(160227) -- DAMASCUS, Feb. 27, 2016 (Xinhua) -- A Syrian vendor arranges his goods at their shop in Bab Srijeh marketplace in Damascus, capital of Syria, on Feb. 27, 2016. The capital has seen a relatively calm day on Saturday, as a Russian-US sponsored truce went into effect at midnight Friday. (Xinhua/Ammar)

In Siria è ormai cambiato tutto:
così la gente sta tornando a vivere

(Da Damasco) Beirut-Damasco, meno di tre ore in auto. Damasco-Aleppo, cinque ore partendo all’alba e fermandosi per la colazione. Idem al ritorno con la merenda. Damasco-Homs in tre ore. A Maaloula in poco più di un’ora, Saidnaya in tre quarti d’ora.

La prima notizia sulla Siria è che si può fare. Ci si può muovere con relativa comodità e velocità. In un paio di mesi, da quando cioè gli ultimi capisaldi ribelli intorno a Damasco, da Yarmouk a Ghouta, sono caduti sotto il controllo del governo, è cambiato tutto. E il polso della nuova situazione lo dà, appunto, il traffico sulle strade.

Prima scarso di giorno, perché frenato dai lunghi giri che bisognava fare per aggirare le zone a rischio e dall’enorme frequenza dei check point militari e dei blocchi della polizia. E quasi inesistente di notte. Oggi già intenso e, quel che più conta, “popolato” di autobus e taxi collettivi e soprattutto di camion, che tendono a muoversi in convoglio ma ormai sono numerosissimi lungo la fondamentale direttrice Damasco-Aleppo.

È il segnale più chiaro ed evidente della voglia di rinascere che la Siria esprime in ogni piccola o grande manifestazione della vita sociale. A partire, per esempio, dalla voglia di commerciare e intraprendere.

Bab Touma, il quartiere a prevalenza cristiana, si è popolato in un attimo di nuovi caffè e ristoranti, aperti e frequentati a tutte le ore. Il risultato è che il quartiere, che confina con la grande moschea degli Omayyadi e con il suq di Al Hamidiyya, costruito verso la fine del Settecento sfruttando anche i resti di un tempio romano, è diventato il regno della “movida” damascena.

Il venerdì (giorno festivo per i musulmani) e il sabato (vigilia della festa cristiana) si riempie di giovani che sono, in virtù delle proporzioni tra le confessioni, soprattutto musulmani. Li porta lì l’atmosfera più distesa, quel pizzico in più di gioia di vivere, il gusto per suoni e sapori un poco diversi. E la cosa sembra funzionare. Anche le ragazze che chiacchierano per strada, una velata e l’altra no, o i ragazzi che si danno un tono fumando il narghilè nei caffè del quartiere cristiano, sono un barometro sociale da tenere d’occhio.

Forse è troppo presto ma si vorrebbe capire se e come i sette anni di questa guerra atroce e ancora non finita, condotta da un esercito di terroristi che comunque si ispirava (o diceva di ispirarsi) all’islam, abbiano segnato il rapporto tra la minoranza cristiana e la maggioranza musulmana della Siria. Ovviamente non è stata una guerra di religione. Ma un problema di radicalismo islamico evidentemente c’è stato, nel passato recente come in quello prossimo. E in molti casi anche un problema di radicalismo più o meno finto o opportunista che, alla chiamata del Califfato, ha gettato la maschera e si è sfogato contro i cristiani, come pure contro i musulmani moderati o leali al governo di Bashar al Assad.

Ho conosciuto Bashir, un tempo florido commerciante di scarpe a Yarmouk, il grande campo profughi palestinese alle porte di Damasco. Purtroppo per lui, Bashir era anche l’unico cristiano della città. Mai avuto un problema, tutto tranquillo. Ma poco dopo lo scoppio della rivolta, sui muri della sua casa sono cominciate ad apparire slogan islamisti e minacce di morte. Quando i terroristi si sono avvicinati, Bashir, la moglie e le tre figlie sono dovuti scappare con solo quello che riuscivano a portare con sé in automobile. “Tra immobili e merci”, dice lui ora, “avevo un valore di quattro milioni di dollari. Ora non ho più nulla. Sono tornato a Yarmouk, della mia casa e dei miei negozi restano solo macerie”.

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Alla disgrazia economica si aggiunge, come dicevamo, un rovello: quello di sapere che fu uno dei suoi vicini di casa, musulmano appunto, ad additarlo a quelli dell’Isis come cristiano da puntare e spogliare. Bashir non sa quale dei vicini, ma arriverà a scoprirlo. E poi? C’è chi sostiene anche la tesi opposta. Aver combattuto un comune nemico, il terrorismo islamista, ed essere sopravvissuti renderà ancor più stretti i rapporti tra i siriani musulmani e i siriani cristiani. Vedremo. Intanto, le autorità religiose islamiche fanno ogni sforzo per far procedere la Siria su quest’ultima strada.

Ho partecipato a un incontro il muftì di Aleppo, Sheikh Mahmud Assam, e i vescovi delle diverse confessioni cristiane. “Dove ci siete voi cristiani”, ha detto a un certo punto il muftì, la seconda autorità religiosa islamica del Paese, “i rapporti tra le persone sono più dolci e la vita più tranquilla”. Difficile credere che fossero parole dettate solo dal senso dell’ospitalità.

Così, mentre l’esercito finisce di rimettere insieme i pezzi di Siria che gli islamisti hanno occupato e tenuto per sette anni, tanti altri attori cercano di ricomporre il puzzle della società siriana, per lunghi anni tenuto insieme da una miscela di centralismo politico, tolleranza etnico-religiosa e autosufficienza economica che ora si cerca di ricreare. Proprio questo sforzo, però, mette in luce le ferite profonde che il conflitto ha inferto al Paese.

Troppi muri di Damasco sono coperti dalle foto dei “martiri”, soldati e civili caduti sotto i colpi dell’Isis, di Al Nusra e delle altre milizie. I morti sono in gran parte giovani. Così come moltissimi, tra gli emigrati, sono stati i giovani in età da servizio militari, fuggiti all’estero per non rischiare la vita al fronte. I due fattori, combinati, hanno privato la Siria delle energie lavorative migliori. L’economia siriana, oggi, sente questa assenza ma sarà costretta ad appoggiarsi su donne ed anziani ancora per anni, fino a quando cioè la “generazione perduta” della Siria non sarà sostituita dai bambini e dai ragazzini di adesso, cresciuti negli anni delle bombe e dei missili.

Così come si sente, ovviamente, l’isolamento internazionale in cui la Siria è stata precipitata. Senza poter commerciare, esportare e importare, il Paese riesce a vivere ma la ricostruzione sarà enormemente più difficile. L’Unione europea ha di recente prolungato di un anno ed esteso in ampiezza le sanzioni economiche, indifferente al fatto che dette sanzioni non hanno alcun effetto politico, visto che non toccano la stabilità della presidenza o del governo, ma rendono la vita ancor più dura a una popolazione già stremata da una guerra orrenda. Popolazione che, Bruxelles se ne faccia una ragione, è in maggioranza schierata con Bashar al Assad. Soprattutto adesso. Una realtà che facciamo finta di non vedere ma che è lì, solida e non incline a cambiare nel prossimo futuro. Che vogliamo fare?

  • Nerone2

    Onore al popolo siriano.
    Bashar al Assad presidente della Siria a VITA!

    • Mario Marini

      A vita non esageriamo. Diciamo meglio Assad che un regime islamista

  • dottor Strange

    ancora c’è da recuperare l’area di Idlib e dintorni, sotto controllo turco-islamista e quasi tutta la regione ad est del’Eufrate, sotto controllo curdo. però il più è fatto, soprattutto se verrà “derattizzata” Daraa e dintorni. il triumvirato USA-Israele-Sauditi ha perso (insieme ai suoi ascari) e le ditte italiane possono partecipare alla ricostruzione del Paese, se l’attuale governo avrà gli attributi per fare le scelte giuste in politica estera

  • Divoll79

    Per fortuna, hanno l’appoggio (anche materiale ed economico) della Russia e dell’Iran, ora impegnati non solo a finire di ripulire il territorio dai jahidisti, ma anche in opere di ricostruzione e rifornimenti x edilizia, medicina, ecc.

  • potier

    infatti avrebbe potuto cambiare già dal 2011 ! senza molti morti, senza bombe, senza stragi e senza distruzioni che stando a varie stime ammonterebbero in oltre 400 miliardi di USD. se appunto il criminale Assad avesse tolto subito le tende e in buon ordine ai primi motti che lo volevano giustamente cacciare, e al pari suo anche quell’altro losco individuo di Mosca il quale per tenersi in Siria delle inutili in Siria basi ha maggiormente lui sulla coscienza i 570mila morti e milioni di rifugiati …

    • Ling Noi

      Eccolo l’ammiratore dei terroristi islamici creati da israhell e dagli Usa. Sei un infame, indegno dell’ossigeno che consumi per respirare.

    • luigirossi

      @potier
      Gira e rigira,la colpa è del losco individuo del Cremlino.Se agli ebrei togli i soldi delle loro rapine,si ammalano di odio osessivo.E Potier è ebreo.

      • Ernesto Pesce

        POTIER E’ SIONISTA, DEGNA DELLA SUA MADRE ANITA MULLER

  • Tobi

    “L’Unione europea ha di recente prolungato di un anno ed esteso in ampiezza le sanzioni economiche, indifferente al fatto che dette sanzioni non hanno alcun effetto politico, visto che non toccano la stabilità della presidenza o del governo, ma rendono la vita ancor più dura a una popolazione già stremata da una guerra orrenda.”

    Quanto sopra a completamento dell’opera horror compiuta dall’ISIS (e nazioni patrocinanti, ormai sappiamo quali sono), cioè una vergogna per quest’Europa complice del più grande genocidio moderno.

  • Italo Balbo

    Bibì sta rosicando, il suo piano di destabilizzazione della Siria è fallito. W la Siria, W la Palestina !

  • best67

    e quelli dell’altro giorno che dicono che in siria non ci vorrebbero più tornare?

  • BlackSail33

    Uno scempio umanitario provocato da usa, arabia, israele e ovviamente dai cani ue al guinzaglio. Questi sono i nuovi nazisti del nostro tempo, almeno quelli lo facevano direttamente, ci mettevano la faccia, queste canaglie finanziano tagliagole islamiche per far il lavoro sporco al loro posto, e le dipingono all’opinione pubblica beota come guerre umanitarie, primavere. Se il mondo fosse giusto, per tutta questa cricca ci dovrebbe essere una Norimberga. Con barack banana a la clinton in testa.