27398501192_9ca880376c_b

La nuova Dublino

Da Dublino. Un tempo andavi lungo i docks di Dublino solo per cercare i vecchi studios degli U2. Ci sono ancora, a dire il vero: una casetta, mille scritte sul muro. Attorno però tutto è cambiato: l’anima marinara della capitale irlandese ha lasciato il posto alle costruzioni del tech ma è proprio qui, a est rispetto al centro, che bisogna venire per capire com’è cambiata la città. Hanno preso casa vicino al fiume Liffey, accanto agli studi di Bono & Co, i quartier generali europei di colossi come Facebook, Google, Airbnb e poi Twitter e poco più in là anche Amazon e poi ancora tante altre aziende e piccole start-up del settore tecnologico. Se esiste un corrispettivo di San Francisco nella nostra Vecchia Europa, questa è la città di James Joyce. La Silicon Valley sono i quay, i canali del Liffey.

Sì, la statua-icona di Molly Malone con il carretto è ancora per tutti un valido punto di riferimento, ma lo skyline della capitale irlandese non ha più i colori dei tradizionali pub ora venduti ai turisti di Temple Bar (con gloriose eccezioni come O’Neills che serve birra e piatti tipici poco distante da Molly e dal Book of Kells, il celebre manoscritto medievale conservato al Trinity College). Oggi il profilo di Dublino è in acciaio e vetro. I cervelli della tecnologia e dell’innovazione si sono lasciati adottare dalla Verde Irlanda, complice una politica fiscale super-vantaggiosa (fino a quando Bruxelles sarà d’accordo?) e una popolazione giovane e anglofona, affamata di lavoro. Attorno ai grattacieli si sono moltiplicate case ipertech e quartieri residenziali con affitti proporzionali a chi lavora nel settore, così come interessanti avamposti culturali quali il Grand Canal Theatre.

Dublino è cambiata, è esplosa in poco tempo. Te ne accorgi perché è punteggiata dai lavori in corso e da un traffico perennemente congestionato: stanno costruendo una nuova linea del tram (la Luas, sul cui tracciato poco funzionale i dubliners hanno inventato meme a uso di Twitter) che colleghi meglio il centro alle periferie. A Dublino, la smart city dove il wifi è gratuito e ovunque funzionante, capita di assistere a qualche protesta: sono i ciclisti, stanchi di essere sacrificati. La città del girovagare senza meta sulle orme dell’Ulysses di Joyce in fondo è qui sono nati i literary crawl, le passeggiate letterarie e, per traslato, i pub-crawl da un bancale all’altro di Temple Bar sta snaturando se stessa?

«L’Irlanda ha passato periodi duri: la crisi del 2009 è stata pesante. La politica di tassazione agevolata ci ha salvato», ne è convinto Patrick Leahy, a capo del desk politico dell’Irish Times, il quotidiano più letto nel Paese. Sono giorni nervosi, per lui: la Brexit continua ad avere contorni indefiniti e a Dublino c’è preoccupazione. Perché se è vero che la città vive in simbiosi con San Francisco, il resto della Terra di Smeraldo ha un’anima rurale legata a doppio filo, per scambi commerciali, con il Regno Unito, suo miglior acquirente. Le aziende agricole che coltivano funghi sono in allarme, gli allevatori di bovini chiedono garanzie così come chi vive sul confine ad oggi letteralmente invisibile con l’Irlanda del Nord: serviranno documenti, ci saranno dazi, che succederà, chi lo sa? «Difficile prevederlo. Servirà un decennio per capire le reali conseguenze della Brexit sull’Europa, Irlanda inclusa», sostiene l’economista John Fitzgerald. Innervosiscono anche le prime battute d’arresto della Tigre Celtica: il primo trimestre del Pil irlandese segna un calo del 2.6% rispetto ai tre mesi precedenti e si attesta sul 6.1% annuo. Segnali che qualcosa si sta inceppando? È presto per dirlo. Non traspare nulla di questa tensione sulle rive del Liffey, anzi. C’è chi mormora che forse chissà Dublino potrebbe contendere a Londra la city finanziaria. Per ora i big giants, i giganti del tech, continuano imperturbabili nei loro investimenti, tra i sorrisi di Leo Varadkar, primo ministro d’Irlanda da giusto un mese. Natali dublinesi e origini indiane, è il primo politico dichiaratamente gay del Paese. Che Dublino, e pian piano con lei l’Irlanda, stia cambiando pelle lo vedi da piccoli significativi dettagli: un tripudio di bandiere arcobaleno per strada nei giorni del Pride Day, pubblicità sul controllo delle nascite nei bagni pubblici, un toccante monumento («Somebody’s Child») in pieno centro dedicato «ai bambini scomparsi a causa della crudeltà di uno Stato Cattolico» per ricordare i piccoli sottratti e fatti sparire perché partoriti da donne non sposate.

Tecnologica, laica e multiculturale: Dublino sembra sempre meno Irish. Nei pub guai a non sapere le strofe di «Whiskey in the jar», ma il Paese resta ricettivo con chiunque abbia voglia di fare. Gente come Fabio e Letizia Tomasello, catanesi trapiantati da tre anni in città: il loro Dolce Sicily di Dawson Street è una delle pasticcerie più gettonate del momento, con 21 dipendenti regolari e fatturato in crescita: «Siamo scappati da una Sicilia che non offriva più prospettive: qui lo Stato non ti tratta da evasore. Hai la possibilità di investire, con una tassazione sulle imprese al 12.5% e burocrazia più snella», spiega Fabio. Fare più lavori è la norma, spiega Antonio Della Corte, 41 anni, da 8 anni a Dublino dove è guida turistica e con il suo Senza Meta. In and About propone itinerari fuori dagli schemi. Mi accompagna per Portobello, tra casette in mattoncini un tempo abitate da operai e ora trasformate in ridenti villette con giardino per persone dal portafoglio gonfio. «Dublino resta accogliente, ma gli affitti sono alle stelle: i giganti del tech hanno drogato il mercato», racconta. Resistono tuttavia quartieri come le Liberties dove di sera avverti ancora il profumo agrodolce che viene dalla vicina Guinness Storehouse e dove Jack, il fruttivendolo più bizzarro del quartiere, ti regala aneddoti e dove, due vetrine più in là, c’è il negozio del signor Fusco, che negli anni Cinquanta ha detto arrivederci a Viterbo e se n’è venuto qui, a insegnare ai dublinesi come friggere il fish-and-chip. Stanno a ovest, nella parte opposta ai docks.

Francesca Amé

  • Sterminator

    Mica scemi, coadiuvati da una tassazione sugli utili al 11% al pari del bel paese che sta al 44%

    • https://www.youtube.com/watch?v=wDJjcL9Ya4c Anita Mueller

      Nel Bel Paese si evade parecchio …

      • Buzz802

        E’ un’antica tradizione che va tutelata dall’UNESCO

      • Klaus_ trofobico

        di pari passo abbiamo uno stato che divora il 50 % di quello che produce l´italia senza dare indietro niente se non a pochi eletti che poi sono sempre loro dello stato!!!

        • https://www.youtube.com/watch?v=wDJjcL9Ya4c Anita Mueller

          Una frase tranello la tua per difendere gli evasori fiscali. Ma come fa lo stato, con l’evasione fiscale, a divorare il 50%? Semmai paga il 50% il contribuente che non evade, e il resto il debito pubblico.

          • Klaus_ trofobico

            o sei una statale… o non capisci un cazzo di come é la politica fiscale italiana… vorrei che tu provassi… con un po di coraggio a metterti in proprio e lasciare i cuscini dorati statali e metterti in gioco… per entrare nella parte oscura del lavoro, prima di esprimere un giudizio del genere!!!

          • https://www.youtube.com/watch?v=wDJjcL9Ya4c Anita Mueller

            Chi compensa le perdite?

  • beppe casciano

    altra vergogna tutta europea… il porto franco per tutte le multinazionali apolidi ipercapitalistiche sfruttano il popolo e non pagano le tasse… ma annate a fanculo

  • Divoll79

    Pochi politici sono piu’ invisi agli irlandesi di Leo Varadkar (che supera in antipatia perfino Enda Kenny, detto da molti “l’unico serpente che St. Patrick abbia lasciato sull’isola”). E anche i cambiamenti di cui parla l’articolo, apparentemente in toni entusiastici, lasciano gli irlandesi molto piu’ dubbiosi del brexit. Anche in Irlanda si fa strada l’idea che l’UE sia stata una grande fregatura e molti cominciano a volerla lasciare. Col lavoro ci sono tantissime difficolta’ (specialmente per gli irlandesi non piu’ giovanissimi), i prezzi non salgono, ma galoppano, tanta gente non si sente piu’ rappresentata da nessun partito e monta il malcontento per l’eccessiva immigrazione (gli abitanti dell’Irlanda sono in tutto 5 milioni). E gli edifici high-tech fanno francamente schifo, oltre che a pugni con l’architettura locale, molto piu’ bella (basti pensare al Customs House o al palazzo delle Poste su O’Connell str.). Ma poi, paragonare Dublino a San Francisco, in che senso? Per fortuna, sono ancora molto lontane. Per fortuna!…………..