i mariti, mentre una è stata uccisa al culmine di una lite tra cugini. Ma Gëzim, che secondo il Kanun dovrebbe vendicarsi del delitto subito, si è isolato nella sua casa sotto al peso delle aspettative della comunità.

“Dopo anni di persecuzioni, i miei cugini hanno cercato di uccidermi per questioni legate alla proprietà. Mia figlia si è messa in mezzo per difendermi e così hanno colpito lei”, racconta con rabbia Gëzim. “Da quel giorno tutti si aspettano la nostra vendetta. Io avrei voluto farmi giustizia, ma la Fede mi ha trattenuto e spero che un domani, quando saranno grandi, i miei figli non si vendichino con le armi”, spiega guardano i quattro bimbi più piccoli seduti in fila sul divano dall’altra parte della stanza.

L’onore, secondo il Kanun, si perde anche nel momento in cui i parenti non vendicano l’omicidio di un membro della famiglia. Per questo la comunità continua a fare pressioni sui Papelekaj. “Tutti mi considerano un uomo debole – spiega Gëzim -. La perdita della dignità è un duro colpo, così ho deciso di isolarmi con la mia famiglia, di stare lontano dalle persone. Ma c’è chi offende ogni giorno i miei figli, dicendo che io ho paura”.

Il Kanun è una maledizione. Vorrei allontanarmi da tutta questa sofferenza, ma anche andarsene dalla nostra casa sarebbe doloroso”, conclude l’uomo scuotendo la testa. La moglie, seduta in un angolo dietro a lui, resta in silenzio con gli occhi pieni di lacrime. In mano, un rosario.

Vendetta o pace

Se la scelta della famiglia Papelekaj è ostacolata e criticata dalla comunità, è anche vero che il Kanun prevede la possibilità di una riconciliazione non violenta. Attraverso una cerimonia alla presenza di alcuni mediatori, si mette così fine allo spargimento di sangue. “In tutte le questioni venivano coinvolti dei saggi, gli anziani. Ci si radunava, si ascoltavano le dichiarazioni dei testimoni e tutto era messo per iscritto”, racconta Avdi Rexha. “Ora tutto questo non accade più. I giovani non conoscono l’importanza del Kanun e la legge ha indebolito l’antico codice”.

Oggi il ruolo di mediatore è assunto da figure religiose, preti o imam. “Trascorriamo del tempo con le famiglie e cerchiamo di portare un po’ di conforto a chi vive rinchiuso in casa e a chi ha perso un parente e sente la pressione della società per compiere la sua vendetta”, raccontano le suore di Dushaj. “Le famiglie che dovrebbero compiere la vendetta, a volte non vorrebbero neanche farlo, ma c’è un obbligo sociale che le spinge a colpire. Riteniamo che queste famiglie siano doppiamente vittime del fenomeno: oltre ad aver perso un loro caro, sono viste come potenziali assassine dalla società”, ci spiegano i volontari di Operazione Colomba. Il corpo di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII lavora dal 2010 a Scutari e nelle zone a nord dell’Albania per prevenire il ricorso alla vendetta. “Cerchiamo di essere vicini a entrambe le parti in conflitto. Ogni giorno ci rechiamo dalle famiglie per portare un po’ di positività in modo da abbassare la tensione. Non è facile, si tratta di un lungo e complicato processo”.

Intanto le persone continuano a giustificare gli omicidi con il Kanun e a vivere rinchiuse nelle proprie case. “La polizia qui in Albania non funziona, si è arresa – conclude Haziz -. L’unica cosa da fare è allontanarsi da questo posto prima che sia troppo tardi”.