Non vittime, eroine

Siamo a Agra, una cittadina a circa 200 chilometri da New Delhi. Il Taj Mahal domina su questa città. Ironia della sorte: il grande mausoleo di marmo è stato voluto dall’Imperatore moghul Shah Jahan come dimostrazione d’amore nei confronti di sua moglie. Un amore che le donne di Agra non hanno mai conosciuto.

Qui, infatti, accanto al colossale Taj Mahal, sorge un piccolo locale – lo Sheroes Hangout – dove le donne che sono state sfregiate con l’acido da fidanzati e mariti incapaci di amare cercano una nuova vita.

All’interno dello Sheroes Hangout, oltre ad una piccola biblioteca, c’è anche un angolo ristoro dove è possibile degustare caffè, tè e specialità culinarie del nord dell’India, servite direttamente dalle mani di queste donne speciali.

Prima di incontrare Ghiita, Meetu, Dolly e Riitu ci eravamo preparati alle cicatrici che tagliano i loro volti. Non ci aspettavamo certo i loro sorrisi aperti, il coraggio dei loro sguardi e l’orgoglio delle loro voci. Come quella di Meetu, sfregiata nel sonno dal padre quando aveva solo tre anni. Stessa sorte che è toccata a sua madre, Ghiita, che canta a gran voce la sua forza e sfoggia sempre il suo instancabile sorriso.

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Ghiita ® Maurizio Faraboni
Ghiita  ® Maurizio Faraboni
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Ed è proprio Meetu, occhi profondi e capelli raccolti sulla nuca, a raccontarci: “L’attacco con l’acido inizialmente non ha stravolto soltanto i tratti del mio viso. Ma anche quella che allora era la mia quotidianità fatta di piccole e grandi cose. Ma ora nonostante la sofferenza, il dolore e lo smarrimento iniziale, sono grata di avere trovato un posto come questo dove insieme ad altre ragazze mi sto riappropriando della mia vita. Senza dovermi più nascondere o vergognare per una colpa non mia”.

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Nessuno qui si vergogna. Forse perché non c’è nessun motivo per vergognarsi di queste cicatrici del volto e dell’anima. Anzi: Ghiita e le altre ragazze sono l’esempio di come, nonostante le operazioni, le sofferenze fisiche, morali e psicologiche causate da uomini violenti, si possa tornare a vivere.

Grazie a Sheroes Hangout e all’associazione Stop Acid Attacks – che si prende cura di loro sia a livello di tutela giudiziaria che medico-psicologica – queste ragazze non hanno ceduto di fronte alla violenza, ma si sono abbandonate al desiderio di rinascita, rispetto e speranza.

Sono molti (anche se non sufficienti) gli attivisti che si battono contro le atrocità compiute dagli uomini indiani contro le donne. Le denunce sono in lento aumento: nel solo 2014 sono state arrestate 200 persone. Poche. Pochissime, se si pensa che sono state almeno 309 le segnalazioni di violenze alle autorità. Stando ai dati diffusi dal Fondo Internazionale di Sopravvissuti all’Acido, in India vengono aggredite almeno tre donne al giorno. Moltissime sono ancora minorenni. Quasi una su due.

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Al di là di ogni violenza, ad Agra c’è maggior consapevolezza nei confronti di questo problema. In un anno sono stati almeno 5mila i clienti che sono passati dal locale di Ghiita, Meetu, Dolly e Riitu per portare un sorriso o, più semplicemente, per bere una bevanda calda. Il loro caffè rappresenta solo una goccia nel mare della sofferenza. Ma, si sa, sono le gocce a scavare anche le rocce più dure.