02 November 2015 - Kabul, Afghanistan. Daily life scene. The country is facing a pivotal period in its history as International armies such as US and Italy decided not to leave the country but to prolong the ongoing war against Talibans in support of the Afghan official Government.

Faccia a faccia con i trafficanti di uomini

Nel mese di ottobre 45 mila afgani hanno lasciato il paese per dirigersi verso l’Europa. La guerra, la fame, la mancanza di lavoro, sono i motivi scatenanti. Famiglie che vendono tutto per affidare i propri figli ai trafficanti di esseri umani che li spingeranno attraverso le insidie di un mondo sconosciuto per farli approvare in un Eldorado, non tanto dorato che spesso e volentieri non capisce le loro ragioni. Amin ha 20 anni e si è dato appuntamento con i suoi due amici per comprare un biglietto dell’autobus per raggiungere Nimroz, città sul confine ad almeno 8 ore di distanza di Kabul dove verrà preso in consegna dai trafficanti che lo porteranno in Iran, e via via in tutti i paesi che dovrà attraversare per raggiungere l’Europa. Il biglietto alla stazione degli autobus a ovest della capitale costa 25 dollari. Sarà l’unica tratta che Amin, farà in modo legale. Alla stazione regna sovrana la confusione, macchine, mercanti, venditori, uomini in cerca di un futuro e altri che tornano al loro passato, polizia, spie, donne che chiedono l’elemosina, venditori di qualsiasi cosa e bambini arruffati che ciondolano per le strade.

02 November 2015 - Kabul, Afghanistan. Tickets sale for neighbouring countries. The country is facing a pivotal period in its history as International armies such as US and Italy decided not to leave the country but to prolong the ongoing war against Talibans in support of the Afghan official Government.
L’aria è umidi e appiccicosa. “Meglio se indossi il velo”, suggerisce il mio traduttore, segnalando una zona non proprio raccomandabile. La gente ha paura di parlare, la polizia controlla, ed è aggressiva, ferma perfino noi, dicendoci che dobbiamo avere dei permessi. Ma noi ci intrufoliamo lo stesso, in quel mondo di autobus pieno di gente carica di roba e pronta a lasciare tutto in nome di una speranza che si spegne spesso di fronte a muri e reticolati. Ali ha 17 anni e questo viaggio lo ha già fatto, è arrivato in Iran, ci ha lavorato per un po’ e poi lo hanno preso, impacchettato e spedito al mittente. Muhammad, invece, che ha solo 17 anni non vuole arrivare in Europa, si accontenta anche lui dell’Iran nella speranza di costruirsi un futuro e fare abbastanza soldi da mantenere la famiglia che resta qui. Ma la vera sfida è raggiungere la Grecia, dove poi ti si spalancano le porte dei sogni. Ma per farlo bisogna affidarsi a trafficanti che per l’intera tratta si prendono 12 mila euro. Un viaggio che in aereo, documenti alla mano, non costerebbe più di 900. Invece, se sei fortunato e pagante, ci vuole un mesetto, invece se non hai abbastanza soldi, ti devi fermare nei paesi dove arrivi, lavorare per la rete di trafficanti e quando hai racimolato abbastanza soldi proseguire per un’altra tratta. “Non dovete pensare che siamo cattivi, chi altro garantisce un futuro a questa gente? Certo prendiamo dei soldi, ma anche noi dobbiamo lavorare. Ed è un lavoro, molto pericoloso”, garantisce Omar (che non è il suo vero nome), un veterano del traffico di esseri umani. Ha vissuto per anni in Grecia, dove ha messo in piedi un rete che va dall’Afghanistan all’Austria, passando anche per l’Italia. Sua figlia gli scorrazza intorno e lui la prende in braccio. “Tutto quello che faccio, è per loro, per i miei figli, sperando che un domani possano vivere sereni”. Vuole convincerci che il suo lavoro rappresenta un servizio, l’espressione di un’esigenza per migliaia di persone incapaci di riuscire a continuare a vivere in un paese soffocato dalla violenza e dalla impossibilità anche solo di pensare ad un futuro migliore. “Prendo intorno ai 10 mila euro e questi soldi vengono divisi tra i vari trafficanti lungo la strada, la gente viene presa, messa ogni volta in case sicure, e portata da un paese all’altro fino a quando arriva in Europa”. Omar ha 43 anni e ha portato migliaia di persone da una parte all’altra, risponde continuamente a richieste che gli arrivano al cellulare, sembra l’unico ad avere un lavoro sicuro in un paese come l’Afghanistan. “Non porto la gente in mare – spiega Omar – non mi piace, è pericoloso, non pensiate che siamo tutti senza scrupoli, so che non è un lavoro rispettabile o legale, ma cerco di farlo bene, sono le persone che vogliono partire e mi chiedono aiuto, e lo farebbero comunque, con altri. Guadagno soldi, è vero, ma per questo si lavora”. Arrivati a Nimroz, i futuri sfollati dovranno camminare per 10 ore per superare il confine iraniano e potersi dire quasi al sicuro. “La polizia migliore è quella turca, non disturbano molto, ci lasciano entrare. Gli iraniani, invece, sono selvaggi, sparano contro le persone, se le prendono le picchiano, non sono umani. In Bulgaria, Serbia, Croazia, Austria, poi la gente si muove da sola, segue il flusso. In media ci vogliono 45 giorni per arrivare”. Omar racconta di passaggi nel deserto, nelle città, nelle foreste, di gente che va avanti anche quando è troppo stanca per camminare.

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Parla di 20 mila persone che ogni mese partono dall’Afghanistan, e ammette che con il cambio dell’amministrazione il traffico è diminuito. “Con il presidente Karzai si lavorava un sacco, non c’era davvero speranza. Ricomincerà anche con questo presidente”. Omar dopo 10 anni di carriera, vorrebbe smettere e anche lui andare in Svezia. “Sono stanco, sono sempre in tensione, ci sono sempre problemi da risolvere. Si guadagnerà anche bene, ma a lungo andare logora”. In Afghanistan i matrimoni, sono epocali, con centinaia di persone invitate, si deve spendere sempre più del vicino. Omar per il suo, ha speso 60 mila dollari e ha invitato 12 mila persone, ha pagato l’hennè alle signore e 15 mila dollari per i gioielli della sposa. Insomma, il suo matrimonio è valso l’attraversata di 50 persone, soldi che visto come stanno le cose in Afghanistan, ci metterà molto poco a recuperare.