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L’occhio del Sultano Al Quaboos

Muscat. Roccia scura su terra chiara. Sono le montagne dell’Oman, la catena dell’Hajar. Per arrivare al centro di Muscat, dove sorge il palazzo del Sultano Al Quaboos, bisogna passarci attraverso. Le costruzioni, di un bianco accecante, spiccano sotto il cielo azzurro e le bandiere sventolano sul porto naturale della città. Noi occidentali sappiamo poco dell’Oman. Ci aspettiamo probabilmente una terra piatta e arida. Ma queste montagne nude, aspre e scure, sconvolgono le prospettive e ribaltano idee e preconcetti. Muscat è una città dove la catena orientale dell’Hajar, si scontra con il cielo azzurro e arriva al mare. È la città dove risiede il potere, la città del Parlamento (la Shura), la città dove stanno i ministri, dove splendono i palazzi, la città delle ambasciate. È il centro politico, economico e amministrativo del paese, capitale dal 1793. Una volta, qui, c’era un’enclave spagnola. La ricorda ancora il forte che sorge sul mare. L’Oman, terra il cui nome probabilmente deriva dall’arabo «a’amen» o «amouni» che significa stare, stabilirsi è una terra dove molti stranieri hanno deciso di fermarsi: su un totale di 4.432.380 abitanti, secondo i dati dell’ultimo censimento (2010), 1.999.126 sono stranieri.

Il Sultano sta nelle menti delle persone, nelle parole dei ministri, nelle strutture dei palazzi, nei quadri delle hall degli alberghi. Lui c’è, sempre, ma non si vede. Dicono che sia discreto, elegante, colto, raffinato, umano. Al Quaboos è ovunque, sui muri dei mall commerciali, sulle porte della città. Siede sul trono da 47 anni ed è una presenza silenziosa.

Nonostante la storia dell’Oman sia molto antica, la data che viene ripetuta più spesso è 1970. È l’anno in cui il Sultano al Quaboos è salito al potere con un colpo di Stato contro suo padre, ha fatto al popolo delle promesse e le ha mantenute. Il palazzo del sovrano è considerato antico anche se risale al ’70. Questo perché, una volta salito al potere, ha costruito e ricostruito tutto quello che si vede oggi: dalla Royal Opera House, alla Grand Mosque, alle strade, ai palazzi del governo. Sembrano antichi, ma sono nuovissimi, tutti disegnati secondo lo stesso gusto e lo stesso stile.

Sicurezza, stabilità e pace sono le parole che si sentono più spesso nelle parole dei ministri. Yusuf Bin Alawi, il ministro degli Esteri, parla della neutralità del Sultanato e non definisce l’Oman come stato mediatore. La «filosofia del nostro leader per la pace» è come un dogma che permea ogni azione e ogni parola. È cauto, il ministro, «noi stiamo cercando di restare più neutrali che possiamo». Il ministro Bin Alawi parla dell’amicizia con l’America e della legittimazione di Assad come leader della Siria. Ma quando gli si chiede se il Sultanato ha un ruolo da mediatore, lui risponde che la loro politica estera non vuole interferire con le politiche degli altri Paesi: «Quando rompi la macchina non ti serve un mediatore, la ripari da solo. Quindi, quale sarebbe il ruolo di un mediatore?».

Se chiedi alle persone se amano il Sultano, rispondono di sì. Ma forse è tanto amato perché è il volto di un Oman che rinasce, che si afferma, che costruisce e che ricostruisce, che garantisce occupazione e prosperità e si tiene ben lontano dalle guerre. Abdul Aziz Mohd Al-Rowas, per anni ministro dell’Informazione e ora consigliere culturale e amico personale di Al Quaboos, racconta un Sultano inedito, amante del contatto diretto con la popolazione, dell’arte e della musica. Lo definisce con queste parole: «He’s a superhuman». Un uomo che bussava alle porte delle case, che viaggiava guidando l’automobile, che visitava la gente della sua terra. Questo è ritratto che il suo amico fa del Sultano da giovane.

L’Oman è ricco di petrolio, ma ha meno riserve rispetto agli altri Paesi del Golfo. Le riserve sono stabili. Però, recentemente, hanno trovato vasti giacimenti di gas. L’economia è trainata da 5 pilastri: agricoltura, pesca, turismo, miniere, idrocarburi. Le tasse non esistono, ma Sheik Khaled Bin Hilal Bin Nasir Al Maualy, il capo della Shura, dice che stanno studiando un modo per introdurre l’Iva. Che l’Oman sia poco conosciuto in Occidente pare sia scelta voluta. Tuttavia, oggi, per ovviare al problema del petrolio e per prevenire la disoccupazione, stanno puntando sul turismo. Al ministero lavorano diverse donne. Riguardo all’emancipazione femminile, la data da ricordare è il ’94: due donne sono state elette in Parlamento. Adesso ce n’è solo una. Nel 1955, Fatma Salem Seif è stata la prima donna ad ottenere un dottorato in filosofia. Il suo diploma di PhD è esposto nel museo nazionale. Oggi, molte fanno le guide nei musei, molte indossano una divisa militare, molte sono medici e occupano posizioni di rilievo. Neima Al Busaidi, ad esempio, è docente e psicologa e lavora alla Shura; Naashiah Sal Kharusi, divorziata, è un’ingegnere delle comunicazioni; Ethab Al Zadjali è l’imprenditrice proprietaria di un impero nel cake design. Sempre Al Maualy, il capo della Shura, dice che la volontà è quella di arrivare a una maggiore inclusione delle donne nella sfera politica. Tuttavia, secondo lui, esistono ancora delle barriere mentali che è difficile abbattere.

Il Sultano ha 77 anni, non ha figli, è malato. Il nome del successore non si sa ancora, ma si sa di certo che il futuro del Paese sarà in mano alla famiglia reale. Il Sultano ha reso l’Oman un Paese pacifico all’interno di un contesto (quello del Golfo) instabile.

Cosa succederà dopo Al Quaboos? Per far sì che l’Oman rimanga un’isola di pace nel cuore della Penisola Arabica bisogna sperare che il successore mantenga gli stessi equilibri stabili e consolidati.

Sara Mauri