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Quei 900 soldati italiani nella tana dei talebani

(Chiara Giannini, da Herat) Piazza Italia sembra quella di sempre. Il monumento che riporta i 53 nomi dei caduti in Afghanistan è ancora lì, a Camp Arena, la base militare che dal 2015 è stata ridimensionata, con la partenza degli spagnoli e degli americani, rimasti in numero esiguo. Oggi la missione italiana, un tempo Isaf, che contava oltre 4mila militari, è stata trasformata in Rs (Resolute support), che ha compiti di supporto, pianificazione, programmazione e impiego delle risorse finanziarie a lungo termine, di assicurare trasparenza, affidabilità e vigilanza in ottica anticorruzione, supportare l’aderenza ai principi dello stato di diritto e di buon governo, di supportare e sostenere processi quali arruolamento, addestramento, gestione e crescita del personale, anche tramite fornitura di materiali ed equipaggiamenti. Ma anche compiti di intelligence e comunicazione strategica. 

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Oggi i militari italiani impiegati in Afghanistan sono circa 900, di cui poco più di 800 a Herat e una settantina a Kabul. La cooperazione militare ha dato, in nove anni, oltre 260mila dollari per progetti legati alla realizzazione di una cittadella militare, per organizzare corsi per le forze di sicurezza afghane, ma anche per fornire le divise necessarie. L’Italia è terza nel fornire questo tipo di contributi, dopo Australia e Germania. 

L’Afghanistan sta cambiando, lo hanno dimostrato le ultime elezioni, che hanno portato al voto oltre quattro milioni di cittadini e, in buona parte, anche donne. Nonostante gli attentati dei talebani, le consultazioni elettorali sono riuscite senza alcun problema, in modo particolare nella regione ovest, quella in cui gli italiani operano da anni. 

«La cosa più importante che abbiamo imparato dagli italiani – ci ha spiegato il colonnello Mohammad Khan, dell’Afghanistan national security force – è il training per i nostri militari. L’addestramento è stato così puntuale che anche in occasione delle elezioni ci siamo coordinati bene con tutte le forze in campo, operando in condizioni che ritenevano critiche, ma abbiamo fatto veramente bene. Abbiamo imparato molto dalle forze armate italiane». 

Eppure gli afghani continuano a chiedere indipendenza. «Perché finché gli occidentali saranno qui – spiega il comandante della polizia provinciale Aminullah Amarkel – la guerra contro i talebani non finirà mai sul serio. Qualche settimana fa siamo stati avvertiti di un attacco a un nostro check point in cui avevamo impiegato 25 uomini. Ci siamo preparati, ma gli insurgents sono arrivati di notte e grazie alle armi di nuova generazione, con i visori notturni, hanno ucciso tutti e poi fatto saltare in aria la casupola del posto di blocco. Chi fornisce loro gli armamenti? Iran, Cina e Russia». Un’accusa, in realtà, mai dimostrata. «Però – ha proseguito Amarkel – se ci deste armi di nuova generazione sapremmo come difenderci». 

La verità è che anche la frangia meno violenta dei talebani sta cercando accordi. All’ultima conferenza di Mosca si sono seduti al tavolo con rappresentanti del governo afghano per cercare un’intesa. Lo si era capito anche durante la tregua del giugno scorso, quando per tre giorni non vi furono attacchi, in occasione della festa del sacrificio e alcuni terroristi scesero tra la gente per festeggiare come comuni cittadini che la volontà di cambiamento c’è. Oggi i talebani, a detta del popolo afghano, usano internet e comunicano attraverso i social network. Si stanno evolvendo anche loro. Ciò che preoccupa maggiormente, invece, sono gli ex miliziani dell’Isis, che in qualche angolo di Afghanistan si sono insediati e ora rivendicano attacchi, compreso l’ultimo a Kabul, che ha macinato diversi morti. 

La libertà per le donne è un eufemismo, ce lo hanno spiegato le giornaliste di Herat. Maryam, fotografa che lavora per alcune agenzie del territorio a ovest, racconta che solo «in tre dipartimenti su 62 sono presenti donne». Il governo, peraltro, «diffonde dati statistici non esatti, proprio per non incentivare la nostra partecipazione». Eppure i burqa che si vedono in giro sono molti meno rispetto a quelli che si notavano in passato, anche se in alcune città è ancora difficile uscire, come Kabul, dove si continua a rischiare la vita. 

L’Afghanistan, una terra bella da togliere il fiato, ha ancora molto da lavorare prima di riuscire a tornare quella che era prima dell’avvento dei talebani e dell’arrivo del male, costituito qui dalla minaccia terroristica. Eppure, parlando con i local worker, i lavoratori che vanno alla base ogni mattina, si percepisce che una reale voglia di cambiamento c’è. 

Questa terra si è portata via 54 italiani, 53 militari e una cooperante. «Non possiamo dimenticarci di loro», ha chiarito il comandante della brigata Pinerolo, generale Francesco Bruno. Un tributo che non può essere gettato nel vuoto. Le famiglie dei caduti lo sanno bene. 

«Come madre di uno di loro – racconta Anna Rita Lo Mastro, mamma del paracadutista David Tobini, morto a Bala Mourghab il 25 luglio 2011 -, con fascicolo alla mano, vorrei tanto incontrare il ministro della Difesa, il comandante e gli ufficiali dell’epoca. Oggi siamo pronti a confrontarci. Aspettiamo il “coraggio” di questi uomini». Gente che non ha neanche mai ricevuto i parenti delle vittime dell’Afghanistan. «Gli stessi che ieri – prosegue Anna Rita – hanno raccontato e omesso nelle nostre case fatti che pensavano non saremmo mai venuti a conoscenza. Case di persone che loro non hanno riportato indietro, se non nella bara. Vorrei solo reincontrare questi piccoli uomini». 

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C’è un gatto che si aggira per Camp Arena, un bellissimo micio dal pelo perlato e dallo sguardo fiero. Si chiama Fenice e ogni volta che può va a sedersi sotto alle lapidi che ricordano i nostri caduti. Guarda in direzione dei nomi, poi osserva chi gli si pone davanti e inizia a miagolare più forte che può. Gli hanno dato questo nome perché ce l’ha fatta a superare numerosi problemi di salute, e come la Fenice è risorto. Sarà un caso, ma il fatto che vada a sedersi proprio lì fa venire i brividi. Sembra volere dare un messaggio di speranza. Anche laddove la morte sembra aver lasciato solo dolore.