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Cuba scommette su turisti e mercato

Dall’Avana. Maria è seduta su una sedia traballante sotto il porticato di una casa dall’intonaco turchese a tratti scrostato e dalle ringhiere vistosamente arrugginite, una delle tante costruzioni in stile coloniale che si affacciano sul Malecon, il lungomare che percorre tutta l’Avana. È una delle tante signore in età avanzata che l’epoca di Fidel Castro l’hanno vissuta tutta, dagli inizi, ancora prima della rivoluzione del 1959, con il fallito assalto alla Moncada, nel ’53. Forse per questo guarda con circospezione i tanti turisti che sempre più numerosi sbarcano sull’isola con la speranza di vivere un viaggio nel tempo ancor prima che nello spazio. Percorrere il Malecon è come conoscere i diversi volti e le diverse anime del popolo cubano. Ci sono i giovani incuriositi dai coetanei stranieri vestiti alla moda, tassisti e camerieri che si danno da fare senza sosta per richiamare l’attenzione dei visitatori, e chi si limita a osservare il flusso costante di persone dai davanzali, muovendosi il minimo indispensabile per non farsi sopraffare dall’afa di un’estate prematura. Uno scorcio che racchiude l’essenza di un Paese il quale, a sei mesi dalla scomparsa di Fidel, fa i conti con il passato e guarda al futuro. Il tutto inquadrato in un contesto internazionale in mutamento e che sembra frenare, con l’avvento di Donald Trump, lo slancio distensivo inaugurato dell’ex presidente americano Barack Obama, autore nel 2015 della storica riapertura tra Washington e l’Avana. Mentre all’orizzonte si alzano colonne di fumo provenienti dal non lontano Venezuela, nelle cui piazze divampano gli incendi della protesta e la striscia di sangue della repressione di Nicolas Maduro, uno degli ultimi grandi alleati del regime castrista.

In questo scenario disincantato il popolo cubano si è presentato al 1° maggio, prima grande occasione celebrativa orfano del suo Fidel, come se nulla fosse cambiato. Almeno questa è la sensazione, osservando la marea umana che affolla plaza de la Revolution. Per la Festa del lavoro all’Avana sono arrivati 1.440 delegati internazionali e 200 membri dei sindacati da 26 Paesi, e l’importanza della giornata viene rimarcata da un anziano signore che sin dalle prime ore della mattina vende copie di Granma in spagnolo e in inglese. Ha una maglietta con la scritta Roma e l’immagine del Colosseo, e ci dà appuntamento dopo le 10 sotto la grande icona di Ernesto Guevara, detto il Che, davanti al mausoleo di Jose Marti, fulcro delle manifestazioni del 1° maggio. Ma quando in tarda serata la piazza spegne le luci delle celebrazioni (obbligate) si torna a fare i conti con la realtà: dove si trova davvero Cuba in questo momento? Sono in molti a ritenere che dalla morte del líder máximo sia cambiato poco o niente. Come Rodolfo Rodriguez, il tassista che ci accompagna in giro per la città. «Fidel a Raul sono la stessa cosa, lo stesso partito – dice – oggi in piazza ci sono mille persone, che lo vogliano o no sono obbligate a partecipare alle celebrazioni, altrimenti sono problemi. Qui manca la cosa più importante, la libertà», continua. «Negli Stati Uniti e in Europa la gente pensa che ora i cubani si opporranno al governo di Raul, ma è impossibile – spiega da parte sua Oscar Fernandez, 25enne cantante che si esibisce in alcuni dei ristoranti più in voga dell’Avana -. Lui controlla il Paese nello stesso modo in cui lo faceva Fidel». Marta Luis invece è un’estetista, e anche per lei «la vita è rimasta la stessa» dalla morte di Castro. «Sono una Fidelista», afferma, anche se non sembra nutrire lo stesso amore per l’attuale presidente: «Ora abbiamo bisogno di più lavoro e di salari più alti, i nostri sono troppo bassi, rapportati al costo della vita». Ci indica il nuovo centro commerciale Manzana de Gomez sul paseo del Prado, nel cuore della capitale, che chiama «il tempio del capitalismo». Qui, dice, «una commessa prende 12 dollari al mese di stipendio, e vende profumi che ne costano 92 alla confezione». E proprio il nuovo complesso di negozi è diventato la mecca degli adolescenti, che lì si danno appuntamento per fotografarsi davanti alle vetrine di Mont Blanc e Lacoste, e mandare gli scatti ai parenti fuggiti a Miami prima della rivoluzione. I giovani sono quelli che più degli altri guardano avanti, e per questo chiedono l’accesso a internet per tutti, perché il web per loro è il primo grande vettore di cambiamento. A oggi utilizzare internet è un vero percorso a ostacoli: bisogna comprare delle tessere telefoniche in vendita solo nei grandi alberghi a costi proibitivi (4,50 Cuc, il pesos cubano convertibile, per un’ora). Mentre la gente del posto nella migliore delle ipotesi riesce a connettersi in media una volta alla settimana recandosi da amici o in negozi (pochi) che hanno la rete.

Camminando per le strade dell’Avana si nota tuttavia un certo fermento per i tanti cantieri in attività, soprattutto di grandi alberghi. A guidare la cordata è la catena americana Starwood hotels & resorts worldwide, il primo gruppo alberghiero a firmare un accordo con Cuba dalla rivoluzione. Esempio seguito da diverse concorrenti, a giudicare dalla quantità di manifesti che annunciano la costruzione di strutture modernissime. Come l’hotel Catedral, che si ergerà dietro la chiesa principale della città, o il cinque stelle hotel Prado y Malecon, il cui cartello pubblicitario campeggia sul lungomare dell’Avana. «A Cuba l’unica cosa che funziona è il turismo, per questo tanti professionisti si mettono a fare i tassisti o i camerieri – spiega Marcos – solo così riescono a guadagnare, e a migliorare la loro posizione». Ciò fa presumere che sia proprio questa industria in grado di trainare una lenta ma possibile crescita economica. Ma basta allontanarsi un po’ dalla capitale, verso l’entroterra, per capire qual è il doppio passo del Paese. «Qui la rivoluzione non è mai arrivata» dice Rodolfo, indicando due persone su un calesse trainato da un cavallo. Ovviamente fanno eccezione i Cayo, paradisi turistici spesso vietati alle persone del posto, che a seconda dei gusti sono popolate da una manciata di bungalow in riva al mare come a Cayo Levisa, nella provincia di Pinar del Rio, o dagli albergoni in stile Miami di Varadero, dove si respira un clima avulso dalla vera anima del Paese.

Per conoscere l’essenza più profonda della Cuba di Castro bisogna addentrarsi tra le valli del tabacco di Vinales, dove i contadini portano avanti le loro tradizioni di coltura tramandate di generazione in generazione, come se il tempo si fosse fermato. «Vendiamo il 90% della produzione allo stato, ma tutto sommato il prezzo che ci paga non è male, né troppo né poco» afferma Osmel. La sua famiglia da 105 anni conduce la finca Joan Louis y Louis, una fattoria immersa nei prati verdi smeraldo della valle, dove coltiva il tabacco usato per i sigari più famosi al mondo come Cohiba e Montecristo. «Il 10%, invece, lo possiamo tenere per noi, per la famiglia, e per venderlo qui», racconta mentre ci mostra come si rolla un sigaro, spiegando che lui toglie tutta la nicotina, perché crea dipendenza. «Il popolo cubano non è socialista, non è comunista, non è rivoluzionario, è fidelista» dice con orgoglio. «Fidel è una figura che nessun altro ha, un uomo del popolo, se c’era un’emergenza si metteva a lavorare con noi, mangiava con noi», continua. Secondo lui, anche ora che non c’è più, è difficile che a Cuba possa esserci una controrivoluzione, o possa accadere qualcosa di simile per esempio al Venezuela: innanzitutto «perché non abbiamo ricchezze come il petrolio». A conti fatti, l’auspicato cambiamento post Fidel sarà un processo assai più lento di quanto si pensi, e la vera scommessa è capire se i cubani orfani di chi per scelta o costrizione li ha presi per mano per oltre mezzo secolo, saranno in grado di diventarne protagonisti o vittime.

Valeria Robecco

  • deadkennedy

    e te credo 60 anni a non lavorare e mangiare pane a tradimento…. ti credo questo pensano a bere, ballare e trombare…. bella la vita del michelasso

    • Frizzico

      Allora non è poi tanto male il socialismo cubano..w Fidel w la vita

  • Divoll79

    Si, si la liberta’… Quando arrivera’ quella made in USA, ve la ricorderete, la liberta’. E forse capirete che, ormai, e’ solo una parola vuota, senza alcun reale significato. Buona fortuna.

  • https://www.youtube.com/watch?v=wDJjcL9Ya4c Anita Mueller

    I cubani non hanno inverni freddi come i nostri, e nemmeno gli abitanti per chilometro quadrato come noialtri, per cui non solo hanno una maggiore resa agricola ma anche un minore consumo di energia per scaldare le abitazioni. Però alcuni dicono che la loro miseria proviene dagli americani …

    • carlo

      l’unico successo e l’unico buon risultato che ha avuto quel regime è stato quello di aver fatto credere al proprio popolo che non si sarebbero potute avere altre diverse soluzioni ai loro problemi che non un regime comunista … fallimentare anch’esso come in tutti i paesi in cui la teoria Marxista è stata messa in pratica con pessimi risultati i quali sono sotto gli occhi di tutti.
      al tempo di Batista, pur non potendolo descrivere come un personaggio oggettivamente positivo, e anzi fu un dittatore spietato come raccontato dalle cronache.
      è comunque vero che l’isola caraibica del tempo fosse il paese più sviluppato e comunque messo meno peggio rispetto a tutti i paesi dell’area del tempo …
      se il Fidel non avesse aderito al comunismo e avesse agito ideologicamente in modo diverso, probabilmente, forse, chissà … avrebbero avuto uno sviluppo notevolmente migliore ?

      • alberto

        Egregio Carlo
        …è comunque vero che l’isola caraibica del tempo fosse il paese più sviluppato e comunque messo meno peggio rispetto a tutti i paesi dell’area del tempo … ” ?
        ( da wkp) -Secondo l’economista britannico Dudley Seers, nel 1958, la situazione era “intollerabile. “Ciò che era intollerabile, era un tasso di disoccupazione tre volte più alto che negli USA. Dall’altro lato, in campagna, le condizioni sociali erano pessime. Circa un terzo della nazione viveva nella sporcizia, mangiando riso, fagioli, banane e ortaggi (raramente carne, pesce, uova o latte), vivendo in baracche, spesso senza elettricità o servizi igienici, vittima di malattie parassitarie e non erano beneficiati d’un servizio sanitario. Gli veniva negata l’istruzione (i figli andavano a scuola un anno al massimo).-
        Lei ha dati di situazioni ancora piu’ drammatiche nei…’ …paesi dell’area.. ?
        Non dimentichiamo poi il solito modus operandi americano…
        Il sergente dattilografo Fulgencio Batista confessò anni dopo che il colpo di stato era stata una cospirazione ufficiale dell’esercito e dell’ambasciata degli Stati Uniti all’Avana.
        Saluti
        PS
        Sembra che una delle motivazioni per cui l’Ucraina chiude l’accesso a Yandex sia dovuto all’applicazione «Яндекс-пробки»‍; applicazione che usano tutti gli automobilisti per verificare lo stato del traffico sulle strade ( c’e’ anche per Parigi…)
        La ‘motivazione’ e’ che , secondo loro, potrebbe servire ai russi nel caso decidessero di invadere l’Ucraina.
        Se li immagina i ‘carristi’ russi che verificano la scorribilita’ delle strade e le code eventuali agli incroci e/o ai semafori? :D…:D…:D
        Aveva ragione Einstein sostenendo che ci sono due cose ‘infinite’: l’universo e la stupidita’ umana. Gli Ucraini ne danno l’ennesima conferma ! 😀

        • carlo

          Alberto, allora …
          Primo: lei non mi deve fare una comparazione dell’isola Caraibica del 1959 con i paesi più progrediti del tipo Svizzera, Danimarca o Svezia o
          Stati Uniti sempre di quegli anni … è un assurdo ! mi sembrava di averlo sottinteso … in quanto caso mai il paragone dobbiamo farlo con i paesi dell’area caraibica e buona parte di quell’area sud americana.
          ora io non so chi fosse questo Seers … ma ricordo benissimo di aver letto tempo fa quanto ho precedentemente scritto.
          a riprova, prendo spunto dal solito Wikipedia, il quale, scrive nella versione Inglese, di come l’isola di Cuba di quegli anni, e qui riporto semplicemente quanto leggo …
          “alla sua presa del potere, Batista, ereditò un paese relativamente prospero relativamente all’America latina, anche se un terzo della popolazione viveva ancora in condizioni di povertà”
          “il salario medio era superiore a quello di molti paesi europei”
          mia considerazione … quale percentuale avevano l’italia, la Russia, piuttosto che la Spagna o piuttosto chi vuole vi erano in condizione di povertà
          assoluta ?
          poi sempre leggendo dalla solita Wikipedia ma versione italiana leggo:
          “la nuova costituzione del 1940 garantiva il sussidio di disoccupazione, diritto ad una paga minima, ferie pagate” ecc ecc.
          in conclusione … che poi entrambi i dittatori, Batista e Fidel Castro abbiano portato allo sfacelo economico prima a opera di uno, poi dell’altro … è innegabile, ma è un’altra storia … vero è, che a distanza di ben 58 anni ! non mi pare le cose per l’isola caraibica siano progredite poi così molto …
          per quanto riguarda l’ucraina, sarà anche vero quello lei sostiene…
          ma io penso semplicemente sia più una questione politica o di ripicca se vogliamo, più che una questione tecnica … il fatto è che mister Putin, il quale lo reputo un grosso imbecille oltre che un criminale psicopatico … avrebbe potuto ottenere risultati di gran lunga migliori nei confronti di propri partner, semplicemente adulandoli economicamente con aperture reali e pertanto con altri mezzi molto più pacifici e meno invasivi.
          tutt’altro che basati sulla violenza la minaccia il ricatto ecc ecc … peraltro non si spiega per quale motivo a partire dal 2013/2014 abbia cominciato a far sentire e manifestare sempre più un peso aggressivo persino nei confronti dei finlandesi, i quali ora, giustamente sentendosi sempre più minacciati hanno cominciato realmente oltre che a pianificare importanti finanziamenti militari in termini di riarmo, al pensare se aderire o meno alla NATO !
          pensa un po che capolavoro sta ottenendo l’idiota del Cremlino … sta ottenendo tutto l’opposto per cui si sta battendo !