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La bimba diventata giornalista
per trovare i killer del padre

Diana ha fatto della sua professione la sua salvezza e il suo destino. Per i primi dieci anni, la vita le era stata servita dolce e delicata e tutto sembrava scorrere liscio. Figlia dell’alta borghesia di Bogotà, una villa con alti muri a delineare lo spazio. Una bella famiglia, unita e serena, il padre, Luis Lopez Peralta, un politico con ambizione da sindaco di Barrancas, una città a nord est della Colombia, nel dipartimento di La Guajira. Fino al giorno in cui la domestica sbiancò incollata alla cornetta del telefono. Dall’altra parte quella voce metallica e fredda che informava dell’«incidente». Il padre era morto.

Ucciso da un colpo di pistola mentre era in macchina tornando verso casa. Un sicario dissero i poliziotti. E in quell’istante il mondo di Diana Lopez cambiò gusto all’improvviso. I ricordi di una bambina che restano intrecciati al sapore della memoria. Quella merenda lasciata a metà, il gelo, il sole che entra dalle grandi finestre della villa come se niente fosse. Le lacrime, la madre, i fratelli, i parenti a confortarsi tra loro e a dire: silenzio. Meglio non farla troppo lunga, meglio non fare troppo rumore. Tenersi il lutto a casa, stretto tra le mura. In Italia si chiama omertà, ma anche in Colombia è così perché a parlare si fa tutti una brutta fine e l’orgoglio e la voglia di giustizia porta quasi sempre alla morte. Diana invece che ha il coraggio e la purezza di una bambina non vuole fermarsi. E continua a domandare. Capisce – precoce com’è – che sopravvivere a un dolore così tremendo nel cuore senza avere delle risposte per lei non sarebbe possibile.

Chiede a tutti. Alla madre, ai parenti, alla gente che ha più vicino. Cerca di ricostruire, di darsi una spiegazione. Attorno a lei il silenzio più cupo. Nessuna indagine in corso dalla polizia. Nessuno sa, e chi parla, balbetta informazioni spicciole che sanno di mezze bugie. «Ma Diana lascia stare, pensa a giocare». Lei disobbedisce e la morte del padre diventa chiodo fisso. Cresce e non smette di chiedersi chi. Perché quell’uomo che tanto amava è stato assassinato? Il bisogno di sapere diventa ossessione che non l’abbandona. E così quella storia segna il suo destino e il suo futuro.

Cresce, diventa una donna, studia e si laurea in giornalismo perché sa che con questa professione le si possono aprire più porte, può scoprire più cose. E così fa. Per vent’anni raccoglie prove. Lo fa da sola, contro tutti, contro la sua stessa famiglia che ad un certo punto la isola, la ripudia. Non la vuole una figlia così insistente e indignata, che non sa stare al suo posto. È lei che scopre che Luis non è morto sul colpo, ma dissanguato, dopo una lenta agonia che poteva essere probabilmente evitata, che non gli hanno sparato in testa ma nel collo e che quel giorno del 1997 non arrivò nessuna ambulanza a soccorrere quell’uomo, ma lo caricarono sull’auto del governatore Juan Francisco Gomez e che lo portarono non da un chirurgo, ma da un ginecologo, fratello dello stesso governatore in un paese ad un’ora e mezza di distanza dal luogo dell’omicidio. E proprio su Gomez cadono i sospetti di Diana. Politico potente, intoccabile. Lo stesso che il giorno del funerale del padre è in prima fila a consolare la vedova e a portare in spalla la bara. Contro di lui è una partita che neppure un pazzo si metterebbe a fare. Lei va avanti. Dettagli e particolari messi insieme con la devozione e la tenacia di una figlia che a volte vuole mollare tutto e perché sente che da sola non ce la può fare, ma che passato lo sconforto si riprende più forte e determinata. Che quella verità lei sente che gliela deve al padre. Che lui può contare solo su di lei per avere giustizia. «È stata dura. Pensavo che non ero nessuno per riuscire a ottenere giustizia e perché in Colombia il silenzio è l’unica opzione quando gli assassini sono al potere. Eppure dovevo capire chi aveva ucciso mio papà». Il padre stava diventando un personaggio scomodo. E Diana scopre cose brutte. Bruttissime. Il tragitto in auto ad esempio, quell’uomo che perde sangue e la macchina che rimane senza benzina e si ferma, aspetta con calma che qualcuno arrivi a portare una tanica di benzina. E il padre che lentamente agonizza e muore. E per lei sono pugni nello stomaco. Lei va avanti intervista medici, intercetta e parla con i testimoni. Nel 2013 inizia il processo, la difesa del governatore rigetta ogni accusa e incolpa le Farc dell’omicidio. Lei arriva a scrivere una lettera al capo dell’organizzazione. Il leader, Ivan Marquez gli scrive e gli assicura che loro con suo padre non c’entrano nulla. «Il movente dell’omicidio è politico- dice lei. Nel 2016 Gomez, viene condannato dal tribunale a quarant’anni per l’omicidio del padre di Diana. «Il silenzio rende complici e io non volevo sentirmi complice dell’assassinio di mio padre. Ho fatto il mio dovere». In realtà ha fatto di più. Ha sfidato la sorte. Lo fa ogni giorno, quando esce di casa con il giubbotto anti proiettili, con i due guardaspalle, con l’auto blindata. «Stai attenta». «Devi andartene dalla Colombia se ci tieni alla tua vita». Minacce di morte sono all’ordine del giorno, lei convive con la paura e un’aritmia cardiaca che le è venuta da un paio d’anni. E da quando il 27 luglio hanno condannato Gomez non è più potuta uscire da sola per strada.

Manila Alfano

  • Gian Piero Traverso

    Invece qui in Italia il figlio giornalista va a lavorare per il giornale che è stato il mandante morale dell’omicidio del padre, che pena!